sabato 20 luglio 2019
Logo Identità Insorgenti

IL DOCUMENTO

90 anni fa ci lasciava Matilde Serao. Così la ricordavano i suoi giornalisti sul Giorno

Cultura, Identità, NapoliCapitale, Storia | 25 Luglio 2017

 

La prima pagina del Giorno dopo la morte di Matilde Serao (27 luglio 1927)
La prima pagina del Giorno, due giorni dopo la morte di Matilde Serao (27 luglio 1927)

In occasione dell’anniversario della morte di Matilde Serao, illustre giornalista e scrittrice napoletana, ho voluto “donare” ai lettori di Identità Insorgenti, il commosso editoriale di Armando Pappalardo, redattore de Il Giorno, quotidiano fondato dalla stessa Serao, con il quale egli ricorda “La nostra Signora”. (Vincenzo D’Amico [email protected])

Vi ricordiamo oggi alle 18 in galleria Umberto 27 il flash mob organizzato da Identità Insorgenti con letture e musica dedicate a Donna Matilde, scomparsa in un oggi di 90 anni fa esatti.


Quando in una casa si spegna la madre, una madre che sia di quelle che mantengono viva la luce della famiglia, alimentandola con tutte le virtù del loro cuore, con tutto il fulgore del proprio intelletto, i figli, straziati dal dolore non possono far altro che raccogliersi intorno alla salma lagrimata ed abbandonarsi all’impeto del travolgente dolore. Tale è di noi tutti che abbiamo perduto la superba animatrice del nostro giornale, colei che per un quarto di secolo ci fu Maestra ispiratrice, guida, sprone a compiere questo così spesso ingrato lavoro. Ed ora, in questa notte estiva della Napoli fascinosa ch’Ella amò con intelletto d’artista, per la quale combattette mezzo secolo di battaglie con una penna che seppe tutte le lotte, mentre quel cuore ardente fino a poche ore or sono non batte più, e la Morte ha steso le sue ali su quella fronte sino a pochi momenti fa luminosa di lucido pensiero, noi non vorremmo che inginocchiarci accanto a quel funereo letto e dare sfogo al nostro strazio senza nome. Ma questo bisogno assillante del nostro spirito ci è conteso dal più penoso ed amaro dovere; quello d’inviare da queste colonne il nostro estremo vale a Colei che col virile ingegno, aveva fatto del Giorno , anima dell’anima sua, lo scopo supremo d’una vita che non seppe tregue, non conobbe riposo.

Da ventiquattro anni, come tutti i mortali ad ogni alba aspettano il sole. Ella attendeva la prima copia del suo giornale, dove l’articolo più brillante, la nota più palpitante d’attualità o di vivace polemica era sua. Ed anche quando il male che l’ha uccisa l’ebbe colpita, ed i medici furono concordi nell’ordinarle il più assoluto riposo, Matilde Serao poté obbedire per quanto riguardava il corpo, ma non mai pel suo indomabile alacre spirito. Anche fiaccata dal morbo, anche costretta in questo ultimo mese di vita a trascinarsi fra letto e lettuccio, la mente non ebbe fiacchezze o abbandoni. Dal suo telefono, come un ammiraglio ferito a morte dalla plancia di comando, Ella non apparve un solo istante pensosa di sua salute, ma solo della fortuna del Giorno. Ed ogni poco, nonostante il divieto dei sanitari, ci chiamava a consigliare tutti questi suoi figliuoli spirituali che la veneravano come la madre sapiente, la cui parola suonava autorità indiscussa, talvolta severa, amorevole sempre, perché se tutti sanno quanto Ella fosse grande, solo noi sappiamo come fosse buona!

Ieri ancora, mentre la sfiorava con la Falce, Ella lottò con lei, e scrisse il suo ultimo Dietro il paravento, gli ultimi di quei Mosconi di cui era stata la felice, fortunata, insuperabile creatrice. Nella lunga milizia che è stata la sua laboriosa esistenza, come il buon soldato in trincea, potè dire di sé, nell’ultimo istante, di morire con l’arma alla mano, realizzando il sogno di cavaliere di Rostand, che aspettò l’estremo anelito, alto il panache, la spada sguainata nel pugno.

Chiunque regga in mano degnamente una penna, da un capo all’altro del mondo, si inchini e presenti le armi!

Noi sapevamo che ella fosse condannata: ce lo avevano detto i suoi medici curanti, da Sciuti a Marotta, da Castronuovo a Boeri, che ormai i giorni di Matilde Serao erano contati: quella vita pendeva da un filo di seta che da un istante all’altro poteva spezzarsi. Ma se ciò convinceva la mente; non persuadeva il cuore. Fino a quattro settimane or sono l’avevamo avuta in mezzo a noi, vibrante d’entusiasmo, spirante forza e vigore, nonostante già avesse varcato le soglie della vecchiezza; e quella sfavillante sua gioventù interiore aboliva le leggi della natura, e, complice l’amore, ce la faceva vedere come dotata d’una virtù misteriosa per la quale dovesse varcare i limiti concessi agli esseri comuni. Quella di Fausto, per Matilde Serao, non ci pareva più una leggenda, onde la realtà ci ha bruscamente colpiti, con lo schianto che danno le morti immature. La donna che oggi tutto il mondo civile piange non ha l’età che le assegna brutalmente lo stato civile, ma quella del suo dionisiaco intelletto: una perenne primavera, vent’anni!

Eppure, per noi, per il lutto era cominciato da un mese, da quando cioè Matilde Serao, fra le tredici e le quattordici, non più veniva in ufficio.

Ogni mattina, recandoci al nostro lavoro, nello scorgere la porta chiusa dell’appartamento che fu suo ci si stringeva un po’ il cuore. Salendo le scale sogguardavamo a quell’uscio con un’occulta folle speranza: che, a dispetto di tutte le prognosi, come per miracolo, sorretta da quella forza interiore che la scienza non scorge, la Signora si fosse levata, la Signora fosse uscita, la Signora fosse al posto direttoriale…

La signora… per antonomasia, Matilde Serao era per noi la Signora. Quando c’incontravamo anche per le vie, al caffè, nei teatri, e dicevamo: «La Signora dice…»; «La Signora ha scritto»; «La Signora vuole», era inteso, senza ombra d’equivoci. La Signora era l’anima nostra: ci rendeva lieti quando si mostrava allegra, ci rattristava quando la sua ampia fronte si aggrottava, o quei grandi occhi, occhi meridionali, lampeggiavano di corruccio. In quel paio d’ore al giorno che passava in direzione riusciva a tutto regolare, dagli affari d’amministrazione agli incarichi redazionali. Col sesto senso che aveva nel conoscere gli uomini – tanti ne aveva visti, osservati, analizzati! – sapeva assegnare, superba Ape Regina del nostro alveare, la fatica utile al giornale e che valesse a porlo in valore.

E, quando la bisogna era fornita, la Signora come un sovrano che, deposti la corona ed il mantello, torni semplice uomo, subiva come una metamorfosi: ridiventava l’amabile l’amabile conversatrice che sempre fu. Il gabinetto direttoriale si tramutava come in un salotto e dalle labbra della squisita padrona di casa fioriva l’aneddoto grazioso, l’episodio inedito, su questo o quell’uomo illustre, questo o quel fatto importante della vita italiana, di cui all’improvviso si scopriva un dessous ignorato. Dotata d’una memoria ferrea, avendo vissuto una vita delle più movimentate di giornalista, quante cose conosceva! Artista perfetta, quando disegnava una figura lontana o scomparsa la coloriva come nessuno avrebbe saputo fare, con una semplicità, un sapore ed un colore, cui non erano, spesso aliene, caratteristiche frasi napoletane. Lo stile della narratrice era così semplice e familiare che chi l’avesse udita non avrebbe mai sospettato essere quella la fine, sentimentale scrittrice che il mondo sapeva. Ed allora il riso della Signora squillava sonoro, rumoroso, comunicandosi anche al più musone fra noi.

Chi cancellerà più dalla nostra memoria mortale l’indimenticabile ricordo di quelle ore di gaudio?

E quella della sua bontà?

Lo dicano gl’infiniti derelitti che l’aspettano così spesso sul pianerottolo del Giorno, e che mai se ne allontanarono senza un sussidio; lo ripetano quelli che lavoravano per lei, con lei, e che, se talvolta la trovavano austera per qualche mancanza, mai fecero invano ricorso al suo ausilio, alla sua protezione.

Il mondo ha perduto ieri la più grande e completa scrittrice del XX secolo; il giornalismo Quella che ebbe più completo temperamento necessario al rude mestiere; il gran pubblico Colei che con più mediatezza si poneva in comunicazione con l’anima collettiva e sapeva toccarne le più delicate fibre; Napoli la sua più canora voce, che ne cantò in romanzi e novelle che sono strofe della più alate poesia le bellezze palesi e le verità ascose della sua gente misconosciute… ma noi abbiamo per sempre veduto scomparire la nostra Signora, che era l’anima di tutti noi…

Ed in questa notte oscura, che rimarrà incisa nel nostro cuore fasciato di lutto, indelebilmente, ci sentiamo perduti come i ciechi del poeta nella foresta in cui avevamo disperso la guida.

Lo stesso sgomento ci ha vinti, le stesse lagrime desolate irrigano le nostre gote, lo stesso gemito risuona nelle sale del Giorno, che non più udiranno lo squillo giocondo del riso gaudioso della nostra Signora, se pur la sua grande ombra vi alloggerà perenne, come il genio del loco…

Ed io che – ultimo per valore – fui fra quelli che ne ebbero i maggiori ammaestramenti, ne godettero piena fiducia; io, cui è toccato lo straziante privilegio di porgere allo spoglia di Lei, a nome di questa sua famiglia ideale, l’ultimo saluto, non so, dal cuore sanguinante, trarre altro che la promessa, al Suo spirito certo più cara, che continueremo la opera Sua, mantenendo alta la fiaccola che con così salda mano, fin dal letto di morte ci ha trasmessa!

Armando Pappalardo

 

 

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 25 Luglio 2017 e modificato l'ultima volta il 25 Luglio 2017

Articoli correlati

Cultura | 18 Luglio 2019

L’ALTRO LUCIANO

Il De Crescenzo fotografo: le foto più belle che raccontano Napoli e il suo popolo

Cultura | 18 Luglio 2019

L’ADDIO

Ci lascia Luciano De Crescenzo, eterno professor Bellavista e mito napoletano eterno

Cultura | 18 Luglio 2019

GENERAZIONE MONTALBANO

Camilleri, padre letterario di chi alla giustizia ha provato a dar nome

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi