giovedì 27 giugno 2019
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GIORNALISMO

Una conferenza inedita di Matilde Serao direttore de “Il Giorno” sul mestiere del giornalista del 1905

Identità, Libri | 27 Marzo 2019

“Il giornale” è la conferenza prounziata da Matilde Serao la prima volta nel maggio 1905 all’associazione della Stampa di Genova, ripetuta il giugno 1905 nel Teatro Politeama di Napoli ed in febbraio 1906 all’associazione della Stampa di Roma. Divenne un piccolo libretto nel 1906 grazie a un editore di Napoli, Francesco Perrella. La Serao aveva da qualche anno lasciato “Il Mattino” e dirigeva “Il Giorno”. Evento che sarà ricordato con una targa, su proposta di Identità Insorgenti, deliberata nelle scorse settimane dalla commissione Toponomastica del Comune di Napoli, nell’ultima sede di quel giornale, in Galleria Umberto 27, il 27 marzo 2019.

“Il Giornale” di Matilde Serao

Talvolta, in una rara ora tranquilla, un cuore amico e fedele oltrepassa i limiti di una conversazione di sentimento, di arte: penetra più nella vita presente, nell’attimo che fugge, nell’avvenire che, ahimé, così rapidamente si va consumando: e una domanda, non inconsueta, sgorga dal cuore amico e mi chiede: “Amica, vuoi tu dunque, continuare ancora e sempre, a recidere ogni giorno i fiori del tuo intelletto, a farne un fascio e a gettarli, via, nella polvere della strada che tu percorri, senza neppure voltarti a vedere chi li raccoglie, chi li odora, chi se ne adorna, e tu sei già lontana, e i fiori sono dispersi? Vuoi tu, dunque, amica, ancora gittare, nel tuo affannoso viaggio, ai venti che si agitano intorno alla tua fronte, fra le tempeste, questi fiori della tua anima e del tuo cuore e, forse, a un tratto, poiché fosti troppo magnanime, sentirti a un tratto, arida, sterile, impietrita come una roccia su cui niun germe, più, nulla farà fiorire? Amica, tu vuoi, dunque, esser giornalista fino alla morte? E i libri che tu dovevi scrivere e che il giornalismo ti impedì di dare alla luce, quando, quando li scriverai? E quelli che, negli anni che ti rimangono, dono prezioso del Signore di cui dovresti trarre più alto e più durevole profitto, i libri che, assolutamente, se tu vivi, tu devi scrivere, se non vuoi perire con tutti i tuoi sogni di arte e poesia, li farai tu, se resti ancora nel giornalismo?

Vuoi tu, dunque, o amica, rinunziare a ogni tua visione da rendere in forma di vita? A che vuoi raccomandare il tuo nome? Non tieni tu a vivere, oltre il tuo tempo? E chi si rammenterà più di te, se tu avrai sperperato nei fogli che vivono un giorno, ogni forza della tua mente? Ti sei tu stessa votata spontaneamente, alla immediata caducità e all’immediato oblio? Amica, pensa: pensa a tutto questo: quarisci da questo male possente: sii il tuo medico: sii, verso te stessa, aspra e implacabile, ma guarisci. Finisci di fare articoli di giornale, cronache di giornale, lascia ogni giornale, il tuo e gli altri, non scrivere più di nessuno di essi, non li leggere, non li fare entrare in casa tua, e dà questi anni della tua vita, tutti, completi, ai tuoi romanzi, ai tuoi drammi, alle tue novelle. Fa dei libri! Amica, o tu guarisci da questo male possente, o la tua vita d’arte sarà stata monca e inutile”.

E se in quell’ora, l’anima mia, è in uno stato di stanchezza e, quindi, di umiltà, se il cuore amico che mi parla sa trovare le parole giuste, che si allargano nello spirito, a grandi onde, se le intime tristezze che giacciono sepolte, ma non sono morte, no, non sono morte, rivivono e palpitano, un’ardente e invincibile malinconia mi pervade, poichè tutto il mio essere da ragione a colei, a colui che mi parla. Così, chinando il capo contrito, in uno struggimento inconsolabile, io do un rimpianto al buon tempo trascorso, e di cui niente e nessuno mi ridarà la ricchezza e la forza: e con una decisione impetuosa, quasi violenta, io giuro, sì, giuro a chi mi ascolta, ma più a me stessa, che la mia opera di giornalista, fra un anno, fra sei mesi, fra sei settimane, sarà finita, finita, per sempre, per sempre e che, liberata, libera, infine libera, io mi darò, per quanto io possa ancora, ai miei romanzi, ai miei drammi, alle mie novelle, a quelle opere quiete e solinghe e taciturne, di cui porterò nella tomba tutta la nostalgia. Così giurano il marinaio, il giuocatore, il folle amante, invocando sulla loro testa tutta l’ira del Cielo, per lo spergiuro: io, giuro come essi. Ed essi mancano al loro giuramento, il dì seguente, il minuto seguente: il marinaio ritorna al mare, il giuocatore riprende le carte, il folle amante si gitta ai piedi della sua donna, e la giornalista ricomincia a vivere pel giornale e nel giornale: e l’unica speranza è che la misericordia del Signore non ci punisca troppo gravemente di uno spegiuro così ostinato.

Ma sono io sola, forse? Questa febbre, talvolta sottile, talvolta bruciante, serpeggia solo nel mio sangue? Questa infermità così dolce e così terribile, insieme, ha solamente me, per profondo e intenso caso patologico? No: no. Nella fioritura del giornalismo italiano, che negli ultimi dieci anni ha assunto una forte vitalità e uno splendore di vita, vi sono, come me, altri, molti altri scrittori che sono stati trascinati da questo soave e imperioso male dello spirito e che, lentamente sono stati presi, quasi completamente presi, dal giornalismo. Ah, confratelli miei, che mi ascoltate e voi, confratelli di altri paesi che mi leggerete e tutti voi, confratelli cui arriverà l’eco delle parole, di una sorella di lavoro e di sacrificio, dite, dite, quanti di voi non hanno soffocata o tutta o in parte un’anima di poeta? Quanti di voi non hanno soffocata l’anima di un romanzatore? Chi di voi che non abbia ucciso, in sé stesso, delle aspirazioni di un’arte più complessa, e più vasta, e più nobile? Chi di voi che non abbia rinunziato a una visione mirabile di bellezza e di efficacia, visione che poteva, forse, discendere nella realtà e diventare parola viva, e farsi immagine viva, e farsi vita, infine, e voi esserne il creatore magico e felice? Ogni giorno, per le stampe, nei giornali, nomi già da molto tempo ammirati e amati, appariscono, in colonne di prosa, che formano il piacere spirituale del lettore, ma che tolgono il loro autore a concepimenti più larghi e durevoli: ogni giorno, nelle colonne dei dugento e più giornali quotidiani d’Italia, novelli nomi compaiono, e sono quelli di giovini pieni di talento nuovo e fresco, pieni di audacia gioconda e fortunata, e questi giovani non sanno e non vogliono attendere il successo lontano, lento, difficile e freddo dei libri e l’articolo del giornale dà alla loro impazienza, alla loro ansietà, una soddisfazione immediata, ed essi sono già vinti da quella febbre, e giammai più, forse, un libro uscirà dalla loro mente e dalle loro mani.

Solo costoro, forse, scrissero nella loro vita un motto di rinunzia, che potrebbe esser definitivo? Non altri? La nostra bizzarra professione è piena di transfughi volontari delle altre: e se il mondo è riboccante di avvocati, di medici, di ingegneri e di architetti, e le cosiddette carriere libere sono così ingombre da preoccupare, se vi sono, nel giornalismo, avvocati senza cause, medici senza clienti, ingegneri e architetti senza affari, vi sono anche giornalisti che avrebbero potuto, anche essendo dei modesti avvocati e dei modesti medici, guadagnare assai meglio la loro vita, renderla meno incerta, meno precaria e meno deludente, seguitando le loro carriere cominciate; vi sono dei giornalisti che avrebbero fatto fortuna, altrove, dovunque, mentre, obbedendo alla loro vocazione irresistibile, si sono racchiusi in un orizzonte forzatamente modesto, poco fumo, poco arrosto, molta idealità nella mente, molto sentimentalismo nel cuore e via, via, così, oscuramente, devotamente, sino alla fine della loro esistenza. Ogni tanto, uno di costoro, o tutti costoro, nelle fermate malinconiche dei loro giorni più dolenti, pensano se meglio non sarebbe stato, per ciascuno di loro, o diventar pretore per esempio, in un piccolo paese di montagna; o di aprire una farmacia nella natia borgata; o di esser un buon rond de cuir (quello che oggi chiameremmo un “colletto bianco”, ndr), un bravo impiegato del catasto, con le maniche di lustrino, e il diritto securo alla pensione; o un medico condotto filante sulla sua bicicletta, da un villaggio a un altro;  forse, sognando, il pretore avrebbe potuto, in vecchiaia, giunger sino a consigliere di Cassazione; il farmacista diventar sindaco e poi deputato; e l’impiegato salire, chi sa, sino al Consiglio di Stato; e il medico sino alla clinica di una grande università: mentre in realtà, il sognatore, non è che un buon semplice cronista di giornali, a centocinquanta lire al mese, niente altro, e resterà, egli, poi, sempre in quel giornale, potrà mai essere più di un cronista, e saranno mai aumentate le sue centocinquanta lire? O vocazione che non si discute! Se un giornale nuovo s’annuncia, a frotte, a frotte, arrivano i predestinati, studenti ginnasiali, studenti liceali, studenti di legge, studenti di medicina, studenti di lettere, studenti di tutto e studenti di niente, e giovani già laureati e alcuni non più giovani, e tutti quanti vi domandano di accoglierli, nel vostro giornale, e vogliono fare il lavoro più pesante, più noioso e ignoto, e non vogliono esser pagati, e queste schiere di volontari sono così folte, così folte, che il direttore del giornale si chiede, sgomento, se vi saranno abbastanza sedie, nel suo ufficio, per far sedere tutti costoro, se tutti rimarranno! E molti se ne vanno via, è vero: ma molti restano, ostinati, tenacissimi, destinati alle bisogna più insignificanti, ma sempre lì, delle giornate intiere, delle notti intiere, talvolta solo per andare a prendere, il sabato sera, i numeri del lotto, talvolta solo per togliere, ogni ventiquattro ore, un foglietto del calendario, ma fedeli, immobili, portanti veramente sulla fronte, portanti negli occhi, il segno della vocazione che niuno vincerà mai. E tanto il grande articolista, il cui verbo politico o sociale è atteso, nelle questioni solenni ove sono in giuoco la patria e i suoi interessi, la società e le sue leggi, come il piccolo reporter a trenta lire il mese, tanto il proprietario di un gionrale forte e antico che influisce sulle sorti di ogni idea, di ogni fatto e di ogni persona che discute, quanto il piccolo informatore parlamentare a quattro soldi la linea, tutti sanno bene quanto sia fallace e scoraggiante, coi suoi risultati, tale professione in tutte le condizioni: essi sanno che la sorte di un giornale e, insieme a essa, la sorte di centinaia di persone, è sempre attaccata a un filo: che la sua prosperità può essere caduca, da un istante all’altro: che tutto può giovare a quella industria ma che tutto può rovinarla: e che il mondo che vi lavora, con ogni sua forza migliore, vi si agita sovra un terreno mobile, incerto, infido. Chi può ignorar tutto questo? Su quattromila giornalisti, diciamo una cifra a caso, quattrocento, forse, vivono benino, se si contentano di quel che hanno: quaranta, forse, sono agiati; dieci, forse, hanno l’apparenza della ricchezza: e fra i dieci, tre o quattro sono ricchi, veramente, perché furono o i più saggi o i più fortunati tra tutti: e fra questi tre o quattro, due soli forse, hanno, arricchendo, conservato intatto, non dico l’onore ma la loro pace!  Tutti gli altri, la gran massa di lavoratori del giornale, sono volontariamente e umilmente poveri, poiché hanno delle famiglie, anche essi, e dei vecchi genitori, in casa, e dei piccoli figli, e ciò che guadagnano, basta appena a dare una decenza alla loro povertà, e malgrado questo, si affaticano, consumando le loro migliori energie, forzando, talora, il loro cervello esausto, forzando le loro membra affaticate: e questo martirio quotidiano è sopportato, quasi sempre, serenamente, e spesso, con un segreto piacere, con un piacere palese. Oh quanti ne ho veduti, di costoro, coi loro volti già fatti smorti dalla vita sedentaria, dalle veglie, dal singolare modo di esistenza, poiché tutto è singolare, in tal professione, quanti ne ho visti, chinarsi, per anni, sovra il loro foglio di carta, con un moto familiare e commovente, simle a quello del faticatore della gleba, quanti ne ho visti, in piedi, per lunghe notti d’inverno, presso il marmo della tipografia, curvandosi sulle colonne dei caratteri, e nell’alba gelida tornare, infine, a casa, fra le prime ombre degli operai usciti dalle case, verso gli opificii, fra le ultime ombre dei gaudenti e dei viziosi, rientranti nelle loro case.

Quanti ne ho visti, di questi martiri, di questi eroi, e poi non li ho visti più giacché se li era presi la morte, venuta troppo presto, e la mia mano di amica, di sorella, ha dovuto, tremando, scrivere il loro nome e rimpiangere tanto martirio e tanto eroismo, Oh tu che, almeno realizzasti il tuo fulgido sogno, o nostro maestro e amico diletto, o  Eugenio Torelli Viollier (cofondatore del Corriere della Sera, nato a Napoli, ndr), apostolo, martire, eroe del giornalismo, tu, sì, creasti un organismo possente e bello, tu, sì, vedesti coronato di un bene supremo il tuo lungo sforzo, la tua profonda idea, e un giornale bello, onesto e forte, visse e vive, ma il giorno che questo sogno fu una realtà perfetta, tu moristi, consumato, distrutto dalla fatica immensa, e la tua morte ci dissero, ancora, che la corona della vittoria è quasi sempre bagnata di sangue, nel giornalismo, e che, quasi sempre, è deposta, ahi, troppo tardi sovra una tomba.

***

Ma che è dunque, un giornale, perché da esso emani un fascino così incommensurabile? Che è mai un giornale, perché l’irradiazione del suo calore e il fulgore della sua luce, attirino, da un irresistibile focolare che non si estingue mai, attirino le anime col loro intelletto e con la loro volontà e di queste intelligenze e di queste volontà si faccia novella fiamma e novella luce? Tu che domandi questo, con meraviglia e con curiosità, tu non sei giornalista: tu sei pubblico che mi ascolti oggi, tu sei pubblico che mi leggerai domani, lontano: io veggo qui il tuo sorriso un poco scettico, indovino l’altro sorriso, quello di domani, anche più scettico. Poiché tu non sai, ascolta. Prendi un giornale: schiudilo. Al primo sguardo, coi tuoi occhi mortali, tu scorgerai un gran foglio di carta, impresso sulle sue quattro pagine, e forse sulle sei, con piccoli e grandi caratteri neri. Niente altro, a prima vista. Compiaciti ora, di osservare un dettaglio: in alto, da un lato, fuori dal titolo, fuori dalla testata, leggi una cifra, da quanto tempo è nato il giornale che hai tra le mani. Forse vi leggerai anno secondo, forse vi leggerai anno quarantesimo. Ambedue le cifre sono false. Sotto altro nome e sotto altra forma, in altre plaghe, in altre civiltà e in altre barbarie, il giornale ha molti più anni di due, di quaranta, di centocinquantanni. Se tu cerchi in una enciclopedia troverai bene, alla parola giornale, un lunghissimo capitolo, ove leggerai che i cinesi, i quali hanno tutto inventato prima di qualunque altro inventore, avevano dei giornali, varie migliaia di anni fa. Ma è vero, questo, non risale forse più indietro, assai più indietro, la nascita di un primo gionrale, il primo fra i primi, chi sa, scritto con un ferro di lancia, o con una pietra aguzza, sovra una scorza di albero? Le antichissime stirpi che furono, probabilmente, più sagge e più serene di noi, che portarono nel petto, un’anima giovane e calma, e cosciente, e sapiente, chi sa, dovettero comunicarsi le loro idee, in una forma strana e sagace, e molteplice, e forse un giornale è sempre esistito da che il mondo esiste, un giornale in sua espressione palpitante e fremente di pensiero, di sentimento, di istinto e di volontà! Come la vita, come l’amore, come la morte, il giornale è antico e come queste tre cose esso è forte cme la vita, come l’amore e come la morte. Tu lo compri con un soldo, lo leggi sbadigliando, sonnecchiando: dopo lo gitti via: il tuo servo ne avvolge le tue scarpe. Ma esso è una cosa anostrale, lontanissima, tradizionale, ove si è impressa, man mano, tutta la storia dell’umanità in tutti i paesi, in tutte le età, in tutti i momenti: esso ha contenuto tutti i gridi di dolore, tutti i singulti di strazio, tutti i sorrisi di gioia, tutti gli spasimi delle ebrezze, ovunque si è sofferto e ovunque si è goduto, ovunque si è lottato e trionfato, ovunque l’umanità ha avuto le sue disfatte e le sue vittorie. Tu lo paghi un soldo, tu lo leggi sorridendo, se esso ti piace, e irritato, se esso ti dispiace: e poi lo lasci in un caffè, in un teatro, in un vagone ferroviario, in camera tua: e più tardi serve a strofinare una maniglia di porta, o a far da fondo a una credenza; o a cadere nella spazzatura così per suo destino: esso vale più delle strisce di pergamena ove sono scritte, da migliaia di anni, le preghiere a Sakia Mouni, al Bouddha divino e umano, vale più di tutti i papiri, più di tutti i graffiti, più di tutti gli incunabuli, presi insieme e tutte le mille biblioteche, e tutti i milioni di volumi che vi sono raccolti, da centinaia di migliaia di anni, non valgono, nella loro parola misteriosa o cognita, quel che vale un giornale, il giornale. Dopo aver speso cinque centesimi e averlo letto si e no, o tu che mi ascolti, fanne un cappello da carabiniere per il tuo bimbo o una barchetta per la tua cara figliuoletta: ma il giornale è tutta la storia ed è tutta la vita!

Capriccioso, inquieto, esigente, insoddisfatto signore che ti chiami lettore e ogni giorno chiedi novelle cose, al giornale, che cosa vuoi tu da esso? Che esprima nel suo articolo di fondo, le informi idee politiche che si agitano, confuse, in fondo alla tua oscura coscienza e che te la esprima con chiarezza e ti dica quello che a te sembra di aver pensato, e te lo dica vividamente, brillanetemente, e che tu finisca per credere di esser, tu, un pensatore lucido e vibrante? Degnati di leggere: e questo miracolo spirituale accadrà ogni giorno. Vuoi tu che il giornale ti faccia il solletico intellettuale, contrastandoti i principii e i criterii che hai sempre professati, da cui non vuoi decampare, ma che ti piace di discutre? Compera il giornale che non la pensa come te, e ti darai il gusto del contraddittorio. Sei tu un postivitsta e, detestando gli ideologi, vuoi tu solo conoscere quello che accade nelle numerosi parti del mondo, e ti preme più sapere se vi è stato un terremoto al Kansas, una eruzione alla Martinica, e un matrimonio in automobile a New York, anzi che sapere se debba, un giorno o l’altro trionfar l’idea repubblicana o il Papa debba esser re: sii contento, sii felice, sii ebbro di notizie: ormai, tre quarti dei più grandiosi giornali, non contengono che la cronaca di tutto l’universo e persino, potrai sapere che cosa accada nel pianeta Marte, e la estensione sempre più vasta e più preoccupante della malattia cutanea del sole, giacchéil sole è serimanete infermo, i giornali te lo debbono aver detto! Che cosa manca alla tua coltura? La scienza, l’arte, la poesia, il teatro, tutte le invenzioni e le scoperte, tu non sai nulla di nulla, e non vuoi, non puoi, non ti piace, non hai il tempo, non hai il denaro per comperare un libro, per comperare venti libri, per aprirli, per sfogliarli, di trascorrerli? Ecco, ecco, bastano i tuoi cinque centesimi e ti si dà un estratto concentrato di tutte queste cose e in poco tempo, ammanito in forma semplice e netta, tu puoi farti un corredo mirabile, superficiale ma mirabile, di cognizioni, di ogni specie, e se qualche cosa ti manca, o lettore, tu hai sempre pronta una cartolina o una letterina al tuo giornale, ove severamente gli rimproveri di non occuparsi di tal argomento, molto importante: e il trepido direttore, che dipende dal tuo cenno tirannico, subito, se ne preoccupa: e qualche giorno più tardi, per obbedirti, per legarti, per soddisfare la tua curiosità e completare la tua istruzione, la nuova rubrica appare. Sei tu un aristocratico e vuoi tu sapere le gesta mondane dei tuoi pari, se nascono e muoiono, se si fidanzano e si sposano, se partono o arrivano, sei tu un borghese che guardi con occhio da snob la grande società, sei tu un provinciale a cui una sfilata di titoli riempie l’anima di giulebbe? Ebbene, ti abbiamo inventata una cronaca mondana, copiosa, abbondante, ed essa è carica di tutti gli aggettivi estetici, che a noi costano assai poco, che piacciono tanto a coloro cui sono attribuiti e che ti fanno sognare, o snob, o provinciale, tutto un mondo etereo e arcano. Molteplice lettore insaziabile e insaziato, quale sentimento dell’anima, qual moto del pensiero, qual costume della esistenza, quale diletto della tua giornata, quale svago  delle tue feste, e quale illusione di tutto il tuo essere non è, nel giornale, notata, ciarita, sviluppata, proclamata? La religione e lo sport, la guerra e la giustizia, la difesa della patria e il benessere economico, il denaro che va, il denaro che viene, la bellezza e la salute, la morale e la legislazione, le sciarade e lo Stato Civile, i processi e i congressi, i delitti e le punizioni, quale di queste cose manca, nel giornale? E se vi manca, tu lasci il giornale, ne pigli un altro, più completo e se non ve ne è, uno, che ti dica tutto, tutto, tu ti lamenti, ti annoi e invochi l’impossibile giornalistico.

Quale gruppo di gente, quale collettività, quale folla, che non finisca per trovare, nel giornale, le notizie, le idee, le proposte che formano il sostrato della propria figura sociale? E’ tutta la storia di una società, un giornale, ma è, specialmente, tutta la sua vita: svariata, profonda, fugace, balenante, ondeggiante, multanime, diffusa e raccolta, lanciata fino agli estremi confini dell’orizzonte e ripresa in un pugno, un immenso dettaglio e una sintesi possente e geniale. E, come la vita istessa, di cui è la immagine, lo specchio, il riflesso, l’eco, il palpito, il fremito, il giornale ha, in sè, il potere di tutto il bene e di tutto il male.

 

***

 

Un uomo, in Francia, passò tutta la sua operosa esistenza e dedicò tutto il suo forte ingegno a rialzare il concetto della stampa quotidiana, e a trasformare il gionralismo, secondo i criterii dominatori e pur magistrali che si agitavano nel suo spirito: Emilio de Girardin (fondatore de La Presse, ndr). Costui intravvide sempre il giornale come una milizia, e fra i tanti aforismi che la sua grande passione giornalistica, di cui non guarì giammai, gli ha ispirato, vi era questo: cioé che nel Medio Evo, per fare la propria fortuna, si armava un reggimento, e nel mondo moderno si fondava un giornale. Mille soldati pronti a vncere e a morire, sotto un capo valoroso disprezzante la vita e la morte, sono, infatti, una forza di difesa e una forza di attacco: un giornale fermo, tenace, impetuoso e coraggioso sotto la direzione di un uomo che è pronto a tutto perdere per tutto guadagnare, può fare tutto il bene e tutto il male, ed è questo suo potere di distruzione e di creazione che soggioga tutte le coscienze avide di energia, di imperio, che avvince e vince tutte le anime assetate di un apostolato per un’idea, per un sentimento. Incomparabile possanza che ha questo foglio di carta ove sono stampate delle parole, delle frasi, ogni dì differenti e spesso uguali, nella monotonia del pensiero fisso, incomparabile possanza che niuno può misurar bene, subito, ma la cui opera si allarga e si prolunga e tutto forma e riforma e trasforma, intorno a sè. E’ dentro la fronte di un uomo di Stato che ha concepito il grande piano politico, il quale, forse, domani o tra dieci anni, muterà la faccia di questa vecchia Europa: e niuno lo conosce questo profondo e originale progetto: e, la più cara creatura che vive intorno a questo uomo, tutto ignora. Ma in una stanza, probabilmente nuda, presso un tavolino macchiato vi è un uomo che non è nè un diplomatico nè uno statista nè un sociologo: che è, invece, solo, un semplice giornalista e talvolta, un povero giornalista: e dal silenzio ove questo giornalista pensa, scrive, si affatica, allo stridor continuo della sua penna, dalla penombra in cui egli passa le sue ore più belle, questo giornalista ha intuito, compreso, misurato il piano misterioso: dell’uomo di Stato, e la sua parola, domani, comunicherà a cinquantamila lettori stupefatti che qualche cosa di inaspettato si prepara, si matura, e l’uomo di Stato vedr’ rivelato il suo più geloso segreto, e sentirà che un’altra forza è sorta a farsi gioco della sua. E’ in fondo a una stamberga gelida e tetra, che muore di fame una intiera famiglia combattuta dalla più rea fortuna: ma basta che una breve notizia giunga al cuore pietoso di un cronista, basta che dieci righe, l’indomani, dicano a tutte le anime caritatevoli che vi è una miseria da soccorrere, dei bimbi da sfamare e da proteggere, una sventurata madre da sollevare dieci righe, sono sufficienti perché tutti i rivoli della bontà umana sgorghino e inondino le esistenze inaridite dalle privazioni e dagli stenti.

Incomparabile possanza del bene e del male! Portato dal suo talento, sospinto dalla sua volontà, esaltato dalla sua fortuna: un uomo è sul più alto stallo sociale: e tutti gli occhi sono fissi in lui: e tutti gli spiriti gli si inchinano e nulla resiste alla sua volontà. Ma egli ha un avversario, fra tanti altri; un avversario che acumina contro lui la sua arma fine e lucida e fuggente sulla carta: la penna: un avversario che è un giornalista. E il ministro, non ha mezzo di combattere il solo fra i suoi avversari che gli sfugga, il giornalista. Costui, invece, non ha nulla per sè, salvo che il suo ingegno, il suo ardore e il suo giornale: ha ha, per sè, che la sua opera quotidiana e la diffusione a migliaia e migliaia di persone, delle sue idee e delle sue opinioni. Ebbene, quasi sempre, nel volgersi del tempo e dei fatti, è il povero malinconico e appassionato giornalista che finisce per vincere, così per compenso alla sua fiamma e alla sua devozione. Tutto il bene e tutto il male! Chi addita al pubblico la bellezza di un’opera d’arte che giace ignota, poiché l’artefice non giunge a farsi conoscere e apprezzare?  Chi indica un errore della legislazione, e i danni intensi che ne soffrono i cittadini, e domanda che la vita diventi meno dura, meno difficile, meno tribolata, per quanti sono destinati a viverla così? Chi corregge un indirizzo falso che una questione morale ha assunto, per la debolezza degli uomini e per la mancanza di volontà? Chi proclama la ingiustizia che colpisce gli innocenti, e li opprime e li avvilisce mentre colui che solo è colpevole, sorride e ride nella sua impunità? Chi denunzia tutti i mancamenti, tutti i traviamenti, tutte le frodi, tutte le corruzioni che deturpano la compagine sociale? Chi se non il giornale, questo o altro, per una ragione o per un’altra, ma il giornale, qua un raggio, altrove un baleno, altrove un faro? Chi può unire i popoli? Chi li può disunire? Chi può slanciare tutto un mondo sovra una via di bellezza e di entusiasmo, chi può distruggere ogni impeto di bene’ Chi può combattere la superstizione e chi può danneggiare la religione? Una santa idea da chi può essere diffusa e propagata, da chi può esser detta alle orecchie più lontane e più indifferenti, da chi può esser annunciata e proclamata, se non dal giornale? Chi può salvare una vita minacciata, un ente che crolla, una istituzione pericolante? E chi, chi può portare il primo colpo di piccone e anche l’ultimo, a un edificio che pareva incrollabile e che domani sarà un mucchio di rovine? Tutto il male, si: ma anche tutto il bene e massimamente il bene, un bene morale, un bene sociale un bene che non resta in una stretta cerchia ma si dilata lontano, lontano, un bene che non giunge soli ai pochi ma che arriva alle folte, alle masse folte, ma che si  moltiplica per ogni creatura umana. E come volete voi che ognuno di noi, portando nello spirito tutto un cumulo di desideri intellettuali e sentimentali, avente tutto un mondo ideale, in sè stesso, che freme e batte alle porte del cervello, alle porte del cuore, per escire, per esistere, per vivere, per propagarsi, come volete voi che ognuno di noi scrittore, psicologo, sociologo, legista, filosofo, avente in sè tutte le essenze della vita morale, e volendole diffondere all’universale, e adorando le proprie idee, e non invocandone altro che il trionfo, in bellezza e purità, come volete voi che il giornale non ci attiri, non ci prenda, non ci tenga e non ci lasci più per tutta la vita? Quale cattedra migliore per una ricchezza di pensieri e di fatti da comunicare, da narrare, da commentare, da far penetrare negli strati più densi e più duri? Quale pergamo migliore per un sermone di vita, ogni giorno, in cui ogni evoluzione dello spirito sia rivelata e proclamata? Quale tribunale migliore per difendere l’anima nostra e i suoi tesori spirituali? Quale miglior tribunale per attaccare e debellare la bassezza, la viltà, la grettezza e la miseria delle coscienze? Chi, chi di noi, che non raccolse dalle sue fatiche alcuna fortuna ed è povero e povero morrà, rinunzierà al profondo e disinteressato slancio di poter, almeno, dire una parola tragica o una parola serena, e con essa commuovere il cuore umano e placarlo dalle sue ire? Questo impulso di comunicare alla folla le nostre sensazioni e le nostre impressioni, subito dopo averle provate, e di sentir, dopo un giorno, il fremito unisono nella folla, questo piacere supremo di poter far sorridere e di poter far piangere tutto un pubblico immenso, al nostro riso e al nostro pianto, questa vita comune, con la folla, vincendola, questa profonda, fraterna emozione, con la folla, non è, forse, il segreto della nostra dedizione al giornale e il miglior compenso al lungo sacrificio e alla crudele rinuncia di ogni altro bene? Ah quando il nostro cuore trabalza di dolore, di indignazione, di entusiasmo, e sotto la ispirazione di questi moti spontanei e liberi e schietti, la nostra penna trova accenti novelli che fanno palpitare prima noi stessi che li pronunciamo sottovoce e che domani faranno sussultare mille cuori, quando, un sola volta, noi abbiamo sentito questo legame con le altre anime e strumento generoso ne è stato il giornale, ebbene, nulla ci sembrerà simile a tale ebbrezza, e nulla ci toglierà dallo spirito al desiderio di provarla, ancora, sempre, fin che ci resti un palpito nobile e puro nell’anima, finché ci duri la fede nella nostra essenza immortale.

***

E in tanta voluttà spirituale, un intimo cruccio tortura noi tutti, che demmo al giornale la miglior parte del nostro ingegno e gli donammo lunghi anni di travaglio, e recidemmo, così, tante alate nostre speranze. Si, noi siamo nascostamente tormentati dalla imperfezione dell’ente, a cui c’immolammo con ardore, ciecamente: noi ne sentiamo i difetti e gli errori. Mentre, negli ultimi dieci anni, il giornale, da per tutto, si è avanzato vivacissimamente verso tutte le vie più belle e più larghe, mentre il giornale e il giornalista, fra noi, hanno fatto miracoli di talento di coltura, di volontà, di genialità, mentre il cammino percorso è stupefaciente, ancora noi sentiamo quello che guasta e infiacchisce l’ente che abbiamo adorato, e la cui adorazione rese febbrile il nostro sangue e questa febbre finirà con la morte. Il giornale rassomiglia ancora e troppo, al giornalista: la personalità di chi scrive, la personalità di chi lo organizza e lo crea, sono, ancora, troppo evidenti, troppo eminenti, troppo invadenti. E un uomo è un uomo, con tutte le sue contraddizioni, con tutte le sue fiacchezze, con tutte le sue decadenze: un uomo è essere di vanità, di fragilità, di incertezza: un uomo è una creatura di contrasto, di negazione, di passività: un uomo è un cuore che ama troppo, che odia troppo, che obblia troppo, che troppo ricorda: un uomo è un’anima che crede di essere nella verità e nella giustizia e che, spesso, si ostina nella falsità e nella menzogna. Un giornale è ancora un uomo: o è varii uomini: è uno strumento armonioso, spesso, ma spesso dissonante: è un arme diritta e fulgida di difesa, spesso, ma è una lama che penetra, che ferisce, che uccide: è una canzone di amore alla beltà delle cose e delle idee, ma è, anche uno sputo velenoso di collera: è un epitalamio all’amore che affratella e che rinsalda, ma è anche un sogghigno cinico e dissolvente. Perché un giornale sia una cosa nobile e integra e austera e tenera, noi non siamo ancora abbastanza puri, abbastanza schietti, abbastanza rigidi e abbastanza amorosi: a questa santa eucaristia, noi non ci accostiamo ancora, con un cuore mondo e con un’anima candida. Le colpe ereditarie, i falli atavistici, le debolezze congenite, le miserie interiori ancora macchiano l’anima nostra, perché la nostra opera, perché  il giornale sia senza labe (labe=macchia, ndr).

E così, troppa gente teme e disprezza il giornale, perché teme e disprezza il giornalista: troppa gente ci ritiene degli sfaccendati e dei corrotti e ritiene un giornale un aggregato di bugie e di infamie e tutto ciò fa soffrire intensamente la nostra coscienza di lavoratori. Tutto questo deve finire: lentamente, continuamente, questa iniqua opinione del pubblico deve essere combattuta e vinta. Di giorno in giorno, ovunque sono giornali, giornalisti e lettori, tutti quanti, in un moto continuo di elevazione, debbono lavorare a che sia eretto un edificio di stima e di considerazione. Bisogna che nel giornalista nasca un uomo nuovo, che si evolva verso un concetto più alto e più impersonale della vita, dei suoi doveri, dei suoi diritti: bisogna che nell’uomo nuovo, dato al sacro apostolato del giornalismo, gli antichi errori siano cancellati dal suo sangue, dai suoi istinti dalla sua volontà: bisogna che questo uomo nuovo sia il discepolo di una disciplina rigorosa e il maestro di un insegnamento sublime, di cui egli stesso è l’esempio. O gran sogno di nostra vita declinante! Noi sogniamo un gionralista che si contenti e non soffra di sua povertà proba e virtuosa, che si appaghi di quanto gli danno le sue fatiche diurne e notturne, mentre queste fatiche sono assai melgio compensate dall’intenso suffregio del pubblico: che consideri la sua esistenza come una non interrotta missione di bene: che ogni cosa bassa gli faccia orrore, che ogni infamia trovi in lui la ribellione; che ogni corruttela trovi in lui un’armatura irriducibile. Sogno, sogno grande di virtù, e di bellezza, consola tu i nostri occhi già stanchi, che troppe cose videro e troppe cose tristi e laide, videro e si intorbidarono, per sempre! Noi sogniamo un uomo, di noi più forte, di noi più baldo, di noi più audace, che dia tutta la sua forza, la sua baldanza, la sua audacia alle cause più umane e più giuste: che prodighi i tesori del suo intelletto non alle vacue esercitazioni estetiche, ma a una arte amorosa e passionale,ove si muova tutto il sentimento che può racchiudere un cuore vergine e fervido; che non metta verbo sulla carta, se non in onore della verità; che non saluti profondamente se non la virtù: che non innnegghi, in sua parola, che all’eroismo. O visione bella e seduttrice di un uomo consimile, più tardi, quando i tempi saranno maturi, tu non sei un miraggio, tu non sei un inganno, tu non sei un’illusione! Nel nuovo giornalista, l’uomo nuovo verrà, verrà, noi lo sentiamo, noi lo vediamo: giacché la sua anima bella e pura e leale, sarà stata fatta da tutti noi, che lo precedemmo, da tutti noi che fummo imperfetti, è vero, che fummo caduchi, ma che demmo, ognuono di noi, tutto quello che possedevamo di meglio, in noi, perché, più tardi, l’uomo nuovo, il nuovo giornalista, sorgesse. Verrà, egli sì, verrà non sappiamo quando, non sappiamo dove: ma il suo avvento è immancabile: ma la giovine anima sua si va formando, da tutte le nostre, che deposero, in olocausto, quanto era di più eletto, di squisito, di soave in loro, perché egli, più tardi, ne raccogliesse la pura ricchezza e ne formasse il magnifico suo spirito.

O sogno consolatore ed esaltatore di un giornale, come il nostro desiderio ideale ci può dare, o consolazione di ogni nostra amarezza e di ogni nostro rimpianto! Noi sogniamo un giornale dell’avvenire, in cui siano armonicamente composte le sue parti e regni in esso quella beltà indicibile che viene dalla unione perfetta e dal perfetto equilibrio: in cui abbiano pascolo novello, ogni dì, la immaginazione e la ragione e il sentimento: in cui non segni che il senso completo e buono della verità: in cui niuno sia offeso, salvo il nimico del bene e il nimico della virtù: in cui sieno venerate tutte le grandi forme del pensiero e del lavoro umano, in cui ogni più santa causa trovi la difesa più disinteressata e più fervida: in cui niuna menzogna inganni il pubblico, in cui niuna transazione sia fatta con la turpitudine, col vizio, con la infamia; in cui nessuno si inchini innanzi al denaro, ma tutti compatiscano e amino il povero e il sofferente, in cui la guerra, flagello del mondo, sia combattuta: in cui la fede, forza degli umili, forza degli oscuri, sia rispettata: in cui la politica, sia la gloria della patria: in cui la parola sia bella come è bella l’idea: e lo scopo sia nobile: e tutto rotei attorno al più fiammeggiante desiderio di bene. O vivido, o alto sogno nostro, noi ti tendiamo le braccia e gridiamo di dolore e di ansia, verso te! Questo, noi non lo vedremo mai. Tutti morremo, prima di vederlo. Fiaccati dalle ingrate fatiche, passando dallo scrittoio al letto dell’agonia, noi infine piegheremo la testa, e aspetteremo che il riposo eterno, finalmente, chiuda la carriera nostra mortale. Sarà, sarà questo giornale, molto più tardi, quando tutti noi saremo spariti, e sparita la parva memoria del nome nostro. Ma sarà! E le generazioni dei giornalisti obliati avranno dato al giornale novissimo, gli elementi che ne formeranno la bellezza e l’energia: e ogni sua virtù che parrà inaspettata e meravigliosa, avrà avuto, di lontano, da chi ci precedette, da noi, dai nostri successori, radici di virtù: e ogni sua purezza verrà dalle antiche semplicità che discesero e si accumularono col biancore delle nevi eterne, e con la loro limpidità: e ogni suo valore porterà le tracce del nostro coraggio: e ogni suo triofno sarà costato, a noi, ai nostri successori, il sangue più rosso delle vene. Nulla vedremo e nulla sapremo di questo: noi, che fummo le sentinelle perdute, e sapemmo tener la consegna, e scomparimmo senza gloria e senza ricordo. Ma il giornale novissimo, scudo lucente , armatura senza macchia cuore dei cuori, anima delle anime, sarà, sarà: e il nostro spirito, il nostro pensiero, vivrà, rivivrà in esso misteriosamente e amorosamente. Vuol dire che il nostro travaglio e il nostro sacrificio, saranno serviti alla sua vita futura; vuol dire che non saremo vissuti invano; vuol dire che non invano avremo dato la nostra vita, per il nostro sogno.

Matilde Serao

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 27 Marzo 2019 e modificato l'ultima volta il 27 Marzo 2019

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