domenica 21 aprile 2019
Logo Identità Insorgenti

IDENTITÀ

L’adesivo Santo Diego: “Maradona proteggici” tra recupero della memoria e napoletanità

Attualità | 18 Marzo 2019

“Voi credete nella Svizzera. Noi, con il vostro gentile permesso, crediamo nella protezione di Maradona”. Una battuta limpida, rafforzata da un semplice quanto mai esplicativo plurale inclusivo. Così Luciano De Crescenzo, per bocca del suo intramontabile Luigino, raccontava il sentimento d’identità e di assoluta appartenenza che, da sempre, lega a doppio filo il popolo napoletano alla celebre figura di Diego Armando Maradona.

Era il 1984: Così parlò Bellavista sarebbe diventato, presto, espressione mitica della nostra napoletanità. Un cult senza tempo, in cui ognuno di noi avrebbe saputo, poi, riconoscersi, trovarsi e sentirsi napoletano, ininterrottamente, di generazione in generazione, e, molto probabilmente, per l’eternità.

Oggi, a distanza di 35 anni, quel medesimo “noi” di decrescenziana memoria, così partenopeo, rapido, incisivo, sembra rivivere nelle vie di Napoli sotto le mentite spoglie di un’immagine votiva: un piccolo adesivo rettangolare, ma dal fortissimo impatto comunicativo, che raffigura il nostro caro D10S proprio come lo descriveva Luigino, vale a dire, nelle emblematiche vesti di santo protettivo.

Cosa e chi si nasconde dietro “Santo Diego”

Noi d’Identità Insorgenti ce ne siamo resi conto, e, per questo, abbiamo deciso di scoprire cosa e chi si nasconde dietro quello sguardo fiero con cui “Santo Diego” pare perdersi, placidamente, dentro i vicoli della nostra città.

E così, seguitando il filo rosso che tiene uniti, sotto lo stesso ideale, gli svariati “Santo Diego” messi a guardia di Partenope (ma non solo), ci siamo imbattuti in Samuel, un venticinquenne napoletano dagli occhi umili e gentili, che scopriamo essere mente, cuore e unico ideatore e curatore di questo originale progetto creativo.

Lo abbiamo conosciuto, quindi, intervistato e, oggi, abbiamo pensato fosse il caso di presentarlo anche a voi.

Samuel, la prima cosa che ci balza all’occhio è che sei giovanissimo. Probabilmente non avrai avuto modo di vedere Maradona giocare al San Paolo. Raccontaci, allora: cosa ti ha spinto ad immaginare Diego nelle vesti di santo?

Ho venticinque anni, e come tutti quelli della mia generazione, sono nato quando Maradona ha smesso di giocare. Capisco bene, quindi, che potrebbe sembrare anacronistico e, forse, per certi versi assurdo, pensare che un ragazzo della mia età si sia preso la briga di ideare, stampare e diffondere un adesivo che vuole raccontare Diego quale icona identitaria, fuori dal tempo, nonché punto fermo nella geografia degli affetti di un’intera comunità.

Ma, la verità è che, anche chi, come me, non ha avuto modo di vedere Diego in campo, ha potuto, comunque, conoscerlo e riconoscersi in lui grazie alle testimonianze di chi quel periodo l’ha vissuto, e se l’è goduto per davvero.

I racconti di queste persone ci hanno insegnato che Maradona è stato, e con ogni probabilità sarà per sempre, contemporaneamente, fede e icona, ma anche, e soprattutto, motivo e spunto di aggregazione. D’altra parte, ci si appella sempre ad un’icona per sentirsi uniti tra di noi. No?
Ed è esattamente in quest’ottica che bisogna guardare “Santo Diego” per poterlo capire.

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere distribuendo Santo Diego per le vie della città?

Maradona nelle vesti di santo vuole simboleggiare questo: un essere umano dal riverbero singolare, nelle cui sembianze è rimasto impresso uno degli ultimi momenti in cui la gente si è sentita veramente complice, aggregata, sotto la medesima bandiera: quella di chi, vivendo sempre al Sud di qualcuno, ha conosciuto la discriminazione e il sentimento di odio riversatogli addosso, gratuitamente, da parte di chi si considera “altro”.

Quella di “Santo Diego” potrebbe definirsi, dunque, un’operazione di recupero memoriale, di napoletanità, di tradizione mista al ricordo, ma anche e, soprattutto, una sorta di monito per la mia generazione e per quelle che verranno.
Ora: chi ha vissuto il sogno di riscatto racchiuso nelle indimenticabili finte del pibe de oro, non ha certamente bisogno di un’immagine votiva per ricordare ciò che Diego è stato, e continua ad essere, per i napoletani. Ma noi giovani sì. Soprattutto in un periodo storico, come quello in cui viviamo, dove c’è gente a cui piace fomentare odio e discriminazione.

Mi piace pensare, allora, che la mia reinterpretazione di Maradona possa, in qualche modo, ricordare a noi tutti, che lo stare insieme, il sentirsi uniti per un ideale, è già esistito, e dunque, è un qualcosa di reale, di possibile. Non soltanto una bella favola di cui parlare al passato.

Come scegli dove attaccare i tuoi adesivi? E cosa provi quando ti capita di rivederli?

Ho sempre attaccato gli adesivi in strada, talvolta, sulle vetrine dei negozi. In questo caso, però, la mia scelta è mirata, mai accidentale: mi piace regalare Santo Diego a chi difende Napoli o, comunque, contribuisce a renderla unica.

Naturalmente, mi capita di vedere i miei adesivi in giro. Spesso li trovo pure strappati. Ma questo non mi rattrista, anzi. Ho sempre voluto pensare che chi strappa un adesivo non lo fa per distruggerlo e basta: al contrario, quello potrebbe essere il segno che qualcuno ha provato a portare via il santino. Per tenerlo con sé. E questo pensiero mi rende felice, perché significa che il mio lavoro è apprezzato dalla gente.

Come quella volta che mi è capitato di rivedere un adesivo, dopo tempo, e mi sono reso conto che qualcuno gli aveva applicato un pezzettino di scotch, lungo i lati, per poterlo preservare dalla pioggia. Ecco: quell’atto di cura, di amore assolutamente gratuito nei riguardi della mia creazione, mi ha fatto emozionare.

Cosa c’è nel futuro del tuo progetto creativo?

Sicuramente uno degli obiettivi che mi sono prefissato è non limitare la diffusione dell’immagine di Diego al solo territorio partenopeo. In verità, mi piacerebbe portarla in giro per il mondo, cosa che, a piccoli passi, posso dire che si sta avverando.
Ad oggi, gli adesivi hanno già raggiunto: Capri, Genova, Rio Maggiore, Milano, Bologna, Tarifa, Berlino, Amsterdam, Budapest, perfino la Lapponia. Mi auguro che la lista possa prolungarsi ancora, e di molto.

Ma, per il momento, guardando al presente, sento di voler ringraziare chi, quotidianamente, crede in questo progetto: tutti quelli che continuano a darmi fiducia e che, con i propri consigli , mi spronano ad andare avanti.
Perché è anche grazie a loro che Santo Diego esiste, e resiste ancora.

E noi, congedandoci da Samuel, e augurandoci che davvero Santo Diego possa diffondersi in larghissima misura, non possiamo fare altro che ricorrere, ancora una volta, all’immediatezza del pensiero di De Crescenzo, e dire: “San Gennà non ti crucciare, tu lo sai, noi ti vogliamo bene ma ‘na finta ‘e Maradona squaglia ‘o sangue dint’e ven.. e chest’è”.

Flavia Salerni

Un articolo di Flavia Salerni pubblicato il 18 Marzo 2019 e modificato l'ultima volta il 18 Marzo 2019

Articoli correlati

Mondo Napulitano | 20 Aprile 2019

Don’ t touch ‘o casatiello

Sport | 18 Aprile 2019

GAME OVER

L’Arsenal vince anche al San Paolo, Napoli eliminato dall’Europa League

Ciento 'e sti juorne | 16 Aprile 2019

Benedetto Casillo, una carriera lunga 50 anni, fra cinema, teatro e televisione

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi