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GRANDI NAPOLETANI

Vincenzino Scarpetta, l’arte nel sangue: un artista poliedrico, da riscoprire

Teatro | 2 Novembre 2018

Maria Beatrice Cozzi Scarpetta è la biografa di Vincenzino Scarpetta: da anni ha dedicato la sua vita allo studio di questo artista che fu figura importantissima per il fratello minore Eduardo de Filippo e creatore di opere di successo e indimenticabili, attore, autore, caricaturista, musicista. La Cozzi Scarpetta è autrice di  quattro volumi su Vincenzo Scarpetta, tre sul suo teatro e uno sul cinema muto, editi da Liguori: le abbiamo chiesto di raccontare su Identità Insorgenti la figura dell’unico figlio legittimo di Eduardo Scarpetta, personalità interessantissima e composita di artista, a cui è dedicato uno spazio nella mostra monumentale “I De Filippo” in corso al Castel dell’Ovo fino al 24 marzo 2019. Nel bookstore di Castel dell’Ovo troverete anche i suoi libri.

 

Giovani sfaccendati e spendaccioni, genitori ruffiani, uomini solo all’apparenza rispettabili, canzonettiste interessate, figli illegittimi, potenti per casta, mariti traditori (ma gelosi), donne vittime di uomini bugiardi e meschini (ma che cominciano a rivendicare i propri diritti): è questo il campionario umano nell’officina teatrale di Vincenzo Scarpetta.

Ossia tutto l’opposto di quello che era il suo autore! Artista laboriosissimo, che anche il padre, Don Eduardo, definì “’o figlio mio faticatore”, era per giunta coltissimo e dalla disciplina ferrea. Prima di nzurarsi ebbe le sue avventure: per dirla come Gino Doria “un figlio di famiglia si sentiva disonorato se non corresse dietro alle divette del varietà” e Vincenzo corse, eccome corse! D’altronde era un bel giovane, elegantissimo, divertente, colto… Tant’è che conquistò il cuore e le grazie della bella, corteggiatissima Eugénie Fougère, la stella del Cafè Chantant che spopolava nella Napoli di fine 800.

Ma andiamo con ordine. Vincenzo nasce a Napoli il 19 giugno del 1877, unico figlio “certo” nato dai coniugi  Eduardo e Rosa De Filippo: Domenico e Maria, infatti, pur se legittimati dal cognome Scarpetta, sono il frutto di altre relazioni amorose (mi astengo dal parlare dei suoi famosissimi fratelli!). Come avveniva nelle buone famiglie di quei tempi, studia il francese e la musica con ottimi risultati e mostra, fin da piccolo, spiccate attitudini per l’arte in tutte le sue forme. ! Si sa che nella seconda metà dell’800 erano in voga, nei teatri di prosa,  intermezzi musicali cantati da attori o cantanti che proponevano novità musicali o canzoni di successo. Don Eduardo Scarpetta non si sottrasse a questa usanza e il  figlio Vincenzo,  spesso e volentieri, si esibiva come cantante se non addirittura anche come autore di canzonette durante o dopo gli spettacoli paterni. D’altronde fin da bambino, truccato da Mozart (1885), aveva calcato le scene come piccolo musicista.  Vincenzino, piccolo macchiettista ante litteram, aveva una vocina meravigliosa e fu uno dei primi a cantare canzonette dopo le commedie: moda che fu poi seguita da Maldacea, Villani e Riccio. Il debutto di Vincenzo “cantante” avviene a 9 anni con la canzonetta: “Li pulicille de Mariantonia” al Teatro Rossini di Napoli.  Fu un successone: “ Il successo fu tale che la sera, quando andai a coricarmi, volevo per forza mettermi sotto le coltri bello e vestito. Gridavo a tutti: – Me voglio cuccà vestuto ‘a Sciosciammocca-”

Dopo il debutto ufficiale come “attore” nel 1888, il primo Peppiniello di Miseria e Nobiltà, diventò un giovanotto “ e non si sapeva che parti dovessi interpretare. Per le parti da grande ero piccolo. Per quelle da piccolo ero troppo grande. Sicché mio padre pensò bene di mettermi a studiare musica…Io ero molto portato per la musica. E devo ai miei studi e alla conoscenza da me acquisita se ho potuto fare tanti adattamenti e parodie musicali per le mie interpretazioni…e forse quella era la mia strada”  Giovanissimo firma i suoi primi componimenti musicali e teatrali iniziando così la sua incessante  attività di compositore, autore e attore. L’allestimento di uno spettacolo teatrale non ha misteri per lui:  “tutta la musica delle commedie la suono io e sono io che dipingo gli scenari”.

Il 14 novembre 1896, entrato stabilmente nella compagnia paterna, lo sostituisce per la prima volta  nel ruolo di Felice nella commedia  “Li nepute de lu sinneco”.

I ricordi di quegli esordi riaffiorano nei ritagli di giornale:

“Una volta ebbi occasione di sostituire mio padre in Francesca da Rimini. Nella fretta di andare in scena, la parrucca cadde nella bacinella dell’acqua e si bagnò interamente. ..E corsi in scena con i rivoli d’acqua che mi rigavano il viso. Quella sera Francesca pianse…ottenendo un gran successo”

“A 22 anni ripresi a recitare con regolarità…”  erano i tempi in cui furoreggiava Leopoldo Fregoli con le sue trasformazioni. Vincenzino, che fin da piccolo si dilettava con giochi di prestigio e travestimenti, ne rimase folgorato e tanto lo studiò che riuscì ad imitarlo alla perfezione.

Convinse il padre a fornirgli l’occorrente per poter allestire spettacoli “fregoliani” da proporre dopo le rappresentazioni:  colto, elegante, musicista, con innate qualità inventive sul piano dello spettacolo,  dimostrò di saper imitare alla perfezione un artista eccezionale come Fregoli.

Il successo di queste performance fu talmente clamoroso che pensò addirittura di allontanarsi dalla Compagnia del padre per allestire spettacoli suoi. Apriti cielo! Il suo desiderio si scontrò con la volontà  paterna che, non avendo alcuna intenzione di perdere il figlio, gli sequestrò scene, attrezzi e vestiario vietandogli di continuare: “se no te rompe ‘e cannelle de gamme!”

Erano quelli gli anni della Belle Epoque, anni in cui  Napoli applaudiva la parigina purosangue Eugénie Fougère di cui si innamorò, ricambiato,  Vincenzino.

Diversi sono gli aneddoti che si raccontano su questo amore che fu fortemente contrastato dal padre.  Pare che un giorno, mentre i due innamorati si trovavano in dolce colloquio, un’imperiosa scampanellata interrompesse il loro incontro clandestino. La soubrette fece nascondere Vincenzo in un angusto stanzino in cui erano appesi prosciutti, salumi e formaggi vari. Dopo un po’, per il caldo, cominciò a colare unto sul malcapitato. Quando potè uscire dal nascondiglio si accorse che era in clamoroso ritardo: il sipario, a teatro, si era già aperto e la commedia in cui doveva recitare era già iniziata! Arrivato a teatro unto e senza fiato, il padre gli appioppò un sonoro manrovescio: il figlio, che doveva essere “di prima scena”, era stato sostituito da un altro attore!

Un altro aneddoto,  tratto da un articolo di cui  non ritrovo più la testata (chiedo venia all’autore e all’editore), databile 1895 (Maldacea sbaglia quando scrive nelle sue memorie che la Fougère è  venuta per la prima volta a Napoli il 1897. Ma si sa, molti grandi artisti soffrono di vuoti di memoria…)  riguarda un pino! “Una mattina Eugenie si alza col proposito di comprarsi un albero. Un pino. Parente prossimo di quello che conoscete a memoria sulle “veduta di Napoli dalla collina di Sant’Elmo”. Sotto questo pino, bisogna sapere che Eugenie ha profondamente ed intensamente amato, per tre quattro lune consecutive. Vuol portarselo via a qualunque costo. Dice che sotto quel pino nessuno deve più… volersi bene. Quel pino è suo. Vincenzo le fa osservare amorosamente che la cosa non è di ordinaria amministrazione, trattandosi di amministrazione comunale. E’ vero, aggiunge Scarpetta, che il Comune è retto dal Duca di Guardialombarda, macchietta fra le più vituperate dal caricaturismo locale, ma non per questo si può pensare che egli consentirebbe a sacrificare uno dei più illustri connotati del panorama pei begli occhi di una sciantosa. – Ci vado io, da questo tuo Duca. – Sei uscita pazza? Quello ti fa arrestare, bigotto com’è e segretario d’onore del Tesoro di San Gennaro… – Tu rimani a letto, che ci penso io. E va. Che cosa la Fougére abbia impapocchiato al Sindaco di Napoli non si è mai riuscito a sapere con precisione. Sta di fatto che due giorni dopo quattro giardinieri municipali si fermavano con un carro a cavalli dinanzi al teatro e sul carro giaceva buona parte del pino: il resto traboccava da tutti i lati e seminava terriccio e radici cone ne aveva seminato per tutto il percorso da Posillipo alla Galleria Umberto. Poi giacque, codesto pino, alcune settimane, in un cortile delle vicinanze ed in attesa di una destinazione che non venne mai. Languì, si spense, finì arrosto nelle cucine di un ristorante. La Fougére, che aveva sborsato non so che cifra per sterramento e trasporto, ne ha conservato per molti anni un pizzico di cenere, in ricordo.”

Torniamo seri, e proseguiamo il racconto.

Vincenzo vorrebbe andare a Parigi per seguire la sua vocazione d’artista di “music-hall” ma non riesce a sfuggire al ricatto del padre che gli grida: “Si te ne vaje, io  mme ne moro!”. Si rifugia nel lavoro e nella sua passione per la musica: scrive versi, riduzioni, commedie, musica canzoni e macchiette che “spesso era egli stesso a interpretarle, con grazia ed efficacia, come si conveniva a un musicista al tempo stesso attore”, compone romanze e ballabili e sperimenta anche il cinema, con i fratelli Troncone, sia nelle vesti di attore che di registra: è infaticabile!
Verso la fine del 1909, Eduardo comincia ad abbandonare le scene e Vicenzo ha il difficilissimo compito di mantenere in vita la maschera di Felice  lottando a lungo col grande ricordo che il pubblico aveva del padre.
“Qualche mese prima che papà lasciasse il teatro, avevo preso a sostituirlo negli spettacoli diurni. Che tristezza, forni, forni completi, ma che gioia la prima volta che si incassò più di giorno che di sera!”
Vincenzino  intuì che si imponeva una trasformazione e che la maschera dovesse essere più aderente ai tempi: nacque così un Felice più giovane, meno ingenuo, meno ridicolo. Questa felice intuizione fu alla base  dei suoi successi che durarono sino al suo ritiro dalle scene e che fecero della sua compagnia una delle più famose d’Italia, spesso invitata a recitare a Palazzo Reale.
Del padre prende la disciplina, la dedizione totale al teatro che faranno dire ad un critico:

“…sdoppia i successi individuali coll’armonizzarli in un tutto organico e sulla scena gli artisti della sua compagnia, dal primo all’ultimo, diventano genialissimi tutti…Tutti “sono” e tutti sono raggi proporzionati di un’unica ruota, il cui midollo è Vincenzino Scarpetta”

La compagnia di Vincenzo Scarpetta lavora incessantemente tra Roma e Napoli fino a inizi anni 30: i successi si susseguono grazie alla bravura di Vincenzo e all’ottima compagine di artisti tra cui i fratelli De Filippo: lo stesso Eduardo si fa le ossa e conosce i primi applausi come “brillante” nella compagnia di Vincenzo. Peppino De Filippo insinua che Vincenzo ne sia geloso ma che stia zitto perché “conveniva alla situazione economica della sua compagnia”. In realtà il legame tra Vincenzino e Eduardo è fortissimo, improntato sull’affetto e la stima reciproca come ben ricordava Sisso, mio suocero e figlio di Vincenzo:

“Eduardo De Filippo era l’attore più pagato e Vincenzo soffrì moltissimo quando abbandonò la compagnia”

“Mio padre  era molto affezionato a Eduardo, gli voleva veramente bene e credo fosse pienamente ricambiato.”

Nella sua vita artistica, pur non rinnegando mai don Felice ( “Ricevo lettere  dirette al sig. Felice Scarpetta o al sig. Vincenzino Sciosciammocca”), rappresentò  anche altri autori come Murolo, Bovio, Chiaruzzi, Costagliola, Chiarelli. Anche Pirandello lo affascinò come testimonia la  riduzione in napoletano di Liolà del 1931. Vincenzo era sì un comico di indiscusso successo ma, come argutamente notò un critico dell’epoca che l’aveva visto piangere in una commedia, in lui si nascondeva l’attore tragico che anche Bovio aveva apprezzato in “Gente nosta”.

Verso la fine degli anni venti e per tutti gli anni trenta torna da “trionfatore” al suo amore giovanile: la rivista. Tutte le “forme” teatrali, quindi, furono sperimentate con successo in 60 anni di vita artistica.

C’è una massima di Eduardo Scarpetta che recita:

“Del musicista l’opera rimane allor che muore,

dello scultor la statua, il quadro del pittore.

Di tutti questi genii ognun ricordo avrà

Ma di un attore celebre che cosa resterà?

Un nome, una memoria dai vecchi rispettata,

e che dimenticata dai posteri sarà.”

E Vincenzino di lavori ne ha lasciati tanti: un centinaio di copioni tra commedie originali, riduzioni, bozze per il cinema, sketch, scherzi comici…e poi spartiti, disegni, canzoni, poesie, fotografie. Riscopriamolo: sono convinta che ne valga la pena.

Muore il 3 agosto 1952. Oggi, nella sua casa di Napoli, ha sede la Fondazione Eduardo De Filippo.

Maria Beatrice Cozzi Scarpetta

Identità Insorgenti

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