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Giorgio Ascarelli, la memoria perduta

Giorgio Ascarelli, primo presidente del Calcio Napoli e pioniere del football partenopeo
Sport | 12 Marzo 2021

Il 12 marzo 1930 moriva, a soli 36 anni, Giorgio Ascarelli. Quattro anni prima, nell’agosto del 1926, aveva dato vita all’Associazione Calcio Napoli.

Per quanto un simile aspetto possa suggerire l’esistenza di un legame simbolicamente forte e connaturato tra Ascarelli e la città di Napoli, la sua resta una figura relativamente giovane in termini di riconoscibilità collettiva e di approfondimento storico.

La memoria cittadina, infatti, ha iniziato e, per certi versi, ripreso a interessarsi a Giorgio Ascarelli circa tredici anni fa, nel 2008. Il merito fu di Nico Pirozzi, giornalista napoletano e storico della Shoah, che ha rispolverato le gesta del mecenate ebreo – industriale di successo, uomo di sport e verace appassionato azzurro – che il Fascismo, prima, e il secondo Dopoguerra, poi, avevano visibilmente tentato di seppellire.

Perlopiù riuscendoci.

Un lutto collettivo

Può apparire semplicistico, ma per comprendere appieno centralità e spessore sociale di Giorgio Ascarelli è necessario partire proprio dalla sua morte.

La sua improvvisa dipartita, causata da un attacco fulmineo di peritonite perforante, fece registrare una straordinaria partecipazione cittadina.

Nel giorno dei suoi funerali, diverse arterie stradali furono chiuse al traffico. Una fiumana di persone commosse accompagnò simbolicamente il feretro lungo il suo percorso da Villa Bice, residenza posillipina della famiglia Ascarelli, al Cimitero israelitico di Poggioreale.

Napoli e il Napoli non avevano perso semplicemente il loro primo Presidente. Con Ascarelli, infatti, se n’era andato il pioniere per eccellenza del calcio napoletano, nonché un prodigioso precursore dei più moderni ed efficienti modelli di gestione di una società calcistica.

I funerali di Giorgio Ascarelli del 13 marzo 1930
I funerali di Giorgio Ascarelli, tenutisi il 13 marzo 1930. Una folla commossa accompagna il passaggio della salma lungo le strade della Città. La foto è tratta dalla mostra di Davide Morgera “Da Ascarelli a De Laurentiis – Storia di una passione infinita”, ospitata al Maschio Angioino il 17 novembre 2011.

Uno scaltro visionario

Più che nel “fondare” il Napoli, Ascarelli ebbe l’indiscusso merito di accelerare e indirizzare il processo di identificazione tra la Città e la sua crescente comunità di seguaci del football.

Di fatto, nel 1926 il Napoli esisteva già, ma portava un altro nome. Si chiamava Internaples ed era nato, nel 1922, dalla fusione tra le due principali realtà calcistiche del tempo: l’Internazionale di Napoli e il Naples.

Dell’Internaples, Ascarelli fu prima membro del Consiglio Direttivo, per poi divenirne Presidente nel 1925.

Rispetto agli inizi del Novecento, negli anni Venti il calcio non era più lo svago privilegiato dalle sole classe abbienti, ma si era oramai ampiamente diffuso anche tra i ceti più popolari.

Dai circoli esclusivi degli aristocratici, si era passati a giocare per le strade e nei grandi spiazzi cittadini. Fra i tanti calciofili che affollavano la scena partenopea, Ascarelli fu il primo a scorgere e a captare la crescita inesorabile che quella nuova disciplina andava assumendo.

Tutta quell’energia andava incanalata e, soprattutto, organizzata.

Dall’Internaples all’Associazione Calcio Napoli

La “fascistizzazione” della società civile italiana imposta da Mussolini pervase anche il calcio che, da fenomeno sociale, stava soprattutto tramutandosi in opportunità imprenditoriale, con riflessi già importanti anche sul profilo politico.

Il regime mal digeriva, almeno nella forma, l’evidente gap che era venuto a crearsi tra le squadre del Nord e le colleghe rivali del Sud.

L’opera di nazionalizzazione venne così estesa anche ai campionati agonistici. Ascarelli carpisce l’importanza storica del momento e fiuta l’occasione: Napoli non poteva farsi cogliere impreparata e restare fuori dal giro.

Il Presidente si mosse abilmente tra gli uffici della Federazione e ottenne un posto per l’Internaples nella nuova Divisione Nazionale 1926/27, antesignana della Serie A a girone unico che avrebbe visto la luce nel 1929/30.

Il mutamento di denominazione in “Napoli” divenne così una mera formalità.

La ratifica giunse il 25 agosto 1926, nel corso dell’assemblea dei soci tenutasi presso la sede del club di Palazzo Mastellone, in Piazza Carità.

Lo storico momento fu suggellato dallo stesso Ascarelli, con un celebre discorso poi ripreso dalle cronache sportive di quei giorni:

“Pur grati a coloro che sono stati la nostra matrice, l’importanza del momento e la maggiore dignità cui il nostro sodalizio è chiamato mi suggeriscono un nome nuovo, nuovo e antico come la terra che ci tiene.

Un nome che racchiude in sé tutto il cuore della città alla quale siamo riconoscenti per averci dato natali, lavoro e ricchezza.

Io propongo che l’Internaples Football-Club da oggi in poi, e per sempre, si chiami Associazione Calcio Napoli”.

La prima sede dell'A.C. Napoli, in piazza Carità
La prima sede dell’A.C. Napoli riconoscibile dall’insegna posta su di un balcone di palazzo Mastelloni, in Piazza Carità. La foto è tratta dal blog dello scrittore e giornalista Angelo Forgione.

Lo Stadio “Vesuvio”

Il tema degli stadi di proprietà è, ancora oggi, uno dei principali ambiti di discussione nell’annoso percorso di ingresso del calcio italiano nella modernità gestionale dei club.

Più che di uno sguardo rivolto al futuro, ad onor del vero sarebbe più corretto parlare di un ritorno al passato. E, in maniera particolare, di un ritorno agli albori dello sviluppo del calcio nella Penisola.

La riorganizzazione dei campionati su scala nazionale, attuta dal Fascismo con la Carta di Viareggio del 2 agosto 1926, alzó il livello competitivo e agonistico globale.

Dai tornei su base prettamente regionale e meridionale, il Napoli avrebbe iniziato a misurarsi con le grandi squadre del Nord Italia, come l’Inter (divenuta intanto Ambrosiana), il Milan, il Bologna, il Torino, il Genoa e la Juventus.

Stava nascendo il professionismo e Ascarelli non voleva soltanto gareggiare.

Il Presidente azzurro rafforzò massicciamente la squadra, in cui si era messo in mostra un giovanissimo Attila Sallustro, con acquisti di prim’ordine come quelli di Vojak, Mihalic, Colombari e Cavanna.

Ne affidò il timone al padre di tutti gli allenatori, l’inglese William Garbutt. E, dulcis in fundo, regalò al club e ai tifosi uno stadio nuovo di zecca, finanziandone interamente il progetto e la costruzione.

Lo Stadio “Vesuvio”.

Fu quello il vero lascito di Giorgio Ascarelli al Napoli e ai Napoletani.

L’impianto sorse nella zona del “Rione Luzzatti”, in quei luoghi resi celebri negli ultimi tempi dai romanzi di Elena Ferrante e dalla serie televisiva RAI de “L’amica geniale”.

I lavori durarono appena sette mesi, tra la fine del 1929 e l’inizio del 1930. Le tribune erano interamente di legno e potevano contenere fino a 20.000 spettatori.

La memoria negata, ieri

L’inaugurazione del “Vesuvio” cadde il 16 febbraio 1930, con la gara di campionato vinta dal Napoli per 4-1 contro la Triestina.

Ascarelli visse abbastanza per veder realizzata la sua creatura, ma non a sufficienza da poterne godere appieno. A meno di un mese dal taglio del nastro, il Presidente morì prematuramente.

A furor di popolo, la Città chiese e ottenne che il “Vesuvio” fosse intitolato alla sua memoria.

La domenica successiva allo svolgimento dei suoi funerali, il Napoli volò a San Siro per affrontare il Milan. Al quinto minuto di gara, l’arbitro Ciamberlini interruppe il gioco, consentendo al pubblico e ai giocatori di omaggiare Ascarelli con un minuto di silenzio.

Come il suo fautore, anche lo Stadio ebbe vita breve.

In vista dei Mondiali del 1934 che si sarebbero disputati in Italia, l’impianto del Rione Luzzatti fu totalmente ristrutturato.

Le tribune in legno furono sostituite con quelle più moderne in cemento armato. La capienza fu poi ampliata a 40.000 spettatori.

A pochi mesi dall’inizio della rassegna iridata, ne fu addirittura mutato il nome.

Da “Ascarelli”, per volere del regime fascista, divenne “Partenopeo”. Il Presidente azzurro – lo ricordiamo – era ebreo. Le leggi razziali non avevano ancora fatto capolino nel Paese, ma l’alleanza politico-militare tra Mussolini e Hitler andava già pericolosamente rinsaldandosi.

E se la Germania nazista, ai nastri di partenza di quel Campionato del Mondo, si fosse per caso ritrovata a giocare in uno stadio intitolato a un ebreo?

Un’eventualità da scongiurare a ogni costo, pur di non urtare la sensibilità dell’alleato teutonico.

A porre definitivamente fine alla storia del primo e unico stadio di proprietà del Napoli, ci pensò poi la Seconda Guerra Mondiale.

Durante il conflitto, Napoli risultò la città italiana più bombardata in assoluto.

A farne le spese fu anche il “Partenopeo”. La sua particolare posizione in prossimità di un crocevia bellico strategico come quello della rete ferroviaria, lo resero obiettivo privilegiato del fuoco aereo degli Alleati.

La memoria perduta, oggi

Seppur di recente dominio e possesso pubblico, la storia di Ascarelli non è stata tuttora né valorizzata, né riscattata come avrebbe meritato.

Anzi, la negazione del ricordo attuata nel passato si accompagna, oggi, a una superficiale delegittimazione della sua memoria.

Dal 2011 porta il suo nome il piccolo stadio del quartiere Ponticelli, in via Argine, casa del locale club biancorosso che nei primi anni ’80 sfiorò la promozione in Serie B.

Oggi, però, l’Ascarelli di Ponticelli è inagibile e versa in uno stato di totale abbandono e degrado.

E’ tra gli impianti che ha potuto beneficiare dei fondi delle Universiadi 2019, ma i lavori di ristrutturazione si sono conclusi a kermesse internazionale già ultimata.

Nel 2018, invece, il sindaco De Magistris annunciò che Napoli avrebbe avuto una sua piazza dedicata ad Ascarelli.

Si pensò al piazzale che ospita lo stadio “Maradona”, la casa del club azzurro, intitolata al gerarca fascista Vincenzo Tecchio.

Una sorta di nemesi storica, con cui le vittime avrebbero potuto cancellare e obnubilare il nome dei loro carnefici.

Non se ne fece nulla.

Nel giugno del 2020, in Commissione Toponomastica, il veto imposto da un comitato civico di residenti del quartiere Fuorigrotta fece saltare il banco.

“Modificare, dopo tanti anni, il nome di una via o di una piazza – si leggeva nelle motivazioni avanzate – creerebbe confusione e difficoltà persino nel recapitare la posta”.

Un boccone amaro da digerire. Uno scempio civico che ha gratuitamente mortificato un patrimonio cittadino intangibile e inestimabile.

A conti fatti, oggi l’unica reale e concreta testimonianza che la collettività partenopea ha riservato a Giorgio Ascarelli è il murales della fermata “Mostra” della linea Cumana, inaugurato lo scorso gennaio.

Poco, decisamente troppo poco.

Il murales dedicato a Giorgio Ascarelli alla stazione "Mostra" della Cumana di Napoli
Il murales dedicato a Giorgio Ascarelli alla stazione “Mostra” della Cumana di Napoli, inaugurato lo scorso gennaio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Guarino

Un articolo di Antonio Guarino pubblicato il 12 Marzo 2021 e modificato l'ultima volta il 14 Marzo 2021

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