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IL CASO

Whirpool, domani incontro al Mise. Solo su Napoli patti non rispettati. E Di Maio promette di tagliare fondi all’azienda se non manterrà occupazione

Lavoro | 3 Giugno 2019

E’ continuata anche questa mattina, alla presenza di diverse sigle sindacali, istituzioni, parlamentari dei 5 stelle, l’agitazione fuori ai cancelli della Whirpool,  la multinazionale che ha deciso di cedere lo stabilimento di Napoli e mettere alla porta 430 lavoratori, cui ne vanno sommati altri 240, tra Avellino e Carinaro (CE).

Motivo: il solito, delocalizzazione al Nord e cessione – non meglio definita – ad altri dell’intera fabbrica.

Da sette anni i lavoratori di Napoli sono già in “solidarietà” con stipendi ridotti

Una questione che dovrebbe essere, in questo momento, la questione per Napoli. Perché a parte i posti di lavoro, è simbolico e drammatico che a pagare debbano essere sempre i lavoratori del Mezzogiorno. Queste persone, poi, quelle che lavorano nello stabilimento di via Argine,  già da sette anni sono in solidarietà, con riduzioni di stipendi consistenti (tra gli 800 e i 1000 euro) perché l’azienda sette anni fa chiese ai lavoratori partenopei “sacrifici” per tenere aperti tutti gli stabilimenti in Italia. Peccato che il sacrificio sia stato richiesto solo ai napoletani, in una fabbrica che tra l’altro rappresenta un’eccellenza multipremiata (è quella che produce le lavatrici, prodotto prestigiosissimo della Multinazionale. Tant’è che il know-how della fabbrica di Napoli è stato preso come modello per altri rami dell’azienda).

In questi sette anni di solidarietà, inoltre, molti lavoratori si sono fatti anticipare tfr o si sono indebitati: soprattutto per quelle famiglie monoreddito con figli la situazione è durissima, perché con 1000 euro non riescono a campare. Su Napoli, poi, la Whirpool aveva fatto anche dei piani di produttività in cui dava e garantiva 50-70mila euro ai lavoratori che decidevano di uscire. Alcuni, anche per disperazione, ormai sommersi di debiti, hanno accettato. Gli altri, invece, aspettano appesi a un filo il proprio destino.

Otto mesi fa l’accordo col governo: ma su Napoli il patto non è stato rispettato

Certo è che è singolare che proprio a Napoli, nella sua città e in uno dei bacini elettorali più importanti del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio stia incassando, da ministro dello Sviluppo economico, lo scandaloso dietrofront del gruppo americano con questa decisione unilaterale di riconvertire, attraverso una cessione, lo stabilimento produttivo di Via Argine, nella periferia est della città, ultimo residuo di fabbrica di un’area una volta florida e dove è rimasta solo l’Hitachi. Appena otto mesi fa, il 25 ottobre scorso, infatti, Di Maio incontrava al Mise i vertici di Whirlpool ottenendo, sulla carta, rassicurazioni sul piano industriale da 250 milioni di euro e la garanzia sui livelli occupazionali e produttivi in Italia: accordo sbandierato come esempio di un cambio di passo nei rapporti di forza tra governo e multinazionali straniere. L’intesa prevedeva non solo che non ci fossero esuberi di lavoratori fino al completamento del piano industriale nel 2021, con consistenti investimenti nei tre anni successivi nei vari siti industriali del paese, ma anche il rientro in Italia della produzione di lavatrici e lavasciuga da incasso, attualmente localizzata in Polonia.

Il dietrofront della multinazionale

Al tavolo sindacale, invece, nei giorni scorsi l’azienda ha riferito che per la fabbrica napoletana è prevista una riconversione legata alla vendita a un soggetto terzo, confermando le direttrici del piano presentato a ottobre, compresi gli investimenti da realizzare tra il 2019 e il 2021 nell’attività di produzione e nella ricerca per l’innovazione dei prodotti.  Napoli, però, non esiste più in questo piano. Già da aprile, del resto, a quanto raccontano fonti sindacali, l’azienda stava evitando incontri con i rappresentanti dei lavoratori. Si sospettava qualche problema, ma nessuno pensava alla cessione. Si credeva che sarebbero state ridotte le commesse o altre ipotesi che certo non contraddicevano gli accordi di appena 8 mesi fa. Fino a che è arrivata la posizione ufficiale dell’azienda:

“Per quanto riguarda lo stabilimento di Napoli, Whirlpool Emea  – è spiegato in un comunicato – intende procedere alla riconversione del sito e vendere l’attività a terzi in grado di garantire continuità industriale e massimi livelli di occupazione, al fine di creare le condizioni per un futuro sostenibile per Napoli. Nei prossimi giorni, Whirlpool collaborerà con i sindacati, le istituzioni nazionali e locali per definire tutti i dettagli e le tempistiche del progetto di conversione, che sarà annunciato al più presto”.

Domani tavolo al Mise. Di Maio: “O rispettano il piano o non avranno fondi dal governo”

Al tavolo convocato presso il Mise domani, 4 giugno, vedremo cosa accadrà. Da Napoli partiranno più autobus (anche da Carinaro, che già è diventato un deposito da qualche tempo e dove i lavoratori – a 100 dei quali era stato assicurato lo spostamento a via Argine – sono appunto in pericolo anche loro) con circa 300 tra lavoratori e rappresentanti sindacali. Di Maio ha promesso che se si perderanno posti di lavoro, salterà il piano industriale e dunque anche i 250 milioni che il governo aveva investito nella questione. Ma il punto è un altro: questa questione dovrebbe diventare una questione che coinvolge tutta la città di Napoli, città che ha pagato un prezzo già troppo alto in questi anni in termini economici, di occupazione e delocalizzazione, impoverimento del territorio e saccheggio di know how che ha intensificato lavori di altre aziende della Whirpool. Per tanto l’unica soluzione possibile è proprio quella indicata dal ministro e alla quale ci auguriamo terrà fede: Whirpool non deve avere un euro di fondi pubblici se non garantisce tutti i posti di lavoro pienamente e in tutt’Italia.

Lucilla Parlato

Ph Salvatore Laporta/Kontrolab

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 3 Giugno 2019 e modificato l'ultima volta il 3 Giugno 2019

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