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Il diritto di ribellarsi alle ingiustizie: il ricordo di Raffaele Pastore a 24 anni dal suo assassinio

Nun te scurdà | 23 Novembre 2020

Il 23 Novembre del 1996 la Camorra uccideva a sangue freddo Raffaele Pastore, commerciante di Torre Annunziata. Una persona normale, non certo un un eroe. Un uomo che, semplicemente, faceva quello che rientra tra i doveri di molte persone comuni. Uno di quelli che sceglie, ogni giorno, di combattere le piccole o grandi ingiustizie con le quali può capitare di scontrarsi, cosa che, nella nostra città come nel resto del mondo, sembra sempre meno la normalità.

Pastore era un commerciante, una categoria presa di mira dalla Camorra con le pratiche di estorsione. Infatti due anni prima del suo omicidio, Raffaele denunciò i suoi aguzzini, affiliati del clan Gallo-Cavalieri. Chiedevano con prepotenza 50 milioni di lire. Cifra che oggi corrisponde a più di 2000 euro, non certo poco per un piccolo commerciante di mangime. Grazie a quella denuncia, le forze dell’ordine riuscirono ad arrestare uno dei camorristi.

“Un genitore non dovrebbe mai vedere un figlio morire”

Ma opporsi in questo modo ai diktat del clan era pericoloso. Lo sapeva anche Raffaele che, tra l’altro, aveva il porto d’armi e una pistola che a nemmeno portava spesso con sé. Forse non aveva paura, forse non sospettava una reazione così grave da parte di quei criminali. D’altronde, una caratteristica di chi si trova dalla parte del giusto, e che nel cuore sai sempre di esserlo. Gli inquirenti ipotizzarono che il clan di Torre Annunziata, a quel tempo, avesse fatto pressioni su Raffaele perché ritirasse la denuncia. Un gesto che non è mai stato compiuto.

Nei mesi successivi alla denuncia di Raffaelle non accadde più nulla. Niente, fino al 23 Marzo del ’96. Alle 18.30 due sicari entrarono nel negozio di Raffaele. Tra quelle mura non c’era nessun altro se non lui e la madre. Su Raffaele furono scaricati 8 colpi di pistola e fu ferita anche la madre. Così la Camorra rispondeva al “torto” subito. Un assassinio infame, una madre costretta ad assistere all’omicidio di un figlio. Raffaele Pastore non morì sul colpo, fu portato assieme alla madre al San Leonardo di Castellammare di Stabia. Morì in quell’ospedale, poco dopo il ricovero. All’età di 35 anni. Una vittima innocente della camorra, un giovane padre di famiglia che lasciava la moglie e due figli piccoli.

La Camorra è figlia di una società fatta di ingiustizie.

Mio padre ha messo il negozio in un luogo più nascosto, così ‘a gente ‘e miezzo a via non gli va a chiedere nulla“. Oppure “Il magazzino vicino casa forse è stato incendiato dalla Camorra. Il negozio non gli pagava il pizzo“. E ancora “Ieri so’ passati, gliel’hai data la ‘mensilità’?“. Frasi che mettono radici nella testa e nelle storie di molte persone, fanno marcire la libertà fin dentro l’anima più profonda e si radicano col sangue e il dolore in un territorio. Come un tumore che lascia metastasi in giro per il corpo e conduce lentamente alla morte.

Ma all’ingiustizia si risponde con la rabbia. Solo la rabbia può creare una realtà diversa da quella di povertà e sfruttamento, dove si muove la camorra. Perché è lì che nasce. Un circolo vizioso che porterà sempre allo sviluppo della malavita su un territorio, se non viene fermata dall’origine. Perché così come del tumore non si combattono solo le singole metastasi, ma soprattutto l’origine del male, così va fatto alla camorra. Perché alla sua base c’è un sistema che si fonda sull’ingiustizia. E causa solo dolore. Perciò quello di ribellarsi è un diritto. Dire di “No”, affermare “Adesso basta!” davanti alle ingiustizie è un atto rivoluzionario. Va fatto ad ogni costo, perché noi parliamo di vittime della Camorra del passato, ma questo cancro continua a distruggere vite.

E contro quel cancro che vive ancora oggi, noi dobbiamo essere gli anticorpi.

Ciro Giso

Un articolo di Ciro Giso pubblicato il 23 Novembre 2020 e modificato l'ultima volta il 23 Novembre 2020

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