martedì 23 ottobre 2018
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IL DOCUMENTO

La difesa di De Santis (l’assassino di Ciro Esposito) chiede i domiciliari

Criminalità | 10 settembre 2018

I 16 anni di pena che Daniele De Santis, l’assassino di Ciro Esposito, avrebbe dovuto trascorrere in carcere – secondo il giudizio di secondo grado del tribunale – potrebbero praticamente annullarsi se i giudici del tribunale della corte di Assise di appello di Roma dovessero decidere di accogliere la richiesta di arresti domiciliari presentata dai suoi legali  Tommaso Politi e David Terracina. Questo nonostante ci siano centinaia di migliaia di firme raccolte dalla famiglia di Ciro Esposito e inviate al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dove si chiede di rivedere la sentenza di secondo grado, generosissima con De Santis (“Crediamo che questa sentenza, sia non solo un’ulteriore mortificazione alla dignità di un giovane ragazzo Ciro Esposito e della sua famiglia, ma anche a tutti noi cittadini onesti che abbiamo creduto e crediamo ancora nella GIUSTIZIA, i termini utilizzati come “BRAVATA” e “GIOIOSAMENTE” siano provocatori e colpevoli di alimentare altro ODIO, VIOLENZA E RAZZISMO. Detti termini, inoltre, ci sembrano inammissibili soprattutto se trascritti e dichiarati da un Giudice/scrittore. Per questo Le chiediamo di porre la sua attenzione a questa causa e che venga fatta finalmente la meritata Giustizia, che tutti attendiamo. Inoltre Le chiediamo, di ottenere una risposta pubblica,  in merito alla lettera di una mamma ancora lacerata dal dolore per la perdita del figlio” si legge nell’appello al Capo dello Stato firmato in primis dalla mamma di Ciro, Antonella Leardi).

 

Nel documento dei legali di De Santis, invece, si legge addirittura che per la mancata fisioterapia postoperatoria l’assassino di Ciro rischierebbe la vita: “Come già noto a questa Corte, in conseguenza di una gravissima osteomelite a carico dell’arto inferiore destro, il De Santis, sin dal 2015, è stato sottoposto a numerosi interventi chirutgici coadiuvati da una complessa terapia farmacologica, il tutto volto a scongiurare l’amputazione dell’arto per il dilagare dell’infezione. Per questi fini, il Prof. Vincenzo De Santis (si tratta, ovviamente, di un
caso di mera omonimia), medico ortopedico del Policlinico Agostino Gemelli, in data 1.8.2018, programmava per il detenuto un’operazione di artrodesi tibiotarsica destra con innesto autologo da perone, intervento particolarmente invasivo, ma assolutamente necessario per le ragioni suindicate. Inoltre, questi redigeva una relazione nella quale evidenziava come l’esito positivo dell’intervento fosse strettamente connesso all’attività fisioterapica post — operatoria, da eseguirsi presso una struttura adeguata, senza la quale si poneva a rischio non soltanto la buona riuscita dell’operazione ma anche la vita stessa del paziente. E ciò in quanto, in estrema sintesi, la fisioterapia prescritta – di tipo FISS – LPvedeva l’utilizzo di una strumentazione idonea ad impedire complicanze settiche e vascolari, che su un soggetto già debilitato, potevano essere irreversibili. Ad intervento eseguito, la predetta relazione, unitamente alle modalità di cura della medicazione chirurgica, venivano allegate alla lettera di dimissioni dal Policlinico ed indirizzate al personale medico del Carcere Regina Coeli presso il quale il De Santis avrebbe fatto ritorno in data 8.8.2018.
Regina Coeli sì è però rivelato luogo assolutamente inadeguato per le cure necessitate, per stessa ammissione della struttura la quale si è dichiarata “incompetente’ all’esecuzione del programma terapeutico solo in data 20.8.2018, con un ritardo tale da pregiudicare le condizioni generali del detenuto.
Pertanto, il De Santis veniva trasferito presso la Casa Circondariale di Velletri, evidentemente per tentare di assolvere le indicazioni terapeutiche prescritte dall’ortopedico. Ciò non è stato come si avrà modo di vedere.
Ed infatti il Prof. De Pasquale Ceratti, incaricato di verificare le condizioni cliniche del De Santis su richiesta pressante dello stesso e della sua famiglia, a quasi un mese di distanza dall’intervento, rilevava una totale inadeguatezza delle terapie somiministrate a Velletri. Îl personale medico della Casa Circondariale, pur avendo a disposizione il diario clinico del detenuto corredato dalla relazione del Prof. De Santis, disattendeva tutte
le prescrizioni fisioterapiche che ivi erano state indicate, perché sfornito dei macchinari necessari alla fisioterapia chinesiologica. Inoltre, senza una ragion d’essere anche le più banali precauzioni mediche venivano ignorate, quali le corrette tempistiche di asportazione dei punti di sutura e quelle di medicazione, in una sconcertante noncuranza per le condizioni di salute del detenuto. Ciò, come indicato nella predetta relazione medico – legale, sta compromettendo irrimediabilmente l’esito del complesso intervento, ed espone il De Santis ad un costante peticolo di setticemia “che potrebbe pregiudicare non solo lo stato dell’arto inferiore destro ma la sua stessa sopravvivenza. La relazione, pertanto, nell’evidenziare la necessità di somministrare all’imputato adeguate terapie mediche, conclude per una totale incompatibilità tra il regime carcerario e le gravi condizioni dello stesso. In considerazione non solo del quadro clinico attuale, ma soprattutto della sua probabile evoluzione in assenza di cure immediate, il De Santis necessità di un ricovero presso una struttura specializzata — quali ad esempio, come indicato dallo stesso consulente, la Fondazione Santa Lucia IRCSS o Ospedale San Giovanni Battista alla Magliana — strutture in grado di rendere reversibile l’incidenza negativa che la detenzione ha avuto sul suo stato di salute. Per tutto quanto sin qui esposto gli scriventi difensori chiedono che questa Ecc.ma Corte, anche previa nomina urgente del perito e voglia disporre per il signor Daniele De Santis_la sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere, con quella degli arresti domiciliari presso una delle strutture specializzate tra quelle suindicate ovvero presso altra struttura che dovesse essere ritenuta idonea dal perito”.

Noi ci auguriamo che la giustizia sia giusta, davvero, stavolta. E, pur ritenendo necessario offrire le cure mediche, che si devono a qualsiasi detenuto, non si consenta a un assassino che girava armato di tornare a piede libero. Anche per rispetto nei confronti della memoria di Ciro Esposito. E della sua famiglia, del suo quartiere e della sua città.

Lucilla Parlato

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