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IL CASO SPEZIALE

Genny a’ carogna e la t-shirt che scandalizza l’Italietta

Italia, Politica, Sport | 4 Maggio 2014

genny a' carogna

Uno degli spettacolini più indecorosi dell’Italietta, ieri, durante la vergognosa finale di coppa italia Napoli-Fiorentina di cui Floriana Tortora vi ha offerto  ampia cronaca, è stato – tra i tanti –  dare per scontato che Genny la carogna, l’ultras del Napoli che ieri è diventato il caso mediatico dei giornalai di regime (preferito al trentenne Ciro Esposito – il napoletano colpito da un’arma da fuoco da un ultrà romanista) con la sua maglietta “Speziale libero” fosse il sostenitore di un assassino. Nessuno, manco a dirlo, a domandarsi se quella maglietta volesse dire altro. Ad esempio se circola in qualche modo il dubbio che sia  stato veramente Antonino Speziale l’assassino di Filippo Raciti.

C’è un libro, uscito qualche mese fa, che mette in dubbio, invece, che Speziale sia realmente colpevole. Ne è autore un giornalista, tra l’altro di Roma, che si chiama Simone Nastasi.

Diciamo subito, per correttezza di informazione, che la “verità giudiziaria” è che l’ispettore Raciti, morto il 2 di febbraio del 2007, secondo la magistratura è stato ucciso a colpi di sottolavello da Speziale, che all’epoca dei fatti aveva diciassettenne anni e che avrebbe operato in concorso con un’altra persona.

Ricordiamo che poi, nel corso del processo, Antonino è stato condannato per omicidio preterintenzionale, in primo grado, alla pena di 14 anni che poi, in sede di Appello, verranno ridotti ad otto. La Cassazione, nel novembre del 2012, ha confermato il verdetto di condanna e la sentenza è diventata immediatamente esecutiva: per Antonino Speziale si sono riaperte le porte del carcere.

Conclusa, dunque, la sintesi della vicenda giudiziaria, restano i dubbi. E aumentano, come spiegano alcuni avvocati catanesi ne “Il caso Speziale”, proprio attraverso la lettura di quegli atti processuali, sulla base dei quali l’imputato è stato condannato in via definitiva.

Il libro ripercorre le tappe della vicenda giudiziaria e solleva più di un interrogativo, come spiega l’avvocato Lorenzo Contucci nella prefazione: “La cronaca è piena zeppa di casi definitivamente giudicati dalla Corte di Cassazione che, una volta riaperti, hanno poi visto l’assoluzione di imputati che – da innocenti – hanno trascorso anni nelle patrie galere, aiutati solo dai propri avvocati che hanno creduto nelle loro parole.

Sgombriamo il campo sin da subito, con una premessa inequivocabile: la morte dell’Ispettore Raciti è la conseguenza di comportamenti che non dovrebbero trovare spazio nelle competizioni sportive. L’assioma è infatti semplice: qualunque sia stata la causa del decesso, ciò non si sarebbe verificato se gli spettatori si fossero comportati correttamente.

Se questo, a livello morale, può bastare per far ricadere la responsabilità dell’accaduto, in modo collettivo, sugli ultras del Catania che hanno partecipato ai disordini, ciò non può invece essere sufficiente per il giornalista d’inchiesta, per l’avvocato e, in qualche maniera, anche per il giudice che debbono, ciascuno nel proprio ruolo, stabilire chi ha fatto cosa, al di là di giudizi di natura morale che possono solo costituire la coloritura di un episodio”.

E aggiunge ancora l’avvocato: “Con un pizzico di esperienza personale quale tifoso, sapevo anche che le modalità di gestione dell’ordine pubblico dell’epoca, anziché disinnescare focolai di violenza, avrebbero potuti crearli. Sono infatti dell’opinione che il responsabile dell’ordine pubblico – e per esso intendo chi prende le decisioni a monte, nel momento in cui si stabiliscono le modalità operative della trasferta di una tifoseria organizzata – dovrebbe porsi qualche domanda in più e avere qualche certezza in meno. E, soprattutto, dovrebbe – così come il fabbro conosce il ferro che lavora – conoscere le modalità comportamentali ed emotive che muovono il tifoso più radicale.

… E di certo non sta al sottoscritto affermare se i ragazzi condannati per l’omicidio dell’Ispettore Raciti siano colpevoli o innocenti: la Corte di Cassazione, ponendo la parola fine sul processo, demanda alla storia la prima ipotesi, sempre che in futuro non si riesca ad ottenere la revisione del processo. Ma io non sono un giudice, sono un avvocato e quindi personalmente ritengo più probabile la seconda ipotesi, auspicando – visti i precedenti – di non incorrere in una qualche misura di prevenzione per aver espresso il mio parere sulle pagine bianche di questo libro”.

Nastasi, il giornalista, quando uscì il libro, invece, spiegò a Live Sicilia Catania che “non si può morire per una partita di calcio, lo ripeterò all’infinito, ma la Giustizia – chiarì – la si deve ottenere con i giusti mezzi. La certezza della pena deve essere sempre giustificata in sede processuale dalla certezza della colpa. Non si può fare giustizia sommaria perché si devono dare delle risposte ad un fatto grave. La Giustizia ha il dovere di essere giusta”.

“Il caso Speziale” del resto è la storia di un processo, senza valutazioni personali o giudizi. “Ci sono però dei dubbi che, a mio avviso, era importante portare alla conoscenza dei lettori”.  Una finalità che è implicita al sottotitolo del saggio, “cronaca di un errore giudiziario”. “Sì, questa espressione è stata coniata dall’avvocato Lipera e l’ho voluta fare mia – aggiunse Nastasi – É l’unica valutazione di stampo giornalistico, sia chiaro, che mi sono voluto concedere. Studiando le carte non ho potuto non notare come Speziale sia stato scarcerato due volte per la debolezza dell’impianto accusatorio: questo a mio avviso va detto. Che ci sia stata una perizia dei Ris, richiesta dal Gip, che stabilisce come il sottolavello non sia l’arma del delitto, va raccontato. Da qui – la spiegazione di Nastasi -nascono i dubbi. C’è poi una duplice sentenza della Corte di Cassazione che ha annullato a suo tempo l’ordinanza di custodia cautelare. La prima volta – argomentò l’autore del libro – la Suprema Corte lo fece con un rinvio, ovvero chiedendo all’accusa di riformulare il proprio impianto attraverso accuse più consistenti. La seconda volta, invece, annullò direttamente l’ordinanza senza ulteriori rinvii. In sostanza venne stabilito in quella fase che l’arresto non era giustificato perché le accuse erano deboli. Tutti questi passaggi sono spiegati pedissequamente nel libro. Ho voluto inoltre che parte della documentazione venisse pubblicata anastaticamente affinché – conclude l’autore- le fonti del Processo siano trasparenti e accessibili a chiunque”.

Dunque che un tifoso invochi libertà per Speziale, comunque la pensiate, non ci sembra scandaloso, tutt’altro. Tant’è che nè Nastasi nè tantomeno l’avvocato Lipera, sostenendo con gli atti processuali tesi analoghe, sono stati tacciati di essere mafiosi o camorristi.

Non si chiamano Genny’a carogna, evidentemente.

Lucilla Parlato

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 4 Maggio 2014 e modificato l'ultima volta il 3 Maggio 2015

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