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IL DE CRESCENZO FILOSOFO

Così (Ci) parlò Bellavista

Cultura | 25 Luglio 2019

Sabato scorso Napoli ha salutato un grande filosofo, ingegnere, attore, scrittore, Napoletano. Un grande uomo d’amore. Quando ho avuto la notizia lì per lì non ero triste, lui non lo sarebbe stato, ci avrebbe parlato del tempo, di Socrate e della curiosità di vedere stò Paradiso e se fosse stato meglio o peggio della Sua Napoli.

Ero disorientato, questo sì. Ho avuto la sensazione di trovarmi in un deserto con un punto di riferimento in meno.

Il professor Bellavista ci ha dato tantissimo: un pezzettino della sua Napoli, della sua filosofia, della sua gentilezza, della sua classe e del suo umorismo sono parte di noi. Ci ha aiutato a capire che, a modo nostro, noi napoletani filosofi lo siamo sempre stati solo che non lo sapevamo.

Ma c’è una cosa per cui ringrazierò sempre il Maestro Luciano De Crescenzo: il suo coraggio, il coraggio di andare contro una società affamata di Tempo e Denaro, il coraggio di cambiare vita.

Insomma ci ha insegnato che se a un tratto ci rendiamo conto di non essere felici, dobbiamo fare di tutto per concedere a noi stessi una seconda possibilità

Il Coraggio –  Se ti annoi, cambia

La lezione più importante del professor Bellavista,  è infatti il concetto di “rinascita”, avvenuto, per lui, con le dimissioni dall’IBM Italia, a 50 anni: la possibilità di fare inversione di marcia, sempre, a qualsiasi età; “la necessità” di cambiare, seguire le proprie passioni più che i propri sogni, senza forzature, magari solo per noia.

A molti è capitato di lamentarsi del proprio lavoro, magari sognando di viaggiare, di scrivere, di tornare a suonare il pianoforte o che ne so, di intraprendere una carriera nel marketing. Però è sempre arrivato qualcuno a dirci “ma sì pazz! Non si lascia un lavoro senza qualcosa tra le mani”. Soprattutto di questi tempi, che avere un lavoro è considerato una fortuna più di ieri.

Il coraggio di seguire i sogni è un concetto, se vogliamo, “rock” ma De Crescenzo è riuscito a spiegarlo con una filosofia unica, molto meno eroica. Un brillante Ingegnere dell’IBM che a un certo punto capisce di aver preso una strada, non sbagliata, ma diversa da lui: “Così…un bel giorno non ce l’ho fatta più e ho dato le dimissioni…”

Lasciare un lavoro in IBM a quei tempi (ma anche adesso) era considerata una pazzia e la scelta fu molto criticata dai suoi familiari, tant’è che la sorella Clara disse: “ma come: uno lascia uno stipendio di due milioni al mese! per diventare uno scrittore?!”. Domanda alla quale il Professore rispose:“Clara, scusami, ma mi annoiavo troppo!” 

Così De Crescenzo scrisse la seguente lettera all’allora Amministratore Delegato della IBM Italia, il Regionier Riverso:

Con vero dispiacere Le comunico che da qui a un mese non potrò più dire, a chi me lo chiede, di appartenere alla IBM, cosa questa che mi aveva sempre procurato una intima soddisfazione.

Le cose sono andate così: già da qualche tempo una certa qual fortuna incontrata dal mio libro su Napoli mi spingeva a tentare il più suggestivo mestiere dello scrittore e del giornalista, successivamente: il recente trasferimento a Milano e, soprattutto, la necessità di dedicare quanto più tempo possibile alla mia nuova attività letteraria, mi hanno definitivamente portato ad operare questa scelta. Ora però, pur essendo del tutto convinto della giustezza della decisione presa, Le confesso che nel buttar giù la lettera di dimissioni ho provato una certa emozione, sicuramente non dovuta al timore per un incerto futuro, quanto al dispiacere di dover interrompere un rapporto di lavoro durato quasi diciotto anni.

Diciamo subito che non sono state sempre rose e fiori. Come Lei potrà immaginare ho avuto momenti difficili ed altri esaltanti. Comunque, alla fine di questa esperienza, il mio bilancio registra l’acquisizione di amicizie veramente determinanti.

Alla IBM debbo infatti l’aver conosciuto Giuseppe Imperiali, Renato Mariani, Giovanni Morini e tante altre persone che la brevità di questa lettera non mi consente di elencare.

Queste parole, in cui non si nota nessun rimpianto ma solo un pò di malinconia, scritte nell’aprile del 1978, possono essere considerate “Il trattato di Indipendenza” dell’ Ing. Luciano De Crescenzo e, diciamoci la verità, l’inizio di una Napoli un po’ più bella.

Il Tempo secondo Luciano De Crescenzo

Prima di parlare del Tempo secondo Luciano De Crescenzo vorrei chiarire come ha fatto a farmi comprendere Socrate, Einstein e compagnia cantante; lo farò raccontando un aneddoto legato al suo ultimo libro “Sono stato Fortunato”:

Da bambino abitavo sul lungomare e, mentre giocavo, vedevo il golfo di Napoli con i suoi ingredienti più scontati: le barche, i pescatori, il sole, il mare, il Vesuvio, Capri, Sorrento e Posillipo. Oggi ho imparato che queste cose non bisogna nemmeno nominarle, perché sono tutte folcloristiche, ma a quei tempi mi piacevano moltissimo e restavo ore e ore a guardarle come si può guardare il fuoco di un camino. (Luciano De Crescenzo)

Qualche settimana fa, insieme a un amico, l’architetto Ferrara, noleggiai una barchetta in legno e, in un momento di riflessione, mi soffermai a guardare il Golfo e il mare di Napoli come ipnotizzato, poi vidi le case di Posillipo a picco sul mare, a pochissimi metri da noi, e sospirai malinconico.

L’architetto guardando la scena mi disse: “ma tanto s sfasterean pur lor’ e guardà semp o’mar’ a nu cert punt”. Gli risposi: “no, qui si sbaglia…il Golfo si potrebbe guardare per ore come si può guardare il fuoco di un camino”. Mi ha dato ragione.

Per Luciano De Crescenzo la filosofia era questo, dare una spiegazione semplice a qualcosa di complicato da spiegare e quando diventa troppo difficile, armarsi di pazienza e provare a spiegarlo “in napoletano”.

La filosofia non è una cosa difficile è che la scrivono in maniera difficile, ma se uno la legge con calma si accorge che si capisce

Le dimensioni del tempo di Socrate

Attenzione, spiegare un concetto “in napoletano” non significa necessariamente “esprimersi in lingua napoletana” quanto semplificare il più possibile un concetto, come se stessi parlando con un amico davanti a un caffè, ed è così che ci ha raccontato Le dimensioni del tempo di Socrate. Per me l’insegnamento più prezioso.

Nel film “32 Dicembre”, un Luciano de Crescenzo in veste di Psichiatra spiega la teoria di Socrate, secondo cui il tempo è una “grandezza bidimensionale, nel senso che lo puoi vivere sia in larghezza che in lunghezza”.

Se vivete il tempo in lunghezza, in modo monotono, sempre uguale, dopo sessant’anni, voi avete sessant’anni. Se invece lo vivi in larghezza, con alti e bassi, innamorandoti, magari facendo pure qualche sciocchezza, allora dopo sessant’anni avrai solo trent’anni.

Chiudendo con una frase che è diventata ormai un mantra per tutti noi:

..Il guaio è che gli uomini studiano come allungare la vita, quando invece bisognerebbe allargarla …

Si può dire che questo cameo ha  influenzando intere generazioni, che da quel momento hanno guardato il loro tempo in una visione più ampia, bidimensionale. Certo il concetto di “vivere la vita intensamente” prima di lui avevano provato a spiegarlo Jim Morrison, Bob Dylan, Freddie Mercury e tanti altri ma mai nessuno ci era riuscito così bene.

 

Il professor Bellavista è sempre stato attratto dal fascino del tempo, tant’è che sia nei suoi film che nei suoi libri si interroga e interroga filosofi e scienziati prima per capirlo lui e poi per spiegarcelo a noi.

Il pressapoco del tempo – Il tempo secondo Einstein

Lo stesso concetto di tempo da vivere con intensità, De Crescenzo lo affronta nel suo libro “Il Pressapoco”, in cui torna ingegnere e riesce a raccontarci, attraverso la Teoria della Relatività di Einstein, che “l’intensità del tempo” in realtà non è solo un concetto filosofico, ma è stato proprio dimostrato. E ci ha spiegato pure il perchè:

t=1 diviso radice quadrata di 1 meno v² diviso c²

Einstein ci dice che la lancetta del nostro orologio non impiega un secondo esatto a percorrere lo spazio tra due lineette successive, bensì un secondo diviso una certa “roba” che compare sotto la linea della frazione. E più questa roba è alta, più l’orologio impiega un certo tempo a percorrere quel trattino.

Nella formula t è il tempo, v è la velocità con cui il lettore sta correndo, c è la velocità della luce. La formula ci dice che il tempo impiegato dalla lancetta è tanto più lento quanto è più alta la velocità con cui il lettore attraversa lo spazio (dal libro “Il Pressapoco”)

Più veloce vai, più spazio percorri e più la tua vita sarà intensa o addirittura “più lunga” un pò come già anticipato da Socrate.

Il tempo a Napoli

Per i napoletani invece il tempo non andava seguito con passività ma gestito, senza però prenderlo troppo sul serio:

A Napoli è tutto più relativo. Innanzitutto non si dice “alle sette” ma “a via d’è sette”, ovvero nei dintorni delle sette, come se le sette non fossero un’ora ma un luogo, e poi, dato il carattere approssimativo dei napoletani, l’appuntamento oscillerebbe tra le sette meno un quarto e le sette e un quarto (dal libro “Il Pressapoco”)

fatto questo che porrebbe i napoletani in una posizione sicuramente più comoda rispetto alle visioni di Einstein e Socrate.

Il paradosso del 32 Dicembre

Ancora nel film “32 Dicembre” un De Crescenzo, stavolta nei panni di un astronomo, spiega ad un uomo che necessitava di centomila lire entro la sera del 31 dicembre, che in realtà il calendario è una convenzione imposta dall’ uomo e, per questo, avrebbe avuto molto più tempo per trovare quei soldi:

non solo non esiste il 31 dicembre ma non esiste nessun giorno del calendario per cui tu puoi dire ‘Questo è il 31 Dicembre’, sarebbe più giusto dire che è sempre il 32 Dicembre

Il professore insiste su tre punti che possono influenzare la percezione del tempo: la rotazione terrestre: “a Calcutta adesso è già mezzanotte”, le religioni: “se fossi nato musulmano tu festeggeresti il 28 febbraio” e infine l’errore di calcolo del calendario gregoriano secondo il quale i calcoli erano dei 365 giorni erano sbagliati per 1,75 secondi“ragione per cui oggi non è il 31 dicembre ma è il 28 dicembre”:

 

Buon viaggio Professò e grazie.

Da oggi in poi a Napoli sarà sempre il 32 Dicembre.

 

Antonino Del Giudice

Un articolo di Antonino Del Giudice pubblicato il 25 Luglio 2019 e modificato l'ultima volta il 25 Luglio 2019

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