lunedì 18 marzo 2019
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GOLPE IN VENEZUELA

Così il paese è sull’orlo di una Guerra civile

Altri Sud | 28 Gennaio 2019

Nei giorni scorsi a Caracas il leader dell’opposizione Juan Guaidò è stato proclamato presidente “ad interim” dall’Assemblea Nazionale, il principale organo governativo che non ha mai ritenuto valido il risultato delle ultime elezioni dello scorso maggio, elezioni che Nicolas Maduro sostiene di aver vinto con il 70% delle preferenze.

Il presidente Chavista ha prestato giuramento solo due settimane fa, al secondo mandato, in una cerimonia semideserta a cui hanno preso parte solo pochissime delegazioni internazionali (Bolivia, Nicaragua, Cuba, El Salvador, Turchia) mentre hanno disertato, tra gli altri, i restanti paesi sudamericani, gli Stati Uniti e tutta l’Europa occidentale, ritenendo le elezioni, una farsa.

Trump dietro il golpe

Ad orchestrare il Colpo di Stato pare ci sia stata la mano invisibile di Donald Trump, coadiuvato dall’aiuto del presidente brasiliano, Jail Bolsonaro. Lo stesso presidente americano infatti è immediatamente salito sul carro guidato dall’autore del golpe, offrendo il suo appoggio assoluto e dettando perfino le condizioni a quello che ritiene il presidente uscente offrendogli una “pacifica via d’uscita” in caso di resa, affermazione questa che ha in sé il suo contrario, come è solito aspettarsi dal tycoon.
Successivamente anche il Governo provvisorio ha offerto una via d’uscita, garantendo l’amnistia a chiunque sia disposto a riconoscerlo, Maduro compreso.

Maduro ha espulso tutti i diplomatici Usa

Nicolas Maduro, un po’ per trovare un capro espiatorio, tirando in ballo il nemico americano, un po’ per l’incapacità di ammettere di essere ormai alle corde, ha emesso un’ordinanza di espulsione nei confronti di tutti i diplomatici statunitensi con conseguente chiusura delle ambasciate in Venezuela.
Da Washington però il segretario di stato, Mike Pompeo, ha fatto sapere che gli Stati Uniti non intendono rispettare alcuna ordinanza imposta da quello che ritengono l’ex presidente Venezuelano, invitando le ambasciate a restare aperte e intensificare i contatti con Guaidò salvo poi esortare tutti i diplomatici “non essenziali” a lasciare il paese in via precauzionale, vista la crescente incertezza che si respira nel paese.

L’incubo della Guerra Civile

Se sul piano politico la situazione si fa sempre più tesa e caotica, sul piano civile siamo ormai sull’orlo di una vera e propria guerra.
Il ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino Lopez ha confermato l’intenzione continuare a lottare al fianco del suo comandante in capo, intensificando gli scontri tra forze armate e manifestanti che ormai inondano ogni strada da più di una settimana, per protestare contro le politiche sciagurate che da anni affliggono lo stato caraibico.
L’esercito sta reprimendo le manifestazioni nel sangue, per le strade si contano almeno 26 vittime, 300 feriti e più di 200 arresti, numeri destinati a crescere con l’intensificarsi degli scontri, che coinvolgono sempre più frange della popolazione dopo che il successore di Hugo Chaves ha chiamato anche i suoi ultimi sostenitori a scendere in strada per difendere la patria, da quelle che ritiene ingerenze esterne.
Amnesty International ha condannato duramente le repressioni e specialmente il ricorso alle forze d’azione speciali, una frangia della polizia nazionale bolivariana accusata di violenza estrema e uso eccessivo di forze letali, non destinata alla gestione delle manifestazioni e la cui presenza, secondo la direttrice per le Americhe Erika Guevara-Rosas “pone in grave pericolo la vita e l’integrità fisica delle persone che prendono parte alle proteste” aggiungendo che “Vi sono già state gravi denunce sull’impiego di gruppi armati filo-governativi per cercare d’impedire le proteste in varie parti del paese”.

Scenari internazionali e alleanze strategiche

Sul fronte internazionale intanto si sono create due grandi fazioni, da una parte gli Stati Uniti insieme a Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Paraguay, Perù, Canada e, anche se in maniera timida, l’Unione Europea che riconoscono in Juan Guaidò il nuovo presidente, dall’altra Cina, Russia, Turchia, Siria, Iran, Uruguay e Messico che appoggiano Maduro.

Proprio gli Stati Uniti sono, come anticipato, il paese maggiormente esposto a favore del nuovo governo di transizione, forti dell’appoggio del Brasile, il quale ha isolato anche geograficamente il Venezuela nei suoi confini. La presenza in prima linea degli americani non è andata giù alla Russia che, tramite il suo ministro degli esteri Sergej Lavrov, ha accusato la casa bianca di aver “giocato un ruolo diretto nella crisi” aggiungendo che la presenza di un doppio presidente, coordinata da Trump, sia la “base per una guerra civile ormai imminente”.
Inoltre, il ministro degli esteri russo, Serghei Ryabkov, in un intervista, ha espresso vicinanza e sostegno al Presidente Maduro “Abbiamo sostenuto e continueremo a sostenere il Venezuela, che è nostro amico e nostro partner strategico. La cooperazione pratica tra la Russia e il Venezuela continuerà in diversi settori e non abbiamo alcuna intenzione di ridimensionarla”.

Il sostegno e protezionismo di Mosca

Il sostegno e protezionismo di Mosca nei confronti del Venezuela ha radici sia politiche che economiche ma questa determinazione ha senza dubbio una matrice economica che culmina nel patto denominato “Oil for cash” del dicembre 2018, in cui Putin si è impegnato a investire 6 miliardi di dollari nella produzione del greggio e nel mercato delle estrazioni minerarie a partire dal 2019.

Oltre alla Russia, anche la Cina ha sottoscritto un’intesa con il governo Venezuelano, a valle del XVI Incontro della Commissione congiunta di alto livello Cina-Venezuela (CMAN) tenutosi lo scorso settembre a Pechino. Si tratta di 28 accordi che, anche in questo caso, hanno come obiettivo principale grossi investimenti in giacimenti petroliferi e minerari.

Sulla stessa linea, il presidente bolivariano ha firmato, lo scorso 3 dicembre, una serie di collaborazioni strategiche anche con la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, collaborazioni di vario tipo che hanno come punto cardine, guarda caso, la gestione e valorizzazione di petrolio e minerali.

Probabilmente la fretta di legarsi a doppio filo con Cina, Russia e Turchia negli ultimi mesi del 2018, è stata una mossa premeditata, da Maduro, al fine di rafforzare queste preziose alleanze in vista di uno scontro frontale con Stati Uniti e Brasile, scontro che era nell’aria già da qualche tempo ed è lecito pensare che una volta destituito, perderebbe valore qualsiasi accordo, lasciando nelle mani del duo Trump-Bolsonaro una vera e propria miniera d’oro da sfruttare in cambio delle solite promesse di democrazia e libertà.

Gli scenari previsti e quelli inevitabili

Leggendo i nomi dei paesi coinvolti e la posta in gioco sul tavolo, vengono i brividi e, a ragion veduta, c’è già chi parla di una “Seconda Guerra Fredda” dal momento che un accordo tra Russia, Cina, Turchia, Usa e Brasile in questa fase, sembra davvero un’utopia.

Intanto, mentre da una parte del fronte si fa leva sull’amnistia e sull’abbandono delle armi e dall’altra si chiede resistenza al comandante chavista, al centro dei conflitti è finito, come sempre, il Popolo, una parte di popolo che non ha mai abbandonato la sua terra nemmeno davanti alla più grande carestia della storia del paese e che adesso, per aver gridato il suo amore, si vede sparare in faccia la parola Revolucion da parte di chi la sua rivoluzione l’ha vissuta incassando assegni e svendendo il Venezuela al miglior offerente.

Antonino Del Giudice

Un articolo di Antonino Del Giudice pubblicato il 28 Gennaio 2019 e modificato l'ultima volta il 28 Gennaio 2019
#Caracas   #Golpe   #Guaidò   #Maduro   #Trump   #Venezuela  

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