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GRANDI DONNE

Maria Teresa Cristofano, “una finissima poetessa napoletana” secondo Giuseppe Marotta

Cultura | 10 Gennaio 2020

Giuseppe Marotta, suo grande estimatore, riferendosi all’autrice di Stagione di raccolta, ebbe a definire Maria Teresa Cristofano «una finissima, dolce-amara poetessa napoletana che, se vivesse e pubblicasse a Milano, sarebbe notissima».

Nata a Verona, con famiglia irpina e radici napoletane sino alla fine dei propri giorni, ansiosa, si rivolge a Napoli, che sentiva la sua città a tutti i costi. Qui infatti visse la sua esistenza e qui morì la Cristofano: «Non ti comprendo, città dai molteplici volti- non ti compremdo e mi affascini- che una storia di lunghe violazioni ripaghi in più copioso fermentare» scriveva infatti.

Fondò a Napoli, infatti, nel 1952, “Nostro Tempo, cultura arte vita”, una rivista letteraria edita dall’Istituto Editoriale del Mezzogiorno, che ebbe periodicità mensile e restò in vita per oltre trent’anni, fino al 1984.

Ebbe tra i collaboratori: i critici letterari Giorgio Bàrberi Squarotti, Giuliano Manacorda, Walter Mauro, Giancarlo Mazzacurati, Angelo Mele, G. Vittorio Paolozzi; gli scrittori e poeti Giuseppe Bufalari, Giuseppe Berto, Luigi Compagnone, Michele Prisco, Domenico Rea, Giorgio Saviane, Camillo Sbarbaro ed altre firme di spicco, accanto a quelle di giovani esordienti.

Domenico Rea non esitò a definire Nostro Tempo come «l’unica rivista letteraria degna di questo nome a Napoli». Un corposo fascicolo monografico di questa rivista fu dedicato alla narrativa partenopea, molto attiva nel secondo dopoguerra. Curato anche sotto il profilo grafico, questo fascicolo speciale contiene contributi di scrittori che oggi occupano posizioni di primo piano nel panorama della narrativa italiana. Tra gli altri: Luigi Compagnone, Luigi Incoronato, Giuseppe Berto, Raffaele La Capria, Mario Pomilio, Michele Prisco, e gli stessi Giuseppe Marotta Domenico Rea. Ciascun profilo o intervento riporta la firma autografa e un’immagine rimovibile del rispettivo autore, con la prefazione della stessa Cristofano. Donna all’avanguardissima ma oggi del tutto dimenticata.

La  Cristofano direttore e insegnante

La Cristofano ancora adolescente, da Verona si trasferì prima ad Avellino e poi a Napoli, dove completò i suoi studi, conseguì la laurea in lettere e insegnò nelle scuole secondarie superiori, visse l’intera sua vita e morì (esattamente il 10 gennaio 1992).

Si occupò tra l’altro di letterature straniere (francese, tedesca, russa, polacca) e nel 1945, in collaborazione con Luigi Cappiello, pubblicò un Manuale di letterature straniere per le scuole medie superiori.

Raccontava ancora Domenico Rea a proposito del “Nostro Tempo”, la rivista della Cristofano, che l’autrice per oltre trent’anni diresse il giornale «con diuturni sacrifici e rinunce, allo scopo di provocare una serie d’impossibili incontri in una società dilaniata a tutti i livelli… a Maria Teresa Cristofano sarebbe stato facile, e legittimo, propinarci per ventitré anni ininterrotti, elzeviri, liriche, prose, recensioni di comodo, elargire protezioni e chiederne per sé. (…) Ma come una salamandra rimane indenne dal fuoco in cui è caduta.»

Nella direzione e redazione di questa rivista letteraria, la Cristofano si avvalse  Di particolare significato e rilievo fu il fascicolo monografico dedicato a La narrativa a Napoli,  (anno undicesimo, numero 5-6, maggio-giugno 1962) proprio dedicato alle grandi penne degli anni Sessanta.

La produzione poetica della Cristofano

La produzione poetica della Cristofano iniziò con la raccolta di liriche Ombre del tempo (1952). Claudio Allori, nella sua lunga prefazione a questo volumetto, lodò tra l’altro le «capacità musicali di questa poetessa nuova (…), schiva e lodevolmente modesta». Dopo il saggio Matera vista da me (1955) – una suggestiva interpretazione di questa città,  trascorsero ancora sette anni, prima della pubblicazione della seconda, più corposa e matura raccolta di poesie Stagione di raccolta (1962). Quest’opera valse all’autrice il premio nazionale Sebeto Napoli per la poesia 1964. Dieci anni più tardi, riunì in un unico volume le sue impressioni di viaggio (Andata e ritorno, 1974), offrendo la sorpresa di una prosa che, come sottolinea Domenico Rea nella sua prefazione, «è prosa a tutti gli effetti, corposa, reale, tangibile, priva delle minuzie e degli alambicchi della prosa d’arte» E ancora Rea, il quale l’aveva incitata a pubblicare queste «centinaia di cartelle fitte, gremite di annotazioni e d’illuminazioni, di rampanti visioni con un andamento fluviale e maestoso», dopo aver osservato che in queste pagine la realtà diventa «dinamica fino al limite della favola» conclude annotando che questi “taccuini” «alla fine rivelano una profondità e una variabilità di lettura “romanzesca”, volutamente incompiuta, appunto, alla maniera settecentesca di opera aperta».

L’ultimo suo libro s’intitola Donna (1990) ed è ancora un libro di poesie. Qui si arrestò, a due anni dalla morte, la sua produzione letteraria, definita di rara qualità da molti grandissimi scrittori.

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 10 Gennaio 2020 e modificato l'ultima volta il 10 Gennaio 2020

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