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“IENE” NELLA GIUNGLA

Il cameraman: “Servizi preconfezionati: così lavorano gli inviati delle tv nazionali su Napoli”

Media e new media | 22 Aprile 2020

Un classico confezionato a mestiere, così si potrebbe definire il servizio a firma Giulio Golia andato in onda ieri in prima serata su Italia 1 sul tema delle infitrazioni camorristiche nella distribuzione degli aiuti alimentari ai napoletani in difficoltà causa covid.

Classico in quanto costuito sulla base di un modus operandi tipico di trasmissioni come le Iene: in sostanza l’inviato quando arriva a Napoli più che fare un’inchiesta deve mettere assieme voci e immagini che come tasselli di un puzzle devono soddisfare richieste pre-ordinate dal suo superiore. L’idea, insomma, quando un inviato arriva qui, in genere c’è già, prima di accendere la telecamera.

In parole povere, quello che il servizio deve mostrare è già stato deciso in partenza, e in questo specifico caso l’idea prefabbricata voleva raccontare che a Napoli l’opera di solidarietà e sostegno alle famiglie in difficoltà è gestito dalla camorra e non, come palesi evidenze dimostrano, da volontari, associazioni, privati.

Il giornalista, supportato dal cameraman, altro non deve fare che mettere assieme gli elementi necessari a costruire una realtà alterata e posticcia, funzionale alla veicolazione di determinati messaggi, appetibili per un target di pubblico teledipendente e dal palato non troppo fine, bisognoso di banali stigmatizzazioni false e stereotipate.

Il montaggio metterà poi i vari tasselli al posto giusto con un sapiente alternarsi di estratti di dichiarazioni, climax di musiche suspance, immagini ad effetto.

Tutto ciò che non è funzionale allo scopo o che si discosta dallo scopo prefissato, soprattutto per quanto concerne le interviste, è tagliato e non viene montato.

Faccio il cameraman da venti anni e mi sono imbattuto sovente in situazioni del genere ossia a dover gestire le esigenze di inviati arrivati a Napoli per effettuare safari mediatici preconfezionati.

Cambia la testata, pubblica o commerciale, cambia il grado di stress ed educazione dell’inviato, ma ciò che accomuna tutti è la caccia frenetica allo stereotipo e al suo uso strumentale.

Va anche detto che purtroppo molta gente quando vede una telecamera non capisce più niente e farebbe di tutto pur di “uscire” in televisione e più becero e nazionalpopolare è il programma meglio è. Non ce la fanno proprio a dire di no, è più forte di loro.

Una vera inchiesta giornalistica funziona diversamente da quello che fanno programmi come le Iene e in genere le redazioni, anche preventivamente, fanno ricerche circostanziate e suffragate da fatti e fonti attendibili; in seguito il lavoro di ripresa audiovideo sul campo fornisce ulteriori contributi dai quali estrarre ex post e non prima elementi utili a fornire un’informazione quanto più possibile corretta ed esaustiva.

Ho potuto constatare in prima persona il lavoro serio ed approfondito di pre produzione svolto dalla BBC prima di inviare la troupe a Napoli nell’ambito della realizzazione di un documentario sulle infiltrazioni camorristiche in UK ad opera di un clan della Torretta (zona Chiaia, non Scampia).

Nulla a che fare con le affermazioni basate sul “sentito dire” e suffragate da nessun riscontro che Golia ha affannosamente messo assieme manipolando con grande abilità, povera gente che ancora crede ai poteri salvifici della televisione e all’interessamento per le proprie sciagure del “giornalista” di turno.

Persone che non sanno che, finita la caccia, finisce anche il benché minimo interesse per i loro destini da parte dell’inviato.

Mi è capitato tante volte di tenere a lungo la telecamera in spalla in interviste interminabili e domande ripetute all’infinito finchè nella risposta non ci fossero quelle tre parole funzionali al disegno pregresso.

Ho visto giornalisti spostare con le loro mani materassi in una pineta del salernitano perché il loro servizio doveva dimostrare che i migranti clandestini vi dormivano all’addiaccio.

Quando fu eletto il presidente Napolitano l’inviato arrivato da Roma, meridionale al pari di Golia, fece recitare ad un fin troppo paziente tabaccaio la frottola che a Napoli per celebrare l’elezione di un concittadino alla massima carica dello stato, i napoletani avessero fatto prontamente ricorso alla cabala e tirato fuori “il terno del presidente”.

I tre numeri al tabaccaio li aveva forniti lo stesso giornalista che una volta raccolto in loco quanto occorreva per il consueto acquerello stereotipato di Napoli, ripartì alla volta di Roma per montare il consueto servizio prefabbricato.

Gli inquietanti figuri che a volto coperto e con la voce filtrata rivelano segreti e misfatti della camorra che sovente compaiono nelle trasmissioni televisive, sovente sono in gran parte figuranti pagati e questo lo sò per certo con nomi e cognomi degli autori tv.

Superficialità, stereotipi, generalizzazioni, disinformazione strumentale: questo è quanto chi arriva a Napoli vuole raccontare.

Tra le richieste più strambe mi è capitata quella di un inviato di un programma di intrattenimento che era convinto che a Napoli d’estate ci fosse l’abitudine diffusa di lanciare secchiate d’acqua dai tetti per combattere la calura estiva.

Da quali fatti concreti avesse tratto questa panzana non è dato sapere e con calma olimpica e spirito pedagogico quella volta mi toccò, non senza difficoltà, fargli capire che si trattava di un’enorme cazzata.

Quando parlo di richieste è perché nella stragrande maggioranza dei casi i giornalisti si affidano ai cameramen locali, usati come guide per i loro safari strampalati privi di fatti e serie ricerche a monte, per essere condotti all’agognata preda mediatica.

L’imbranata giornalista milanese inviata di recente a Napoli per giudicare se e come i napoletani si attenessero alle regole dell’emergenza covid mi ha ricordato per goffagine due inviate con cui purtroppo ho avuto a che fare, alla disperata ricerca di ragazzi che partecipassero alle famigerate “stese”.

Le due proprio non si capacitavano che il contesto cittadino non fosse quello di uno spaghetti western in stile “Benvenuti al Sud” e arrivarono a chiedere a un giovane acconciatore di un quartiere popolare, specializzato nella cura di barbe hipster, se i “Barbudos”, affiliati ad un clan che utilizzava un’estetica hipster, fossero frequentatori del suo locale.

Il barbiere, con mia somma gioia, interruppe l’intervista e le cacciò, indignato dalla totale mancanza di rispetto e tutela dimostrati da giornaliste da inchieste mordi e fuggi, ansiose solo di recuperare i tasselli del puzzle che gli era stato ordinato di comporre anche a discapito dell’interlocutore di turno, come brave soldatine…

Sono tante le storie che ciascun cameraman che lavora sul territorio potrebbe narrare sul pessimo modo di fare informazione superficiale e falso, fin troppo connesso all’intrattenimento e alla fiction largamente utilizzato nel desolante panorama televisivo italiano.

Lo stereotipo Napoli fa gola a tanta gente anche all’estero e di recente ho rifiutato di essere parte all’ennesimo safari alle vele di Scampia per conto di una tv francese curiosa di vedere esotiche figure alle prese con un’epidemia: proprio non ce l’ho fatta stavolta ad essere complice del massacro mediatico della mia terra in un momento come questo che sta rivelando il vero volto e la vera natura di tante cose e di tanta gente.

Soldi persi, certo: ma un guadagno enorme in “salute” e dignità.

Federico Hermann

Un articolo di Federico Hermann pubblicato il 22 Aprile 2020 e modificato l'ultima volta il 22 Aprile 2020

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