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Il Borgo di sant’Antonio: il quartiere del “cippo” tra folklore e identità

Ciento 'e sti juorne | 17 Gennaio 2019

Oggi, 17 gennaio, si festeggia sant’Antonio Abate, meglio conosciuto a Napoli come sant’Antuono.

Per la rubrica ” Ciento ‘e sti juorne ” abbiamo scelto di raccontarvi del Borgo di sant’Antonio: il quartiere del “cippo” tra folklore ed identità.

Il Santo

Sant’Antonio Abate fu un eremita di origine egiziana. La storia narra che, spogliatosi di tutti i beni materiali, si ritirò in isolamento per oltre vent’anni per resistere alle tentazioni del male. Molti sposarono la sua dottrina tanto che fondò l’ordine degli Antoniani. Nella sua lunghissima vita- morì a ben 105 anni- fece numerosi miracoli  e guarigioni, curando con il grasso di maiale l’herpes comunemente chiamato non a caso, “fuoco di sant’Antonio”.

E’ raffigurato nell’iconografia con un bastone e un maialino ai piedi: nel bastone la scintilla purificatrice del fuoco donato agli uomini; protettore degli animali .

Ma Sant’Antonio è anche protettore dei pizzaioli e dei  panettieri. E infatti oggi lo si celebra, nonostante la bomba a Sorbillo. E qualcuno lo celebrerà propro fuori al locale devastato.

Tra religione e riti pagani

Sarebbe facile parlare del borgo di Sant’Antonio col pensiero che corre immediatamente al cippo, 

Il 17 gennaio, giorno che coincide con l’inizio del Carnevale, in alcuni quartieri popolari di Napoli, si bruciano vecchi oggetti e alberi di Natale e si benedicono gli animali: una tradizione tra sacro e profano, un rito pagano che ha nel fuoco il suo elemento purificatore. Intorno a quel bagliore ipnotico, il popolo canta, balla ed esorcizza il malocchio,”arruffianandosi” la ciorta, la buona sorte.

” ‘ O buvero”

Ma il borgo, ” ‘o buvero”, come è comunemente conosciuto tra i napoletani, è molto di più: è humus, napoletanità, folklore e identità fuori dal tempo.

Se ne hanno tracce fin dal 1629, uno stradone situato a ridosso del quartiere Arenaccia, incolto e selvaggio, considerato estrema periferia. All’inizio del borgo di sant’Antonio la chiesa omonima, le cui origini risalgono al  1313.

Si narra che il complesso fosse costituito dal convento degli Antoniani, un ospedale e un lazzaretto. Pare che i cittadini vi portassero in dono maialini  in cambio della tintura per curare ” il fuoco”, l’herpes.

Gli Aragonesi proibirono tale culto perchè ritenevano l’usanza troppo legata alla precedente dominazione francese.

Nei secoli, la chiesa fu soggetta a numerose modifiche per far spazio all’urbanizzazione e testimonianze certe se ne hanno solo agli inizi del 1900, con l’interessamento di Benedetto Croce che ne parla in “Napoli nobilissima”; nel Risanamento di Napoli del 1925, nella zona ci furono cambiamenti strutturali notevoli: la strada che univa piazza Carlo III con la stazione fu rifatta; parte della chiesa fu distrutta per allargare la strada; in via Foria nacquero nuovi palazzi e molti poveri sfrattati da un giorno all’altro per l’avvento dei lavori.

Il mercato

Il “buvero” è soprattutto Mercato. Lungo la sua strada, ogni giorno si ammassano e sgomitano bancarelle, i banchi esterni dei negozi e gli ambulanti. Le strade pullulano di umanità e storie, di lacrime e risate, di vita e voci che si intrecciano un attimo e svaniscono nel vento.

Si cammina come Dante, inferno o paradiso poco importa: non c’è bisogno di Virgilio per decifrare gli umori e le vicissitudini del borgo, basta porgere l’orecchio.

Entri in punta di piedi nella vita della Napoli che vive, sopravvive e resiste, fedele a se stessa.

Ci trovi il tipo spavaldo che vende calzini: cerca di arruffianarti con complimenti farlocchi ma ha solo voglia di raccontarsi. Riesci a dribblare, gli strappi una risata, un paio di fantasmini e un grazie sincero, quello sì.

La “vicchiarella” curva, dignitosa e ordinata nella sua lampante povertà, armata di carrello che non sai chi trascina chi e che chiede cinquanta grammi di ricotta perchè “signurì, io mangio poco”.

Lo scugnizzo che si atteggia a grande e ti lancia uno sguardo di sfida se lo esorti a raccogliere la carta che ha buttato a terra ma poi cede perchè fai leva sulla mamma che “se piglia collera se sa che gli fai fare una brutta figura”.

Incroci gli sguardi del mondo:  di chi la vita ha tolto tutto ma non la dignità, col sorriso bianco abbagliante sul viso scuro; gli occhi guardinghi e diffidenti di chi ha fatto dell’imbroglio il suo modo di vivere, a sentinella di un malaffare che non molla e non demorde, che pesca nella zona grigia dell’indifferenza di tanti e istituzioni che hanno armi spuntate in una giustizia lenta e tramortita sulla via dell’intolleranza e della rassegnazione. Di pochi mesi fa, l’ennesima retata contro il traffico  di droga.

Cippi, folclore e identità

Il Borgo è un crogiuolo in cui razza e religione non contano, il malaffare convive con l’onestà, la miseria con la nobiltà; è un dado per il brodo, un concentrato di profumi, aromi e sostanza che non è surrogato ma solo un estratto della Napoli autentica.

Al di là dell’immagine stereotipata del borgo, quello di sant’Antonio è un sentiero poco battuto dal turismo di massa che invade vie più “gettonate”, è la napoletanità verace del quartiere popolare che affonda le radici nell’humus più identitario.

Cammini: la via lastricata e sgarrupata una carta sporca, i “uè uè jamm ja “di chi ti vuole vendere la mercanzia, c’è chi è seduto su una cassetta della frutta e batte le mani per riscaldarle, la coppola di traverso e una sigaretta che penzola tra le labbra.

All’improvviso da un altoparlante partono le note di “Je sto vicino a te”.

Le parole restano sospese nell’aria; di voce in voce la canzone diventa inno collettivo che unisce, lega a doppio filo ed è l’essenza pura della città. I brividi serpeggiano lungo la schiena.

Sei sospeso nel tempo, galleggi in quella magia fatta di musica, parole e vita, tesse una ragnatela  invisibile che quando sei dentro è troppo tardi. Ci sei avviluppato nella sua bellezza e unicità, sai che non potresti mai lasciarla perdere. L’amore. E’ quello il vero senso del borgo.

L’amore per il popolo, per la gente, quella stessa tua. Non ci sono nè barriere nè divisioni: c’è solo quella femmina rozza, la tua Napoli viva e verace.

Ti trasmette quella scintilla vitale che è nel fuoco che purifica, nella lava che in tanti vorrebbero che ci lavasse, nel suo vento salmastro, nelle sponde che uniscono  il Mediterraneo in un destino comune di sopraffazione e derisione.

Si passeggia per il borgo e non sei solo, diventi uno nessuno e centomila rubando pezzetti di vita, scambiando un sorriso con una ragazza che canta appresso a te quell’inno. E’ un grido, uno stadio all’aria aperta, ti dà briciole di pane per far capire davvero che significa appartenere a questa sirena, cosa davvero significa essere napoletani al di là degli stereotipi, della bellissima cartolina, dei luoghi comuni e delle polemiche che segnano il passo. Non si può slegare il Borgo sant’Antonio da Napoli, ne è la fedele rappresentazione quotidiana in ogni sua sfumatura e molteplici sfaccettature.

Ci suggerisce cosa significa davvero essere di Napoli, raccogliere la storia che portiamo nel nostro sangue, quella scintilla di unicità e coraggio di essere oltre che ci contraddistingue e che è la nostra forza.

Dobbiamo crederci “c’arraggia ‘ncuorpo e chi jesce pazzo tutt’e juorne pe’ capì.”

Monica Capezzuto

Un articolo di Monica Capezzuto pubblicato il 17 Gennaio 2019 e modificato l'ultima volta il 17 Gennaio 2019

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