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GRAND TOUR

Grandezza e decadenza di palazzo Cellammare (e dei potenti che lo abitarono)

Grand Tour | 17 Luglio 2020

Per tre secoli ci passarono tutti o quasi tutti i personaggi celebri in queso palazzo abitato dai più potenti del regno. Una storia fitta quella del palazzo Cellammare, e lunga anche (ho cercato di riassumerla al massimo). Nacque, non si sa quando precisamente, come casa di riposo dove si rifugiava l’abate Carafa, e si sa che esisteva già nel gennaio del 1533, perchè in quel mese il viceré don Pietro di Toledo vi tenne un’adunanza degli eletti della città.

Morto l’abate, l’erede fu il principe Luigi di Stigliano, che ospitò Torquato Tasso, il quale sempre ricordò quel soggiorno con nostalgia. Con il secondo Luigi, iniziò il lungo periodo di sfarzi: abbellimenti, scuderie con cento cavalli, e tanti falconi per la caccia che mangiavano quaranta galline al giorno! (B. Croce). Il terzo Luigi amava tanto circondarsi di letterati e artisti, che era considerato un piccolo sovrano.

La casa, diventata un palazzo di città, ospitò Giambattista Marino, Giambattista Basile (che nel 1612 dedicò al principe una favola marinaresca), e la meravigliosa sorella di Giambattista, Adriana Basile, la più celebre delle cantatrici di quei tempi, vi si esibì più volte. Il figlio di lui, Luigi Antonio, amava le feste sontuose, ed una di queste fu così strepitosa che meritò le reprimande del suo confessore. Poi, gli Stigliano conobbero una serie di morti in famiglia, e rimase solo una bambina, Anna, la futura “donn’Anna”, che sposò il viceré don Ramiro Guzman, duca di Medina las Torres. Di memoria di popolo, non vi fu una coppia più crudele e avida.

Al tempo della rivoluzione di Masaniello, il palazzo fu uno dei posti di combattimento. Durante la peste del 1656 servì da lazzaretto. Morto Guzman dopo la moglie, tutti i possedimenti passarono al fisco. Nel 1695, il palazzo passò ad Antonio Giudice, principe di Cellamare, che, assente da Napoli, lo fece restaurare solo nel 1726, e gli costò 15.000 ducati. Giardini e fontane circondavano l’edificio, che era tanto ameno da sembrare un paradiso su terra.

Per mancanza di eredi la proprietà passò ad un ramo dei Caracciolo che lo affittarono al celebre Michele Imperiale, principe di Francavilla. Ricchissimo e potente (era gentiluomo di camera di re Carlo), amante del bello, chiamò ad affrescare il palazzo Fedele Fischietti, Pietro Bardellini e Giacinto Diana… Tanto era il lusso che a Napoli si diceva a chi chiedeva troppo “ma per chi mi hai preso per il principe di Francavilla!” Molti altri visitatori descrivono la sua preziosa pinacoteca con quadri del Veronese, Tiziano e altri maestri famosi, Sua moglie era capace di dare tre balli in una settimana nel periodo di Carnevale.

Ed è a quest’epoca che risalgono le visite di Casanova, dei coniugi Goudar, di Lord Hamilton… La troppa magnificenza di Michele finì col dissuadere re Carlo di portarlo con sé nell’austera corte di Spagna, anche se era molto legato a lui. Morì senza eredi, e i suoi beni andarono al fisco o, più esattamente, alla regina, che in pochi anni, dal 1782 al 1789, vi spese circa 30.000 ducati, la maggior parte spesi in decorazioni e abbellimenti. Nel 1784 vi abitò Angelica Kaufmann, chiamata dalla regina; poco dopo fu il turno dei fratelli Filippo e Giorgio Hackert. Nel febbraio del 1787, qui veniva Volfango Goethe.

Nel 1799 scampò relativamente al saccheggio dei lazzari, ma non a quello dei francesi, che rubarono molti quadri di Hackert appartenenti alla regina. Al ritorno dei reali a Napoli, il palazzo accolse una parte delle opere d’arte che compongono ora la pinacoteca di Capodimonte. Nel decennio francese appartenne a Murat, poi di nuovo ai Cellamare. Nel 1822, sul cimitero della chiesa di sant’Orsola (attinente al palazzo) fu edificato dall’architetto Fausto Niccolini il teatro Sannazaro, che venne aperto al pubblico il 26 dicembre 1874.

Venduto e lottizzato nel Novecento, vi viveva il grande matematico Renato Caccioppoli. Infine, Nel 1948, sotto il Palazzo, nelle cave di tufo scavate sotto l’edificio, fu costruito l’immenso “cine-teatro Metropolitan” (con 3000 posti a sedere), riaperto negli anni Duemila dopo molti anni di chiusura.

Maria Franchini

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 17 Luglio 2020 e modificato l'ultima volta il 17 Luglio 2020

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