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GLI AUGURI A BENITEZ

Buon compleanno Rafa, napoletano nell'anima

NapoliCapitale, Sport | 16 Aprile 2014

rafa benitez

16 Aprile 2014, oggi. Giusto cinquantaquattro anni fa, nel 1960, nasceva lui, il nuovo Re del Regno di Napoli: Don Rafè da Madrid. Cinquantaquattro primavere trascorse tra campo e scrivania, ad insegnare calcio e tattica, a vincere scommesse, a compiere imprese. Il tecnico del Napoli è provvisto di un pedigree di tutto rispetto, una carriera che è una sfilza di diamanti incastonati sullo sfondo del cielo di Napoli, la sua nuova casa, l’Iperuranio da cui attingere le sue nuove creature.

E’ arrivato da queste parti in punta di piedi, preceduto da una fama aristocratica e direttamente dalla “vicina” Spagna, su una carrozza mediatica che si confa solo ai Grandi, quelli veri. Si è presentato alla città con quel faccione paffuto, quel volto tornito tinteggiato di rossore, presagio di una profonda umiltà, anche questa tipica solo dei Grandi.

Rafa Benitez Maudes si palesò all’orizzonte del Golfo con al seguito un rosario di vittorie, di granelli da srotolare a mo’ di trofei conseguiti sui campi d’Europa e nemmeno il tempo di sedere al nuovo tavolo che si lasciò scappare: “Ciao sono Rafa, ma da oggi chiamatemi Rafè”. Lo stile di comunicazione come volano di un Amore millenario, di un cordone invisibile che lega tuttora Napoli alla Spagna: “sono qui perchè voglio vincere”. La scintilla e il colpo di fulmine effetti assodati sull’onda emotiva di una presentazione in grande stile, di quelle tanto care all’istrionico Aurelio insomma, con elicottero al seguito ed immancabile trasferimento a Capri. Rafa in Wonderland, nella sua nuova culla, per un’idea rivoluzionaria e romantica: “Chi dice che non si può vincere a Napoli?”.

E la folla che si attendeva Pioli o Guidolin si vide arrivare quel faccione tondo e rossiccio direttamente da Liverpool, un coupe de theatre accolto come nuovo orizzonte di prosperità calcistica. Napoli e gli Spagnoli, una corrispondenza d’amorosi sensi, un feeling che prosegue, come la storia insegna, nel nome di un obiettivo comune: vincere nel calcio, che a volte assomiglia un po’ a vincere nella vita, soprattutto se sei a Napoli.

Il regalo di compleanno il Napoli glielo dovrà fare il 3 Maggio a Roma, per alzare quel primo trofeo che tutti si augurano arrivi già alla sua prima stagione in azzurro. A De Laurentiis spetterà, poi, il ruolo di consegnarli ben altri regali, nel solco di una strada tracciata a giugno scorso, che deve per forza di cose condurre laddove solo Diego Maradona osò arrivare. Benitez è giunto a Napoli per portare la “sua” rivoluzione, una rivoluzione prima culturale che calcistica, cambiare la mente e gli occhi che guardano il campo, non semplicemente quello che in campo succede e si snocciola.

Il Maestro madrileno ha imposto lo spartito: “Se vogliamo vincere dobbiamo fare questo, quello e quell’altro”, De Laurentiis ha eseguito. Il dito indicato verso l’orizzonte, una camera con vista sull’azzurro di Napoli tranciato di netto nel segno di una “V” stilizzata, la “V” di vittoria. La melodia da realizzare è di quelle solenni e coinvolgenti: l’Orchestra segua il suo Direttore, senza “se ” e senza “ma”, si fidi di Rafa. Il “nostro” è stato persino capace di dividere una città intera, quella dei salotti calcistici, dei palati fini del Te Diegum e delle ribalte mediatiche figlie di improvvidi autori, affidate ad insipienti interpreti: i Rafaeliti ed i Non Rafaeliti, ne è nata una religione, un culto pagano, una scuola di pensiero.

Sembra che il Destino abbia dispiegato la sua tela, uno Spagnolo che torna a Napoli per ridare lustro e splendore al Regno decaduto, sepolto sotto la coltre di indifferenza di un’Italia malevola e mendace. Ma Napoli è un po’ come l’Araba Fenice, risorge dalle sue stesse ceneri, da Dieguito a Rafa, il tone of voice è tutto di foggia ispanica e segue il mistico sentiero della fede calcistica.

Lui, con quel faccione da “buono” incompreso, ha subito capito dove stanno gli amici e dove si annidano i nemici, buono si, giammai un fessacchiotto. Rafè è Rafè, è più napoletano dei napoletani stessi: agli attacchi risponde col sorriso, con quell’ironia a volte pungente, altre volte dissacrante ed a tratti tagliente che è arma millenaria di una cultura senza confini spazio-temporali. Don Rafè incarna il vero napoletano, l’anima di una città caleidoscopica e tentacolare, che sembra un Cubo di Rubik per quanto è contraddittoria e sfaccettata, che ha bisogno di salvatori per redimersi e risollevarsi.

E noi siamo dovuti andare a prendercelo in Inghilterra, il nostro Nuovo Re, per dare al Regno orfano il suo nuovo Dio da avere in gloria, un Demiurgo che plasmi i sogni, che li modelli come argilla, che regali nuovi Eroi e nuovi Templi da adorare al popolo avido di Numi e protettori. Ma oggi è un giorno di festa, Napoli festeggia il compleanno del suo Re, lo agghinda di fiori in attesa di ricoprirlo di allori e noi, che di fede siamo convinti Rafaeliti, festeggiamo con lui, il Nuovo Re di Napoli.

Buon Compleanno Rafè!

Francesco Romano

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 16 Aprile 2014 e modificato l'ultima volta il 16 Aprile 2014

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