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Gli ori di Napoli: una rubrica di Gustavo Renna dedicata ai grandi artigiani dei gioielli

Rubriche | 18 Febbraio 2020

Il territorio del “Borgo Orefici” si sviluppa tra Corso Umberto I e via Marina e si estendeva quasi fino alla chiesa di Sant’Eligio verso Piazza Mercato, in un pittoresco intreccio di vicoli e viuzze che si snodano attorno alla Piazza Orefici, cuore pulsante del borgo.

Al suo interno operavano ed operano in parte, abili e preparati artisti ed artigiani specializzati nel settore, dagli incisori ai cesellatori, sino agli indoratori, agli argentieri ed ai gioiellieri. Anche se, per la gioielleria napoletana in genere mi aspetterei una rivalutazione storica culturale ma il cambiamento dovrebbe avvenire per l’intero comparto.

Napoli e l’Italia in genere non potevano permettersi un periodo storico così distratto e di deriva culturale.

L’attività orafa napoletana nasce in epoca Greca, consolidandosi nel XIV secolo con i Francesi, attraverso il riconoscimento di corporazione; lo testimonia il grandissimo materiale dei ritrovamenti archeologici custoditi oggi nel Museo Nazionale e nel Museo del Tesoro di San Gennaro.

Tutto quello che custodiscono in termini di gioielli è stato realizzato a Napoli, in questo Borgo. E noi? Permettiamo che tutto questo si interrompa? Tutti a correre solo dietro i “maghi del pasticciotto”?

Gli artigiani del Borgo Orefici, (vi erano anche altre piccole aggregazioni di orafi, ai quartieri Spagnoli e a San Biagio dei Librai), hanno realizzato capolavori di inestimabile valore, arredi sacri che vestono la maggior parte delle Chiese e Musei di tutto il territorio, e non solo ad opera degli artigiani più noti ma anche di tantissimi altri, meno conosciuti: un esercito!

La loro abilità via, via, ha subìto contaminazione dei saperi attraverso le varie dominazioni, ingrandendosi come una valanga, incamerando preziosi saperi… spesso inventando modelli e sistemi inediti…  impavidi scugnizzi, che non indietreggiavano di fronte a nulla! … neanche quando arrivarono i Francesi e li misero in crisi… anzi, i nostri si adeguarono ben presto.

Il gancio napoletano e lo sbalzo e cesello, con spessori minimi, le incisioni su metallo stile Lalìque, solo per citarne qualcuno, ne sono la prova.

Un’altra grossa sfida, la vinsero proprio con quest’ultima tecnica. All’inizio del ‘900, per differenziarsi dalle produzioni industriali, che minacciavano il prestigio e l’unicità dei manufatti realizzati in grande serie, delle prime macchine a vapore, decoravano con mirabili incisioni, (l’incisione era un’arte paragonabile alla scultura nella pittura), qualsivoglia oggetto prezioso, in cui vi erano raffigurate scene floreali oppure ispirate alla caccia oppure stemmi araldici e monogramma.

Corsi e ricorsi storici…sembra quest’epoca.

La maggior parte di questo esercizio di artigiani, io li definisco: “Scugnizzi di bancarielli” come diceva il nostro Pino Daniele in Lazzari Felici: “co volt sant m’piett e guerr dint o cor”.

I nostri avi hanno prodotto per l’esigente committenza dei regnanti d’Europa e del Regno delle Due Sicilie. Come si è potuto arrivare ad un momento storico come quello che viviamo oggi?

Oggi sembra che la storia di Napoli ed anche dell’Italia la stia facendo solo il “pasticciotto”, (anche se, il giorno dopo, rimane ben poco di questa meritevole arte): in ogni caso siamo tutti felici che comunque si parli di Napoli e dell’Italia per questo, anche se, a parer mio, ci sono anche altri comparti che andrebbero valorizzati. Tra gli”scugnizzi di bancariello”, tra gli artigiani di quel magico ‘900 ci sono Bruno Bosso, Gaetano Fusco, Giuseppe Oliva Giuseppe e Vittorio Buccino, che hanno negli occhi lo sguardo di fuoco della loro inesauribile passione.

Gustavo Renna

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 18 Febbraio 2020 e modificato l'ultima volta il 18 Febbraio 2020

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