sabato 23 marzo 2019
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IL DOCUMENTO

La Pignasecca di 80 anni fa raccontata da Cangiullo. I nostri auguri a un quartiere dal cuore intatto

Libri, Storia | 24 Dicembre 2018

Da Le Vie della Città, rarissimo libro di Francesco Cangiullo, del 1937, vi proponiamo un estratto che descrive la Pignasecca nel giorno della vigilia di Natale. Un quadro che sembra intatto tutt’oggi. Un racconto che regaliamo agli abitanti di Montesanto e della Pignasecca, comunità che si è mostrata compatta in queste settimane in cui è morto Antonio Ferrara, Pietruccio, dimostrando di essere un grande modello per il resto della città. Auguri a tutti voi!


Pignasecca: via del centro che dà al santuario di Montevergine il maggior numero di fedeli e riceve, a Natale, il maggior numero di zampognari. Qui spesso l’automobile suona a distesa, a tutte le ore: ma col milite che sullo staffone sventola un braccio come segnale rosso, sarà un veicolo urgente che non andrà oltre i Pellegrini, poiché trasporta il ferito sobbalzante: un volto cereo, un fazzoletto di sangue, un capo rovescio e peso sostenuto di persone allarmate.

La vera Pignasecca si vede nella notte della vigilia di Natale

La Pignasecca, per vederla nella sua caratteristica estrinsecazione, bisognerebbe descriverla – come si conviene naturalmente – la notte della vigilia di Natale.  Noi sapremmo anch farlo di maniera, se non ci fossimo proposti di eseguire questa volta delle “tavolette dal vero”.

Abbamo dunque in piazza il tabernacolo, quasi cappella, alla madonna, in un firmamento di voti realizzati in argento. Di contro, il riflettore della meridiana, come una medaglia di sole attaccata sul rosso di Venezia del palazzo, dal cui angolo sino a poco fa svoltavi se volevi imboccare la redazione del “Roma” dalla porta piccola.

Il mercato, vera anima della Pignasecca

La Pignasecca è oggi più che mai il mercato del rione Carità, sparito il vicino di Monteoliveto, ed è un tronco di via contorta che, sfuggendo alle spalle di Carlo Poerio, dopo essersi allargato verso la metà, per descrivere l’irregolare piazza, termina a Montesanto; il suo prolungamento potrebbe raggiungere, in salita, Castel Sant’Elmo mediante la funicolare e mediante la Cumana, Pozzuoli, che le fornisce l’abbondante pesca, onde la Pignasecca ne è lucente, guizzante, salsa. Le algate soglie delle sue pescherie sono quasi sempre come le banchine della Caracciolo, inondate di mare. Nelle spaselle odorose, le triglie fosforeee di lacca rosa s’incuneano tra i cefali a scaglie di paillettes iridescenti e le alici sembra guizzi di temperini elettrici. Sui marmi che si direbbero coperti di un vetro fluido, scivolano le seppie di madreperla liquida e ad uguali intervalli la voce roca del pescivendolo, che stringe sotto l’ascella il pacco della ruvida carta color coloniale, s’incontra con la canzone del fruttivendolo orgoglioso del suo recente telefono e dei fichi verdi e violetti, tra i cui interstizi gustosamente intarsia i fiori dell’oleandro alla vaniglia o dei suoi pantani di zucchero che adorna di frangia velina colorata, come teste di paladini piedigrotteschi, se non come lo scacciamosche del macellaio e del salumiere. I quali, mentre si fanno radere dal barbiere visavì, non perdono d’occhio la beccheria e la salumeria, malgrado sia un’ora di poca vendita. Ma in questa via dalle abitazioni annesse ai negozi vegliati dall’immagine di un santo attaccata dietro la porta, si compra sempre. Pure chi va per le sue faccende finirà per acquistare, se non al primo o al secondo, al terso, al quarto puosto. E’ un passaggio che fa gola.

Friggitori, venditori di vino, carnacottai

Odor di zeppole dell’avvampata zeppolaiola che ne ha sempre una in bocca. Odor di cicoli, a suo tempo, che fanno partorire. Botteghe di verdura varia come potrebb’essere il campionario di un ortolano. Cantine asprigne. Osterie fumanti. Odore caldo di pane croccante. Ma i gatti accorrono al tinnio della polmonaia, e la scodellata carnecottaia, sciasciona untuosa, dalla camicetta a maniche riboccate, che se la gode tra i grondanti falpalà e volà della trippa, centopelle, pariata, e simili interiori di facile digestione. Ed è presso gli usati venditori che s’incontrano ogni giorno, a buon ora, i guatteri e le servotte del quartiere, delle cui ciarle è garrula la via della sussistenza e del calmiere.

La Pignasecca d’estate

Verso le nove, poi, e più tardi, verso le sei, nei mesi estivi, quando la meridiana si spegne e sembra addormentarsi prima dei polli, la Pignasecca viene fugacemente invasa da frulli di bagnanti in  questo ambiente eccentrici come una stonatura: che prendono la ferrovia Cumana per Bagnoli e Lucrino, o che da essa tornano. Allora tra grembiuli e fazzolettoni di popolane da mercato e camiciotti di merciai spiccano inaspettati e quasi insolenti: il picché inamidato, le maglie azzurre e avana, vermiglie e bianche, seni e braccia da more, nudi e spellati, visi fiammanti, chiome di zucchero filato o di stoppa, o nere di “brill”.

Il fascino della funicolare che entra nelle case

Ma l’entrata disinvolta a sorpresa, da finale di rivista, è passeggera e fuor d’acqua – proprio – in codesto traffico alimentare che ricorda, come colore, le prime pagine del “Ventre di Parigi” e l’analogo movimento dei mercati veneziani: i quali però, avendo i loro fascini, mancano della bellezza pensile di una funicolare che, in salita, par che entri nelle case, a cominciare dai primi piani sino alle terrazze e su di lì… quindi monta sopra i giardini, in pendio della conca dell’Olivella, e pare s’inerpichi sempre più, sulla cima più alta, finché non va in bocca al lupo, ovvero al tunnel.

Il primo tratto della funicolare sale in margine agli ampi gradini interminabili di Montesanto che, come un grandioso scalone e come ad un altare, salgono a mezza costa, al Corso panoramico degli innamorati. Ragione per cui sui pilastri laterali dello scalone si pensò bene di non elevare veneri, fauni ed altre sculture analoge, come usa nei parchi, poiché alla statuaria, decorativa, stabile, avrebbero, con grazia e maggior temperamento, pensato le coppie qua e là sparse lungo il giorno, sulla scala dell’amore.

Marinetti e il caffé “Notte e giorno”

Una volta, al principio della via s’apriva – veramente non si chiudeva mai – il Caffé Nott’e giorno, di un soldo la tazza, umilissima imitazione della famosa “Croce di Savoia”, lì mediante il soldo, alla triste penombra, prendevano alloggio e ristoro i derelitti di un tempo, che oramia sfogliamo come romanzo di appendice. Ma talvolta il caso cacciava nell’infimo ritrovo, che sembrava un covo, uomini di ben altri destini. Una notte gelida di gennaio 1914, Marinetti, accompagnato da un fedele amico, in attesa del “Tripolino” per Milano, sul marmo sudicio di uno di quei tavolini, ove cadevano dal sonno le braccia e i capi russanti degli oscuri avventori, come ghigliottinati, tracciava il programma della “Serata futurista” di Firenze.

Il Pazzariello è nato alla Pignasecca

In questo momento la girevole mascherina d’ombra della meridiana è su mezzogiorno. Suonano campane e sirene. Molti si fano il segno della croce, qualcuno, seguitando la sua via, piega un ginocchio innanzi al tabernacolo. Quand’ecco un rullo di tamburo seguito da colpi di grancassa e piatti: e da un vicolo s’ode.. nel testo originale, la seguente locuzione: – Popolo! Mezzogiorno! Questa è l’ora della sparata! Dovet’essere all’angolo del Forno Vecchio, affianco al cappellaio, dirimpetto al pastaiuolo…

Il Pazzariello è una creazione della Pignasecca.

Francesco Cangiullo

da “Le vie della città”, Tommaso Pironti Editore, 1937-V

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 24 Dicembre 2018 e modificato l'ultima volta il 24 Dicembre 2018

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