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sabato 26 settembre 2020
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GLI SCIOPERI

Ferme le filiere della logistica. I SiCobas: “Non siamo carne da macello”

Senza categoria | 30 Aprile 2020

Scioperi attivi, presidi esterni ed interni ai magazzini, astensioni dal posto di lavoro, azioni fuori gli stabilimenti ed aziende, bloccate le principali filiere della logistica.

Oggi è stata la prima di due giornate di mobilitazione (la seconda domani, 1 maggio) con scioperi ed astensioni dal lavoro anche a Napoli dove si sono incrociate le braccia alla Tnt di Teverola, alla Tnt di Casoria ed in alcune aziende del Porto di Napoli.

L’azione di sciopero è stata lanciata del Sicobas sotto lo slogan: “Se posso lavorare allora posso organizzarmi e lottare!”.

Per la maggioranza dei lavoratori, spiegano, la “fase uno” non è mai esistita: durante tutto il periodo di quarantena obbligatoria, il 55% delle aziende hanno continuato a produrre merci e beni non essenziali persino nelle zone più colpite dal contagio, in spregio a ogni divieto e il più delle volte in violazione delle più elementari norme per la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. “Il tutto con la complicità e il “silenzio-assenso” di governo, Prefetture e sindacati confederali”.

Per questi motivi, secondo i Cobas, le fabbriche, gli stabilimenti e i magazzini (al pari degli ospedali) sono diventati il principale vettore di contagio. Migliaia di operai hanno trasmesso il virus ai loro colleghi e ai loro familiari e tanti sono morti, al punto che qualche giorno fa persino l’INPS ha riconosciuto ufficialmente che chi ha continuato a lavorare in queste settimane ha un rischio di ammalarsi maggiore del 25% rispetto al resto della popolazione. Gli operai sono stati quindi stati mandati in guerra in nome dei profitti e della “produzione nazionale”.

Le misure di emergenza varate dal governo Conte garantiscono ancora una volta soprattutto la classe imprenditoriale con sgravi e agevolazioni. Per molti lavoratori l’anticipo di CIGS e FIS da parte delle banche ad oggi non si è visto.

“E di questo passo tra qualche settimana saranno milioni i lavoratori che non potranno mettere il piatto a tavola, aggiungendosi ai milioni disoccupati, finte partite-Iva, precari e lavoratori al nero già oggi ridotti alla fame”.

Ora, con l’epidemia ancora pienamente in corso, migliaia di nuovi contagiati e centinaia di nuovi morti ogni giorno, si decide di “riaprire” tutte le attività. “E  vogliono continuare a tapparci la bocca, impedendoci di fare assemblea, di scioperare, di manifestare il nostro pensiero e il nostro dissenso, pena le denunce, le multe e i manganelli” spiegano i Cobas.

 “Quella che il Governo ha chiamato fase 1 ha visto la chiusura soltanto di una piccola parte delle aziende, che, col metodo delle autocertificazioni, ha continuato l’attività produttiva (1800 imprese nella bergamasca, 2980 a Brescia, di cui 317 del settore aerospaziale e armamenti).

Questo ha comportato un enorme aumento dei contagi e dei decessi nelle aree più industrializzate del nord.

Milioni di lavoratori trattati come carne da macello da Confindustria, Confetra e altri, con la complicità del Governo, che ha fornito loro la scappatoia per sottrarsi alla chiusura, e l’avallo di un accordo-farsa firmato con i sindacati confederali.

Come S.I. Cobas – si spiega – ci siamo opposti a questa politica criminale, a difesa della vita e della salute di tutti i lavoratori e le lavoratrici, attraverso l’astensione dal lavoro in tutte le filiere non essenziali e la rivendicazione sistematica di dispositivi e provvedimenti di protezione in quelle essenziali (sanità e alimentari).

Oggi il Governo si appresta a varare la fase 2, riaprendo progressivamente i settori rimasti chiusi.

Ma nel frattempo per migliaia di lavoratrici e lavoratori l’emergenza continua e le condizioni di vita e di lavoro peggiorano giorno per giorno”

E aggiungono i Sì Cobas: “Pur essendo riusciti a strappare con le nostre lotte risultati parziali ma essenziali come l’anticipo della Cassa Integrazione da parte delle aziende, queste ultime, forti del decreto del Governo sull’accordo con le banche, cercano di rimangiarsi gli impegni sottoscritti laddove possono, come ad es. all’Hotel Bristol, dove le lavoratrici sono da più di un mese senza salario e senza Cassa Integrazione, per i lavoratori, la fase che si prospetta è tutt’altro che il “ritorno alla normalità”.

Il rischio è che si scarichi sui lavoratori il peso dell’enorme aumento del debito pubblico, i cui benefici andranno in misura preponderante alle aziende, accentuando la repressione contro le lotte e il malcontento sociale che comincia a serpeggiare, soprattutto fra la massa crescente dei disoccupati, dei lavoratori in nero senza alcuna protezione, dei precari.

“Lavorare a rischio della nostra salute e della nostra vita e chiuderci in casa finito il lavoro è la prospettiva che ci vogliono imporre e che dobbiamo respingere da subito con la lotta e l’organizzazione” partendo dalle rivendicazioni immediate.

Tra le richieste: il pagamento immediato della cassa integrazione per tutti i lavoratori in lockdown; il no all’apertura indiscriminata delle aziende se non con dispositivi di protezione di qualità e in quantità sufficiente e con misure di protezione reali e verificabili; tamponi sistematici per tenere sotto controllo realmente l’evoluzione del contagio; la libertà di manifestare.

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 30 Aprile 2020 e modificato l'ultima volta il 30 Aprile 2020

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