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IL CASO

Dubbi sullo spostamento delle Sette Opere di Misericordia di Caravaggio a Capodimonte

Beni Culturali | 25 Febbraio 2019

Spostare le Sette Opere di Misericordia di Caravaggio dal Pio Monte sì o no? È questa la domanda che ci si sta ponendo da quando si è palesata la possibilità in seguito alla notizia di una mostra – evento sul periodo napoletano di Caravaggio al Museo Nazionale di Capodimonte.
La mostra, che approfondisce il periodo napoletano del pittore e l’eredità lasciata nella città partenopea, verrà inaugurata il 12 aprile e sarà aperta al pubblico fino al 14 luglio. In pratica un focus sui 18 mesi di Michelangelo Merisi trascorsi a Napoli tra il 1606 e il 1610. Saranno messe a confronto 7 opere tutte eseguite a Napoli tra cui prestiti straordinari come La Flagellazione del Musée des Beaux Arts di Rouen, Salomé con la testa del Battista proveniente da Madrid e probabilmente Le Sette Opere di Misericordia provenienti dal Pio Monte.

Il “no” di Nicola Spinosa al prestito delle Sette opere per la mostra a Capodimonte

Questo il prologo di una vera e propria diatriba scoppiata dopo il “no” perentorio allo spostamento dell’opera da parte di Nicola Spinosa, ex soprintendente e direttore del Museo di Capodimonte, e la successiva risposta da parte del Soprintendente del Pio Monte della Misericordia, Alessandro Pasca di Magliano.
La posizione espressa da Spinosa ha dato il via ad una raccolta firme sostenuta anche dal presidente di Italia Nostra Napoli, Guido Donatone, che già il 23 dicembre scorso si era appellato al Ministro dei Beni e delle attività culturali, Alberto Bonisoli, per chiedere che il dipinto non fosse spostato dalla sua sede naturale. Donatone si era già mosso sempre affinché le Sette Opere non fossero spostate per una mostra a Roma qualche anno fa. A lui si sono presto aggiunti una schiera di intellettuali, tra cui lo storico dell’arte Tomaso Montanari. Una delle ragioni addotte dagli studiosi capeggiati da Spinosa è quella che esista una delibera del 27 agosto del 1613 che stabilisce l’inamovibilità del dipinto, cosa sconfessata dal Soprintendente del Pio Monte, il quale afferma che non è vero come sostiene Spinosa “che mai per nessun motivo, sia pure momentaneo e occasionale, la tela del Caravaggio poteva essere rimossa dalla sua chiesa” , ma che il Governo dell’Istituto dell’epoca decretò che “per nissuno prezzo si possa mai vendere”.
Già nel 1938 le Sette Opere lasciarono il Pio Monte per una mostra al Maschio Angioino e ancora nel 1963 per un’altra mostra a Palazzo Reale  mentre nel 1965 partì per l’estero alla volta di Parigi. Allo stesso Museo di Capodimonte approdò nel 2004 per la mostra “Caravaggio. L’ultimo tempo 1606 – 1610”. Curioso che all’epoca di quest’ultima mostra il Soprintendente di Capodimonte fosse lo stesso Spinosa che non si preoccupò della presunta inamovibilità del dipinto adducendo come scusa che le Sette Opere fossero già al Museo per un intervento conservativo. Anche quest’ultimo episodio viene chiarito da Pasca del Pio Monte che invece tiene a sottolineare che il dipinto fu sottoposto all’intervento di restauro proprio per la mostra su Caravaggio a Capodimonte.
Un passo della lettera inviata da Pasca al Corriere del Mezzogiorno sulla permanenza del dipinto a Capodimonte nel 1984 recita: “ Quella esposizione fu realizzata allorquando l’opera già si trovava in Capodimonte per le esigenze straordinarie di messa in sicurezza della nostra Chiesa, insorte a seguito dei danni cagionati dal sisma del 1980. Ebbene Spinosa […]omette di riferire che, a seguito di quella esposizione , il Museo di Capodimonte tentò di ritenere definitivamente l’opera ( così come definitivamente si appropriò della Flagellazione dello stesso Caravaggio, sino a quell’epoca conservata presso la sua sede originaria in San Domenico Maggiore); e fu soltanto con il sostenimento di una vera e propria battaglia culturale e giuridica che il nostro Istituto riuscì a scongiurare detto rischio”.
A favore dello spostamento delle Sette Opere per la mostra di aprile a Capodimonte non è solo Pasca del Pio Monte della Misericordia ma anche il comitato dei musei di via Duomo con il presidente Paolo Jorio, anche direttore del Museo Civico Gaetano Filangieri e del Museo del Tesoro di San Gennaro, primo firmatario del “sì” allo spostamento per la mostra.

Le ragioni del “no” di Spinosa e degli intellettuali

I “no” al momentaneo trasferimento sono convinti innanzitutto che la tela del Caravaggio creata appositamente per la Cappella all’interno della Chiesa del Pio Monte possa togliere appeal all’Istituto i cui visitatori vengono invitati a visitarlo proprio per il Caravaggio al suo interno; che l’operazione sia prettamente economica e finalizzata a fare cassa; e si aggiunga a ciò che la tela spoglia del suo luogo naturale per il quale fu creata, perda essa stessa il fascino che comporta il trovarsi sull’altare maggiore della Cappella a mostrare le Sette Opere di Misericordia su cui il Pio Monte stesso basa la sua nascita e il suo primitivo scopo. Probabilmente fuori contesto la tela perderà gran parte della sua bellezza così come avrà perso molto la Flagellazione lontana ormai definitivamente dalla sua cappella in San Domenico Maggiore.

A favore del “sì” i musei di via Duomo

Dall’altro lato, il paradosso è dato dai “sì” al trasferimento proprio di quelli che invece più si avvantaggiano quotidianamente della presenza di quel dipinto di Caravaggio a via Duomo, la via dei musei. Il Museo Civico Gaetano Filangieri, il Museo del Tesoro di San Gennaro, il Museo Madre, l’Archivio Storico del Banco di Napoli , il Museo Diocesano, i Girolamini , San Severo al Pendino e lo stesso Pio Monte di cui si fa portavoce Paolo Jorio , sono a favore della “movimentazione delle opere”. Per Jorio “ la mostra di Capodimonte non solo dà una mano a un museo straordinario ma è un richiamo per tutta la città”.

Una riflessione sul dibattito

Fa riflettere molto questo acceso dibattito a colpi di lettere a un giornale.
Da un lato spontaneamente si vorrebbe tenere le Sette Opere al proprio posto e non prestarle per nessun motivo, ritenendole un bene inamovibile proprio perché opera creata appositamente e adatta al luogo in cui si trova. Dall’altro entrano in gioco diversi fattori di cui tenere conto: innanzitutto quello economico. A volte è difficile anche immaginarlo, ma i nostri beni culturali hanno bisogno continuamente di fondi, per restauri, manutenzione e spesso anche solo per accendere luci adatte ad illuminarli e per conservarli nel modo più opportuno. Le mostre e i prestiti sono spesso il sistema più semplice per fare cassa ma anche per pubblicizzare non solo l’opera in sé ma anche il luogo in cui si trova ( nel caso specifico il Pio Monte e la sua collezione), e di rimando una città intera e musei più piccoli e sconosciuti come quelli di via Duomo a Napoli, senza contare che lo stesso Museo di Capodimonte necessita a sua volta di forti richiami per attirare visitatori.
La diatriba fondamentalmente sembra sempre la stessa: una cultura statica che pensa solo alla tutela e alla conservazione, ma non al lato pratico, e una “cultura” dinamica che pensa anche a fare “cassa” con l’arte cercando in ogni caso di valorizzarla, tutelarla ma anche (perché no) pubblicizzarla?
Vogliamo che da noi arrivino turisti ad ammirare i nostri capolavori e visitare i nostri musei ma senza mostre di grande valore anche scientifico come questa di Caravaggio a Capodimonte che indaga nuovi aspetti della vita dell’artista a Napoli, come si può fare?
A San Pietroburgo si sta tenendo la più grande mostra su Piero della Francesca degli ultimi tempi. Sempre all’Ermitage parte a breve una grande mostra su Pompei con tantissimi pezzi in arrivo dai depositi del Parco archeologico di Pompei e dal Museo archeologico di Napoli. E sei statue di Canova, stelle del Museo di San Pietroburgo, raggiungeranno Napoli a fine marzo. Cosi come tantissimi reperti del Mann si trovano ora in una mostra itinerante in Cina.
Pensare in modo più ampio e con un riscontro a lungo termine potrebbe ( e il condizionale è d’obbligo) essere una soluzione anche per i musei o gli istituti più piccoli e non conosciuti? Forse nel caso specifico delle Sette Opere si potrebbe fare un’eccezione e lasciarle lì dove sono, ma vorremmo tutti che fossero molti di più i fruitori del Pio Monte e delle sue bellezze, non solo della tela del Merisi.
Come sempre tra un “no” e un sì” sarebbe più giusto mettere un punto interrogativo a una questione più ampia: quale significato diamo alla cultura? Quale futuro per i nostri Beni culturali, per un’opera d’arte o un monumento?
Un dibattito costruttivo sarebbe auspicabile, soprattutto in ragione di questo famoso “petrolio” che sono i nostri beni culturali, appartengano questi al Ministero, alla Chiesa o agli istituti civici e privati.

Susy Martire

Un articolo di Susy Martire pubblicato il 25 Febbraio 2019 e modificato l'ultima volta il 25 Febbraio 2019

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