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Il commissario Ricciardi e le case di tolleranza di Napoli, raccontate anche da Eduardo, Viviani e Di Giacomo

Storia | 23 Febbraio 2021

Penultima puntata per il Commissario Ricciardi, la fiction di Rai Uno ispirata ai romanzi di Maurizio de Giovanni.

Il set della puntata andata in onda ieri lunedì 22 febbraio è una delle case di tolleranza più importanti del quartiere Chiaia. Protagonista, una delle tante ragazze che in quegli anni, fino alla promulgazione della Legge Merlin del 1958, entravano a far parte della grande industria del sesso.

Il battesimo del sesso

In quegli anni era quasi un rito iniziatico, per i giovani di tutte le estrazioni sociali, farsi “battezzare” da una “bella figliola” di una delle tantissime case chiuse diffuse in tutta la città. La miseria era tanta e molte ragazze, nella speranza di una vita migliore, giungevano in queste case anche molto giovani.

La prostituzione a Napoli di Salvatore Di Giacomo

Il primo ad occuparsi di donne pubbliche, con una ricerca storica, non fu un medico e nemmeno un commissario, ma un poeta, Salvatore Di Giacomo  col suo curatissimo volume “Prostituzione in Napoli nei secoli XV, XVI e XVII. Documenti inediti” uscito nel 1899.

L’umanità dolente dei vicoli e dei bassi è tema ricorrente nella produzione digiacomiana: all’epoca il poeta lavorava alla Lucchesi-Palli e coltivava la ricerca erudita su testi e documenti antichi, che vanno dal medioevo, al regno aragonese, al ‘700. Il volume infatti prende le mosse dalla legislazione normanna e sveva in materia di meretricio: da un lato si faceva obbligo alle puttane di abitare ed esercitare in zone circoscritte della città e s’imponeva loro una gabella. Dall’altro si proibiva nel contempo, a chiunque, di maltrattarle.

Le leggi di Federico II arrivarono a prevedere anche la pena di morte per chi usasse violenza verso una prostituta. Di Giacomo studiò gli aspetti del fenomeno sui documenti conservati presso la Società di Storia Patria e l’Archivio Notarile, ma le pagine del libro hanno immagini che sono la cifra consueta del poeta-scrittore.

“…Il crespo sulle spalle – uno scialle di seta giallina o bianca, a frangia – le rosette agli orecchi, gli zoccoletti, un mazzetto di ruta ne’ capelli, una villanella sulle labbra e le mani in cintola: ecco, sull’angolo di una stradicciuola, allo sbocco d’un vico, la meretrice partenopea del ‘500”.

La Bammenella di Viviani e l’affettuosa pietà

L’icastica figura tratteggiata da Di Giacomo richiama alla mente – si passi l’inciso – un’altra immagine, quella di Marina Pagano in “Bammenella ’e copp ’e quartiere” di Raffaele Viviani. Nel libro digiacomiano, come poi in Viviani, non c’è nessuna indulgenza verso la nota di costume o il bozzetto di maniera, ma vi predomina l’affettuosa pietà

Filumena Marturano

Molti anni dopo rispetto all’ambientazione del romanzo di de Giovanni, e molti anni dopo il libro di Di Giacomo e la Bammenella di Viviani, Eduardo darà vita ad uno dei suoi personaggi più amati – Filumena Marturano – finita in una casa di tolleranza proprio per sfuggire alla fame nera che attanagliava i vicoli di Napoli tra le due guerre, cui fa riferimento in uno dei più struggenti e drammatici monologhi del teatro italiano:

“Avvoca’, ‘e ssapite chilli vasce…i bassi… A San Giuvanniello, a ‘e Virgene, a Furcella, ‘e Tribunale, ‘o Pallunetto. Nire, affummecate… addò ‘a staggione nun se rispira p’ ‘o calore pecché ‘a gente è assaje, e ‘a vvierno ‘o friddo fa sbattere ‘e diente. Addò nun ce sta luce manco a mieziuorno… Io parlo napoletano, scusate… Dove non c’è luce nemmeno a mezzogiorno. Chino ‘e ggente! Addò è meglio ‘o friddo c’ ‘o calore. Dint’ a nu vascio ‘e chille, ‘o vico San Liborio, ce stev’io cu ‘a famiglia mia. Quant’èramo? Na folla. Io ‘a famiglia mia nun saccio che fine ha fatto. Nun ‘o vvoglio sapé. Nun m’ ‘o rricordo! Sempe ch’ ‘e ffacce avutate, sempe in urto ll’uno cu’ ll’ato. Ce coricàvemo senza di’: «Buonanotte » ce scetàvemo senza di’: «Bongiorno» Una parola bbona, me ricordo ca m’ ‘a dicette pàtemo, e quanno m’ ‘arricordo tremmo mo pè tanno. Tenevo tridece anne. Me dicette: «Te staje facenno grossa, e ccà nun ce sta che magnà, ‘o ssaje? » E ‘o calore! ’A notte, quanno se chiudeva ‘a porta, nun se puteva rispirà. ‘A sera ce mettévemo attuorno ‘a tavula. Unu piatto gruosso e nun saccio quanta furchette. Forse nun era ‘o vero, ma ogne vota ca mettevo ‘a furchetta dint’ ‘o piatto, me sentevo ‘e guardà. Pareva comme si m’ ‘avesse arrubbato, chellu magnà. Tenevo diciassett’anne. Passàveno ‘e ssignurine vestite bbene, cu’ belli scarpe, e io ‘e guardavo. Passàveno sott’ ‘o braccio d’ ‘e fidanzate. Na sera ‘ncuntraje ‘na cumpagna d’ ‘a mia, che manco ‘a cunuscette talmente steva vestuta bbona. Forse, allora, me pareva cchiù bello tutte cose. Me dicette : «Così… così… così…» Nun durmette tutt a notte. ‘O calore… ‘o calore… E cunuscette a tte! Là, te ricuorde? Chella «casa» me pareva na reggia…”

Le iniquità sociali della società dell’epoca e la condizione femminile

Un flashback dell’infanzia della povera “Vipera”, la protagonista della vicenda, di origini contadine, mostra le ingiustizie sociali e i soprusi delle classi più abbienti su quelle più povere. A ciò si aggiunge la condizione femminile che nel nostro paese ha cominciato a migliorare solo negli ultimi decenni.
Il signorotto della zona si invaghisce della giovanissima Maria Rosaria Cennamo, poco più che bambina e, come dice il suo più ardente spasimante ed amico d’infanzia, Giuseppe Coppola, “se la prende”.

Il Vomero di Ricciardi

Coppola parla della sua azienda agricola come della più importante del Vomero, il quartiere collinare di origini rurali, il cui tessuto urbano fu riconcepito col Risanamento del 1925, con le sue ville in stile Liberty, gli edifici di cemento armato e ferro, le grandi tenute e le masserie, testimonianza di un’identità rurale che non è mai scomparsa del tutto. Quelli furono gli anni in cui cominciò a delinerarsi una delle più grandi speculazioni edilizie della storia di Napoli, in un quartiere che aveva fretta di chiudere il suo passato contadino per far spazio alla media e alta borghesia che ormai da tempo stava abbandonando l’affollato centro storico in cerca di posti più ameni. Nacquero il Rione Gemito all’Arenella, una prima versione dell’attuale piazza Medaglie d’Oro, via San Giacomo dei Capri con le sue ville meravigliose e le masserie, i varchi verso la città antica, che saranno, anni dopo, teatro delle quattro giornate di Napoli, come via Salvator Rosa, ‘a ‘nfrascata per gli autoctoni.

Il mercato delle donne

In tutti i quartieri della città fiorivano case che offrivano servizi per tutti i portafogli e per tutti i gusti: ai Quartieri Spagnoli, a Chiaia, al Vomero.

La vicenda intorno all’omicidio di Vipera parte dal “Paradiso”, come dice Bambinella :”il bordello più famoso di Napoli”. Sebbene esistessero case di tolleranza in molti quartieri della città, a Chiaia c’erano sicuramente quelli più famosi e prestigiosi, per così dire.

Chiaia era al tempo -e lo è ancora- uno dei quartieri “bene” della città. I suoi postriboli erano frequentati da giovani rampolli dell’alta società, da personaggi di spicco della politica, della cultura, dell’industria napoletana e italiana in genere.

Per chi aveva risorse economiche più limitate era comunque possibile passare qualche ora con una bella donna nelle “case” dei Quartieri Spagnoli e dei tanti vicoli della città.

La prostituzione e la liberazione

Con l’arrivo degli americani a Napoli, sul finire del secondo conflitto mondiale, la prostituzione continuò ad essere un mercato estremamente fiorente. Era possibile vedere, soprattutto nella zona del Porto, gli scugnizzi che “rimorchiavano” gli americani desiderosi di qualche ora di svago e li portavano, in cambio di qualche dollaro, dalle prostitute con cui erano d’accordo. Memorabile “Uè, man” di Pino Daniele, che ha come protagonista proprio una di queste storie.

E’ di nuovo record di Ascolti per il commissario di De Giovanni

 

Il Commissario Ricciardi anche ieri sera ha battuto il Grande Fratello Vip 2021: 5.816.000 spettatori (23.88% share) contro 3.572.000 spettatori (share 20.68%).

Drusiana Vetrano

Foto di scena Anna Camerlingo

Un articolo di Drusiana Vetrano pubblicato il 23 Febbraio 2021 e modificato l'ultima volta il 23 Febbraio 2021

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