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GIORNALI E TG

Il vuoto mediatico nella narrazione del Sud

NapoliCapitale | 19 Aprile 2020

L’accanimento mediatico subito dal Sud in queste settimane non può essere casuale. Un attacco così poderoso, sebbene di questo ci occupiamo da anni, non ce l’aspettavamo, a dirla tutta. Eravamo convinti che ci fossero argomenti ben più importanti da affrontare in uno scenario catastrofico che rischia di cambiare – chissà ancora per quanti mesi – il nostro modo di vivere e di relazionarci in pubblico. Invece ci siamo ritrovati a difenderci dal fuoco “amico”, in una battaglia senza senso e dai contorni fottutamente foschi.

Dall’inizio dell’epidemia abbiamo assistito a un’escalation senza precedenti, tanto che non è passato giorno senza che in redazione arrivassero decine di segnalazioni di utenti indignati della rappresentazione grottesca e diffamatoria che la narrazione mainstream offriva e offre tutt’ora del Sud.

Basta scorrere le notizie sotto questo articolo, oppure scorrere la nostra pagina Facebook, per farsi un’idea della quantità di sterco piovuto gratuitamente sulle teste dei meridonali in questi ultimi due mesi.

Lo sguardo nordico

Durante tutto questo periodo ci siamo spesso domandati i motivi di questo accanimento e un paio di risposte ce le siamo pure date. Anzitutto abbiamo avuto l’ennesima conferma che coloro che detengono il controllo totale dei mezzi d’informazione ci guardano con l’occhio di visitatori in gita allo zoo: con uno sguardo nordico, per dirla alla Serena Bortone, la maldestra conduttrice di Agorà che alcuni giorni fa – insieme all’inviata Elena Biggioggero – falliva miseramente nel tentativo di mostrare in diretta TV la presunta disobbedienza dei napoletani. Basta guardare il servizio andato in onda nel TG1 di due giorni fa (se volete intossicarvi la giornata ecco qui il link) per calarsi nell’ottica di chi ci osserva da lontano, eternamente impantanato dagli stereotipi su cui si fonda questo paese in malora.

La questione mediatica in Italia – ne siamo convinti – è determinante: tutte le redazioni dei giornali più importanti (e finanziati) del paese hanno sede legale al Nord e questo comporta inevitabilmente uno sbilanciamento di narrazione e di prospettiva che rischia di inquinare anche il giudizio dei professionisti più seri ed equilibrati, che di certo non mancheranno nelle redazioni nazionali. L’assenza di una realtà strutturata ed estesa in tutto il Mezzogiorno (noi ci proveremo con tutte le nostre forze), che parli al Sud con la voce del Sud, rappresenta difatti un handicap non da poco nell’emancipazione da una certa narrazione univoca e faziosa.

Il canovaccio nei Tg, ad esempio, è sempre lo stesso: si parte con gli aggiornamenti del contagio, le reazioni più o meno maldestre della politica, gli aggiornamenti dal mondo, le testimonianze dei focolai del Nord, l’azienda emiliana o veneta che tenta di sopravvivere e, infine, una buona dose di razzismo a reti unificate: dalle disinfestazioni dei marciapiedi accolte da applausi (e non da sassaiole, come sperava l’inviato) agli ospedali fatiscenti o chiusi del Sud passando dalle salumerie della Pignasecca. Il tutto mentre al Nord una Regione a tinte leghista che andrebbe commissariata seduta stante fa registrare continui aumenti dei contagiati (+1246 ieri, 1041 l’altro ieri e 941 tre giorni fa) e ben 12 mila decessi che gridano e grideranno a lungo vendetta.

E che dire del belare sguaiato di Sgarbi, il quale, pur non conoscendo i fatti, a domanda equivoca della ligia Barbara Palombelli riguardo all’eventuale chiusura della Campania paventata da De Luca, commenta che evidentemente il governatore conosce bene i napoletani e la loro incapacità di rispettare le regole. Il tutto condito dai sorrisi giulivi e viscidi di Feltri e Casini. Un concentrato – tra ospiti e conduttrice – che farebbe impallidire persino la regina del trash Barbara D’Urso. Oltre che Lombroso.

Terroni da cortile

Non si risparmiano di certo i Terroni da cortile, sempre proni e sempre pronti a spalare merda sul loro amatissimo Sud. Anche quando c’è da scusarsi. A Napoli si dice: cu na mano ciacco e cu n’ata ammedico. “Amo la mia Terra ma, però, eppure, non è tutto oro ciò che luccica, c’è da dire che…” In questi mesi ne abbiamo viste di cotte e di crude, una su tutte la napoletanissima (solo di nascita, evidentemente) Myrta Merlino, che dapprima si scandalizza delle file ordinate fuori ai generi alimentari del rione Sanità – noi, a Roma mica in Svizzera, la fila la sappiamo fare – e poi si sorprende che proprio in Campania ci fosse un’eccellenza come il Cotugno (cioè, ma stiamo scherzando?). Dell’Annuziata e del suo razzismo strisciante stendiamo un velo pietoso. Sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.

Le scuse

Di questi tempi, però, i baroni della televisione si sono visti spesso costretti a scusarsi pubblicamente con i napoletani. Si tratta, il più delle volte, di patetiche sviolinate stonate architettate per tutelare gli ascolti e per placare gli sponsor che sorreggono il carrozzone. Un riflesso condizionato che tuttavia deve far riflettere, perché rappresenta un indice chiaro e inequivocabile dell’intolleranza raggiunta negli ultimi tempi dai meridionali, stufi, oggi più che mai, di questa italietta che ha fatto delle divisioni e del pregiudizio il suo unico imperativo; di un’informazione che sente la necessità di offrire maldestri appostamenti nei vicoli di Napoli o Bari per sviare l’attenzione dall’ecatombe del Nord e forzare la ripresa delle attività produttive della Lombardia. E siamo stufi, soprattutto, di doverci difendere dai vostri attacchi ma – ahinoi – non ci lasciate altra scelta.

Antonio Corradini

Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 19 Aprile 2020 e modificato l'ultima volta il 19 Aprile 2020

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