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IL FOCUS

Sanità: al Sud la spesa erogata è fino al 50% più bassa che al Nord

Eurispes - Rapporto Italia 2020
Attualità, Sanità | 28 Febbraio 2020

Al Sud la spesa sanitaria pro capite è fino al 50% più bassa che al Nord. Partiamo da questo breve passaggio estrapolato dal rapporto Eurispes Italia 2020 per raccontarvi nel dettaglio di quanto iniqua e anticostituzionale sia l’erogazione dei fondi pubblici nel nostro Paese. Abbiamo scelto di approfondire il tema della Sanità perché – così come recita il I° comma dell’art. 32 della Costituzione – la tutela della salute, in Italia, dovrebbe essere un diritto fondamentale dell’individuo. Un articolo chiaro e conciso che di certo non tiene conto della latitudine di provenienza né della ricchezza del territorio.

La sanità nel rapporto Eurispes 2020

Dopo quello di Previdenza e Integrazioni Salariali, la Sanità è il settore che assorbe la maggiore quantità di risorse pubbliche in Italia. Una fetta di spesa molto ambita e attorno alla quale gravitano una moltitudine infinita di interessi. Come si legge nel rapporto Eurispes – lo stesso che nelle settimane passate evidenziò come la parte “produttiva” del Paese avesse sottratto al Mezzogiorno 840 miliardi di euro in 17 anni – la differenza di spesa pubblica erogata tra Centro-Nord e Sud per la Sanità è netta e inequivocabile: nel 2010 e nel 2014 – ad esempio – la differenza raggiunse, rispettivamente, i 438 e 439 euro procapite, mentre nel 2011 lo scarto sfiorò i 500 euro.

Nel 2017 un italiano del Centro-Nord godeva di circa 1900 euro di spesa sanitaria mentre un connazionale del Sud si doveva accontentare di appena 1600 euro pro capite. Una differenza che, tra i suoi alti e bassi, sommata per tutta la popolazione e per tutti gli anni di applicazione del federalismo fiscale, hanno contribuito non poco a scavare il solco tra sanità del nord e quella del sud con conseguenze drammatiche per il nostro territorio.

Le più alte spese pubbliche pro capite sono quelle della Valle d’Aosta, delle due Province autonome di Trento e di Bolzano e quella della Lombardia, i cui sistemi sanitari, non a caso, sono tra i migliori d’Italia. Un’elevata quantità di finanziamenti pubblici consente a queste regioni di mantenere standard di prestazioni elevatissimi e servizi erogati a prezzi notevolmente più bassi rispetto alle altre Regioni dello Stivale.

Una spirale senza fondo per il Sud

Naturalmente – come fa notare il rapporto di Eurispes – più il sistema sanitario pubblico funziona, più si ha sempre meno bisogno di rivolgersi ai soggetti privati, i quali di conseguenza sono anch’essi costretti ad abbassare i propri prezzi. Al Sud, viceversa, l’esiguità dei finanziamenti pubblici alla sanità obbliga gli ammalati a sostenere costi molto più elevati per visite mediche ed esami, oltre che a vedersi erogare servizi tutt’altro che efficienti, tramite strutture, attrezzature, strumentazioni e macchinari inferiori sia in numero che per qualità, con la beffa di dover subire inermi liste d’attesa interminabili anche per interventi incombenti.

La bassa spesa pubblica al Sud per la sanità genera dunque situazioni che varcano il limite della sopravvivenza, come quella del Comune di Longobucco, in Calabria, dove non c’è la guardia medica e l’ospedale più vicino è a 40 Km; oppure il verificarsi di troppi casi di morti di donne dovuti a parto (la mortalità delle donne per parto è al Sud doppia rispetto alla media nazionale). La minore spesa pubblica per la sanità alimenta poi la cosiddetta mobilità sanitaria, il fenomeno dei malati che dal Sud vanno a farsi curare al Nord (nel 2017 oltre 937mila pazienti fra ricoveri ospedalieri e day hospital, più i familiari che in molti casi sono costretti ad abbandonare il proprio lavoro) determinando, ironia della sorte, un ulteriore guadagno per il Settentrione (nel 2017 pari a oltre 4,6 miliardi di euro).

Chi ha sprecato di più?

L’iniquità nell’assegnare alle Regioni meridionali meno finanziamenti per il comparto sanità diviene ancor più inconcepibile se si va a indagare poi chi ha sprecato di più e con quale efficienza hanno speso le varie Regioni in tale comparto.

La sezione “Autonomie” della Corte dei Conti, in una Relazione al Parlamento sull’attuazione del federalismo fiscale, ha infatti certificato che nel settore sanità, nelle Regioni del Mezzogiorno sottoposte a monitoraggio o controllo dei Ministeri della Salute e dell’Economia, tra il 2006 e il 2017, il deficit è diminuito e quasi si è annullato. Viceversa, nelle Regioni del Nord a Statuto speciale che beneficiano di maggiore autonomia e libertà di spesa, il deficit è raddoppiato. Scrive la Corte dei Conti: «Laddove il monitoraggio esterno si riveli meno incisivo a fronte di maggiori spese si verifica che non ci sia chiarezza sulla ragione delle stesse (è il caso di Valle d’Aosta, Friuli Venezia a Giulia, Trento e Bolzano), oppure che si vengano ad accumulare significativi disavanzi (è il caso della Regione Sardegna). Per contro, nelle Regioni sottoposte a monitoraggio (“leggero” o più stringente per gli enti in piano di rientro dal deficit) si è riscontrato un netto miglioramento dei risultati di gestione».

La causa? Il federalismo fiscale targato Lega (Nord)

Ma per quale motivo, in barba alla Costituzione, lo Stato eroga maggiori fondi pubblici alla Sanità del Nord? Le cause – neanche a dirlo – sono da attribuire alla Lega di Bossi, Calderoli e Salvini, la stessa Lega che, cancellando con un colpo di spugna la parola “Nord” dai suoi manifesti, oggi fa incetta di voti tra i terroni da cortile.

Nel 2010 – come spiega lo scrittore Marco Esposito nel suo Zero al sud – cavalcando la polemica innescata da Ricolfi (autore del libro Il sacco del Nord. Saggio sulla giustizia territoriale) e da Giulio Tremonti, Ministro all’Economia del governo Berlusconi, il quale ebbe a dire che una siringa di 5 mm (a proposito, voi avete mai visto una siringa lunga appena mezzo centimetro? Noi no) costa 0.5 cent in Sicilia e 0.3 in Toscana, si cominciò a gettare le basi per i decreti della legge 42 sul Federalismo fiscale e immaginare un’Italia divisa in due: un Nord ricco e virtuoso e un Sud indebolito e depauperato della possibilità (infondata, naturalmente) di sperperare denaro pubblico. Sia il libro di Ricolfi che la relazione posticcia di Tremonti (ampiamente confutate in seguito) si rivelarono null’altro che strumenti di propaganda funzionali al diktat leghista.

La ripartizione dei fondi per la Sanità, secondo la formula Calderoli definitivamente introdotta nel 2011 (dopo anni di sperimentazione) durante il governo Berlusconi, tiene oggi conto della popolazione “pesata per età”: si pensò – in sostanza – di distribuire più soldi nelle regioni dove ci sono più anziani. E nelle Regioni dove si muore prima? Meno soldi, è evidente. Un meccanismo perverso, eh? Le statistiche – guarda caso – ci dicono che le regioni che hanno un numero maggiore di anziani sono proprio quelle settentrionali; nello specifico i cittadini della Campania hanno un’aspettativa di vita inferiore di due anni rispetto alla media nazionale, che si traduce in circa 300 milioni in meno di fondi alla regione per il comparto della sanità. Oltre al danno di avere una minore aspettativa di vita c’è dunque la beffa di ricevere meno soldi per curarsi. Una condizione che – è bene ricordarlo – non sarebbe mai passata senza il silenzio complice e assordante dei rappresentanti politici del Sud.

Antonio Corradini

Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 28 Febbraio 2020 e modificato l'ultima volta il 28 Febbraio 2020

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