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“Il cortile delle statue silenti”, giallo a tinte rosa e a tratti noir

Dicono di me | 11 Maggio 2015

DICONODIME2015

Francesco Paolo Oreste

“Il cortile delle statue silenti”

Edito da Pensa MultiMedia, 16 Euro

Un morto ammazzato, che meritava di morire di certo, ma pur sempre vittima di un omicidio, pur sempre un caso su cui indagare.

E l’ispettore Giulietti non può esimersi dal cercare l’assassino, anche se il movente lo trova “sacrosanto”, anche se lui lo voleva morto quanto chi lo ha ucciso, anche se tra i possibili “assassini” c’è la donna della sua vita.

Romeo Giulietti non è un ispettore qualsiasi :

 “Due quarti Don Chisciotte, un quarto Zorro, un altro quarto a seconda del tempo o dell’ultima partita del Napoli”.

Romeo Giulietti è un uomo romantico, poetico, sensibile nonostante il suo ruolo di ispettore.

Giulietti cita Neruda, Hikmet, Prevert, Bukowski ma non nega un sano “Vafancul” al suo assistente Michele Carotenuto, alias “A’ Polemica”, personaggio irresistibilmente ironico e capace di “farsi voler bene” sin dalle sue prime battute.

Michele Carotenuto è un “rompipalle” ma anche un eccellente poliziotto, un “segugio”, un inarrestabile “compagno di sventure” ed è sempre disponibile anche quando Giulietti lo sveglia in piena notte “vittima e preda” delle sue “intuizioni” epifaniche.

L’ispettore, infatti, le prove non le cerca, le prove le “sogna”, le “vede” quando si addormenta, come se gli incubi abbandonati in pieno giorno, durante le ore di servizio, non lo lasciassero per “deformazione professionale”, come se la realtà non fosse abbastanza capiente a contenere tutti i “drammi umani” e cercasse un posto nei sogni, che ormai di “sogno” non hanno più minimamente le sembianze.

Incubi, di questo si parla.

1970/2012

Luca/Signore

Rebecca/Renatino/Serena   Braccialetto di perle/Manine piccole/Scarpette blu

Un mostro dai denti gialli, che guidava un pulmino dello stesso colore, con un sottomarino dipinto di lato, un sottomarino che trascinava sott’acqua anche le anime di quei tre poveri bambini, colpevoli solo di essere tra gli ultimi del “giro”, un pulmino che si fermava dietro il parcheggio della ferrovia o nel “cortile di statue silenti”, silenziose come solo le statue sanno essere, silenti come solo un cuore di pietra sa diventare, come solo il cuore di un bimbo indifeso, di fronte a tanta mostruosità, può reagire.

Quei bambini erano stati il “passatempo” di un orco, avevano vissuto un incubo negli anni in cui si dovrebbero solo sognare “cose belle”, avevano sperato che finisse presto mentre Lui li teneva schiacciati con la testa fra le gambe.

Quei bimbi cresciuti tutti con la stessa lordura in fondo al cuore e diversi modi di affrontare un passato atroce.

Renatino aveva imbracciato il codice penale come un AK47, nessuno avrebbe potuto più fargli del male, la legge non glielo avrebbe consentito.

Rebecca si era circondata di poesia e sorrisi, aveva pensato che la bellezza potesse lenire tutte le ferite e che le cicatrici potessero essere tranquillamente celate dai versi degli autori, che si ritrovava nella sua libreria, tra gli scaffali.

Serena aveva invece deciso la via dell’agonia, della morte a piccoli sorsi, al posto della “cicuta”, il crack, e quei suoi pochi chili e quei tanti centimetri di altezza, a fare da legge del contrappasso a quegli occhi azzurri così meravigliosamente belli, nonostante qualcuno glieli avesse “spenti” .

Le “intuizioni” notturne di Giulietti , i “flashback” dei quali è preda, i ricordi che assalgono e angosciano i tre bambini, ormai cresciuti, che rassomigliano a delle “madaleines proustiane”, dove la rimembranza è tutt’altro che piacevole, dove il sapore di quel “dolce intinto nel thè” non dà benessere, ma disgusto, dove la madaleine è scaduta da un pezzo.

Il passato perduto qui non è da ricercare, ma da perdere nuovamente, da dimenticare, e ognuno ci prova per quello che può, ma il tempo non da scampo, ritorna su se stesso: ognuno è preda del proprio destino.

Rebecca, Renato e Serena sanno di avere “perduto del tempo”, sanno che nelle loro vite c’è qualcosa che non ritornerà, pur avendone avuto il diritto, pur non avendola mai conosciuta; a loro l’infanzia è stata negata

.rrrrrrrrr

Un romanzo che si snoda in un arco temporale che dura più di quarant’anni, dove per vivere il presente bisogna saper stare in equilibrio come dei “funamboli”, senza fare passi falsi, senza farsi trascinare giù dal passato, né farsi immobilizzare dalla paura del futuro.

Un romanzo che riesce a mischiare, sovrapporre e amalgamare, in modo poetico e avvincente, il genere noir, il poliziesco, il thriller e il romanzo d’amore, non facilmente “catalogabile” per la sua eterogeneità di intenti e sentimenti, da non “ingabbiare” in un solo “scaffale”, ma da leggere e interpretare declinandolo attraverso le molteplici pieghe del cuore.

Francesco Paolo Oreste scrive un romanzo dove colpe e assoluzioni si confondono, dove vittime e carnefici non sono così classificabili, dove le colpe diventano alibi e le ragioni armi del delitto, dove cuore, testa e stomaco trovano il giusto equilibrio per “legare” il lettore alle pagine e immergerlo nella storia.

Ambientato nel napoletano, sono pochi gli scorci visivi sulla città, pochi i riferimenti precisi; eppure il romanzo ha un “imprinting” del tutto partenopeo, a leggerlo talvolta viene da gesticolare e si ricerca quella mimica e quell’accento proprie del napoletano.

La napoletanità è nel sostrato, è la tela, il canovaccio, su cui si dipanano i fili dell’ironia tutta partenopea, dei dialoghi tra l’ispettore e i colleghi, dei piccoli vezzi, come quello della moka sul fuoco mentre ci si fa la doccia, dopo essersi svegliati alle 7.27, né troppo presto né troppo tardi, malleabili, come solo i napoletani sanno essere, nel rapporto con il loro orologio.

F.P.O ama la città di Napoli, ne avverte la musicalità e la riporta puntualmente tra le righe, il ritmo è incalzante, cantilenante e dolce come solo la lingua napoletana sa esprimersi, come solo il napoletano riesce a mostrarsi.

L’autore riesce a creare il giusto equilibrio tra un lirismo senza confini e una spiccata identità “vesuviana”, riesce a creare pause di poesia, nonostante l’argomento così “crudo e ostile”, non rinuncia a mostrarci la realtà crudele dei fatti, ma la filtra secondo una sensibilità e una delicatezza tali, che il testo non venga letto con la morbosità di un giallo, ma venga assaporato con curiosità e passione.

Leggendolo mi sono già affezionata ai personaggi e alle storie e spero vivamente che l’autore non decida di lasciare questo romanzo senza un proseguo, spero che l’autore non decida di restare “silente” come le statue del suo cortile.

Sarebbe un peccato non emozionarsi più per l’amore Cyraniano di Romeo verso Rebecca, oppure ridere di gusto per i dialoghi alla “Totò e Peppino” con Michele, o incuriosirsi a personaggi “vagamente Tarantiniani” come il clan degli Amura.

All’autore, quindi, che è anche un collaboratore della nostra testata, va oltre che il nostro ringraziamento e apprezzamento , anche il nostro più sentito incitamento a sbrigarsi a scriverne il continuo!

Come perla finale alcuni suoi versi dedicati a Rebecca:

“Sto provando a spiegargli,

ma non mi ascolta,

vuole sentire la tua voce,

e batte, e spinge, e scoppia,

non mi ascolta,

il mio cuore fa di testa sua.”

Chapeau.

Viviana Trifari

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 11 Maggio 2015 e modificato l'ultima volta il 11 Maggio 2015

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