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HONG KONG

Le manifestazioni per il “No Extradition” si fanno sempre più imponenti

Altri Sud, Battaglie, Cultura, Diritti e sociale, Indipendentismi | 23 Giugno 2019

La protesta non si ferma, cambia forma, sembianze ma non si ferma. Si adatta al silenzio dei governatori trasformando una scintilla in incendio. Un incendio che nel trentennale della strage di Piazza Tienanmen si mostra ancora più fragoroso.

Hong Kong da sempre si difende con i denti per evitare di essere inghiottita dalla Cina, così come è già accaduto a molti altri paesi confinanti con il Regno di mezzo.

Nel 2014 la gente scese in strada per la “rivolta degli ombrelli” una protesta contro l’ingerenza di Pechino sulle elezioni politiche del 2017. I manifestanti ottennero, dopo 79 giorni di proteste, il mantenimento dello status quo.

La cronistoria delle proteste e la resilienza del popolo

Adesso l’ex colonia britannica (HK dal 1997 è regione amministrativa speciale della Cina solo in tema di relazioni estere e difesa militare) punta il dito contro una proposta di legge sull’estradizione in Cina per reati gravi, legge che limiterebbe l’autonomia giuridica del paese e il rispetto dei diritti umani, tema su cui Hong Kong è da sempre molto sensibile e avanti anni luce rispetto alla Cina.

9 Giugno –  l’inizio del “No Extradition”

La marcia ha attraversato più fasi e sin dal primo giorno ha spinto in strada un numero stratosferico di persone, superiore al milione, ottenendo dopo una sola settimana di pacifiche manifestazioni un effimero freeze normativo sull’estradizione dalla governatrice Carrie Lam.

Tutto finito? Macchè. Gli hongkongesi hanno continuato a protestare sempre più forte contro un disegno di legge indegno: “non ci muoveremo finchè non sarà completamente ritirato, abolito” è il grido della folla da oltre 2 settimane.

12 Giugno – Il goffo tentativo della polizia antisommossa

Il grido dei manifestanti però è stato strozzato in gola dall’azione della polizia antisommossa che, il 12 giugno scorso, si è fatta carico dell’incapacità al dialogo del governo, attaccando i manifestanti e ferendone molti.

Quindi il popolo ha ripiegato nelle proprie case, penserete. Neanche per sogno.

Gli attacchi della polizia hanno avuto l’effetto contrario sui manifestanti e hanno fatto da megafono per i media, mettendo in forte imbarazzo la leader dell’esecutivo.

Poco dopo gli scontri infatti Carrie Lam è stata costretta a scusarsi con i cittadini (e con l’opinione pubblica) e ad ammettere apertamente le proprie colpe: “La chief executive si scusa con i cittadini e promette di accettare le critiche con atteggiamento più sincero e umile”.

19-20 Giugno – L’ultimatum inascoltato dall’esecutivo

Nonostante le scuse, tanto ufficiali quanto inutili, dal Governo non sono mai state pronunciate le parole “il disegno di legge è stato ritirato”.

Così i gruppi pro-democrazia, in prevalenza studenti, hanno continuato la marcia, aumentando in numero e imponendo un ultimatum in cui si chiedeva al governo di abolire in via definitiva il disegno di legge sull’ estradizione.

Oltre al ritiro della legge le richieste puntavano al rilascio dei manifestanti arrestati e un indagine sui metodi duri utilizzati dalla polizia il mercoledì precedente quando, per disperdere la folla ha fatto ricorso a lacrimogeni, proiettili di gomma e spray al peperoncino.

Purtroppo, il termine imposto dai manifestanti è scaduto lo scorso giovedì (20 Giugno) alle 17:00 (le 10:00 in Italia) senza alcun annuncio da parte del governo.

21 Giugno – Nuova giornata di proteste, nuovi antagonisti

Nel silenzio del Governo di Hong Kong sull’ultimatum dell’opposizione, il fiume di persone si è lentamente esteso come la lava di un vulcano scendendo inesorabilmente verso i luoghi di potere fino a che, nella giornata di ieri, centinaia di persone vestite di nero si sono radunate davanti al Parlamento.

Otto comitati hanno organizzato iniziative pacifiche, come pic-nic fuori al Parlamento per poi proseguire verso altri check point governativi come il Quartier Generale della polizia, diventata, dopo gli scontri di 10 giorni fa, un nemico.

La Grande Manifestazione del prossimo 1 Luglio

Il movimento, a cui fanno capo molte organizzazioni tra cui associazioni studentesche, comitati per la democrazia, tanta gente comune e il Civil Human Rights Front (Chrf), non ha mai arretrato di nemmeno un centimetro e guardando dal basso dell’asfalto i luoghi di potere, si prepara ad una delle più grandi manifestazioni di dissenso della storia.

Proprio il Chrf infatti ha invitato la popolazione a rimanere in strada e ad allertarsi per il prossimo 1 luglio, anniversario del passaggio di Hong Kong a Pechino. Una data molto sentita per la Cina e per Hong Kong che amplificherebbe le proteste a livello planetario.

Se entro il primo luglio il governo non accontenterà le richieste dei manifestanti, il mondo avrà la più grande manifestazione dell’epoca moderna, si supereranno i 2 milioni di persone (ma i numeri sembrano molto più alti) e l’eco sarà talmente abnorme che il mondo dovrà inchinarsi al piccolo stato orientale e ringraziarlo per la lezione di democrazia e rispetto dei diritti umani.

Con la speranza che anche noi dall’alto della nostra Europa da “Nobel per la Pace”, guarderemo quel puntino a diecimila chilometri di distanza e impareremo che a volte per dire “NO” serve fare la voce grossa…e non solo su Twitter.

Antonino Del Giudice

Un articolo di Antonino Del Giudice pubblicato il 23 Giugno 2019 e modificato l'ultima volta il 23 Giugno 2019

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