giovedì 21 novembre 2019
Logo Identità Insorgenti

Il “giallo” delle spoglie di Leopardi custodite nel Parco Vergiliano

Rubriche | 28 Aprile 2019

Per la rubrica “Ciento ‘e sti juorne”, nel giorno in cui si festeggia san Vitale, vi raccontiamo la storia della Chiesa di San Vitale a Fuorigrotta e di un aneddoto avvolto dal mistero sulla vita, o meglio sulla morte, di Giacomo Leopardi legato proprio a quella chiesa.
Una delle tante tracce lasciate in città dal poeta di Recanati, morto a Napoli il 14 giugno del 1837 nella sua ultima abitazione in vico del Pero. La sua sepoltura, secondo quanto raccontato dal fraterno amico del poeta, lo scrittore napoletano Antonio Ranieri, sarebbe avvenuta proprio nell’antica chiesa di San Vitale. Successivamente il corpo del poeta è stato spostato nella tomba al Parco Vergiliano di Piedigrotta, come vi avevamo già raccontato in una serie di articoli dedicati ai luoghi di Leopardi a Napoli.
Ma la storia della sepoltura di Leopardi è molto controversa, al punto che molti studiosi hanno messo in dubbio che i resti custoditi nel Parco Vergiliano appartengano al poeta.

La chiesa di San Vitale costruita negli anni ‘50

La chiesa dedicata a San Vitale martire a Bologna – da non confondersi col san Vitale di Milano che si festeggia oggi – è una chiesa monumentale che si presenta come una costruzione piuttosto moderna, costruita a partire dal 1952 e inaugurata nel 1963.
In realtà, la chiesa di San Vitale che originariamente sorgeva in quella zona era antichissima, ma fu demolita durante il periodo fascista. Nel 1939, infatti, fu completamente distrutta per far spazio all’attuale piazza Italia, all’epoca chiamata piazza del Littorio, e al nuovo viale Augusto, nell’ambito dei lavori di risanamento di tutta la zona e della creazione di un quartiere moderno.

L’antica chiesa di San Vitale in cui fu sepolto Giacomo Leopardi

L’esistenza in quell’area di una chiesa dedicata a San Vitale è documentata sin dall’epoca dell’Impero Romano. E’ del 985, infatti, la prima testimonianza della presenza di una chiesa o oratorio dedicato al santo martire in Bologna, il cui culto arrivò fino a Napoli quando il territorio cittadino diventò un ducato bizantino che dipendeva da Ravenna.
Secondo quanto raccontato dallo scrittore napoletano, Antonio Ranieri, che gli fu vicino fino al giorno della morte, il 14 giugno del 1837, le sue spoglie non furono gettate in una fossa comune, come avrebbero richiesto le severe norme igieniche a causa della grave epidemia di colera che era in corso a Napoli.
Ranieri, invece, raccontò che grazie al suo intervento le spoglie di Leopardi furono inumate nella cripta della chiesa di San Vitale “sulla via di Pozzuoli”. Successivamente a sue spese nel 1844 il sepolcro fu spostato nel pronao della chiesa e trasformato in parietale, ponendo sulla lapide un’epigrafe scritta da quello che Leopardi considerava una delle persone a lui più care, lo scrittore Pietro Giordani.
Nel 1897 la tomba di Giacomo Leopardi fu dichiarata monumento nazionale e venne, inoltre, stabilita la ristrutturazione della facciata e del pronao della chiesa di San Vitale. Nel 1900 i lavori furono completati e due anni dopo fu inaugurato ufficialmente il monumento funebre del grande poeta.

La traslazione delle spoglie del poeta al Parco Vergiliano di Piedigrotta

Per rendergli ulteriormente omaggio, si decise cambiare il nome alla piazza in cui sorgeva la chiesa, che divenne così piazza Giacomo Leopardi.
Di questa trasformazione è rimasta traccia, infatti, nel 1927 fu inaugurata la stazione di quella che all’epoca si chiamava “direttissima” e ancora oggi la fermata ferroviaria ha mantenuto il nome di “Stazione di Napoli piazza Leopardi”, anche se ormai la piazza originaria non esiste più.
A seguito della decisione di demolire la chiesa di San Vitale, il 22 febbraio del 1939 i resti di Leopardi furono spostati nel Parco Vergiliano che si sviluppa alle spalle della chiesa di Piedigrotta, chiamato così in quanto vi sorge la tomba di un altro grande poeta, Virgilio.

La testimonianza di Antonio Ranieri, amico di Leopardi, sulla sepoltura nella chiesa di San Vitale

La sepoltura di Giacomo Leopardi è sempre stata avvolta da un alone di mistero. A smentire l’ipotesi che il corpo del poeta fosse finito in una fossa comune fu il suo amico Antonio Ranieri che ne fornì una testimonianza diretta, nel suo libro intitolato “Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi” scritto nel 1880, molti anni dopo la morte del poeta.
Ranieri nel libro raccontò come si era svolta la sepoltura di Leopardi, descrivendola minuziosamente: “Il cadavere fu salvato dalla confusione del camposanto cholerico. Ed assettato in una cassa di noce impiombata, e raccolto pietosamente in una sepoltura di ecclesiastici sotto l’altare a destra della chiesetta suburbana di San Vitale; fu quindi, non meno pietosamente, trasferito a suo tempo nel vestibolo della medesima, dove gli fu posta la pietra ch’ora si vede”.
E sempre nello stesso libro Ranieri raccontava anche in un altro passaggio della sepoltura di Leopardi nella chiesa di San Vitale: “Il suo cadavere, salvato, come per miracolo, dalla pubblica e indistinta sepoltura dove la dura legge della stagione condannava, o appestati o non, i grandissimi e i piccolissimi, fu seppellito nella chiesetta suburbana di San Vitale su la via di Pozzuoli, nel cui vestibolo una pietra, ritratta nella seconda tavola posta dinanzi all’edizione precitata, ne fa modesto e pietoso ricordo al passaggiero”.

I dubbi sul racconto di Antonio Ranieri

La versione data da Antonio Ranieri circa la sepoltura di Leopardi alla chiesa di San Vitale, però, sin dall’inizio era sembrata piena di contraddizioni, in quanto lo scrittore ne aveva fornito diverse versioni. Il sospetto era che Ranieri avesse inscenato un funerale a bara vuota, allo scopo di nascondere una triste verità, ovvero che il corpo del poeta fosse finito nelle fosse comuni del Cimitero delle Fontanelle o nel cimitero delle 366 Fosse.
A confutare la versione di Ranieri, morto nel 1888, fu una prima ricognizione fatta all’interno del sepolcro di Leopardi, fatta nel 1889, durante la quale furono ritrovate solo una parte delle ossa.
La ricognizione ufficiale delle spoglie del poeta venne effettuata il 21 luglio 1900 e nella cassa, considerata troppo piccola per contenere lo scheletro di Leopardi, furono ritrovati solo dei frammenti d’ossa e un femore sinistro intero troppo lungo per una persona di bassa statura.
Insieme a questi resti furono trovate una scarpa col tacco e alcuni stracci, mentre non c’era traccia del cranio e del resto dello scheletro. Nonostante i dubbi, però, la questione venne ben presto liquidata per non suscitare clamore e “il caso” fu chiuso velocemente sostenendo che era plausibile che quelli fossero parte delle spoglie di Leopardi.

La tesi che i resti conservati al Parco Vergiliano non appartengano a Leopardi

Dopo le ricognizioni all’interno del sepolcro, dal 1898 anche la famiglia Leopardi ha iniziato a dubitare che le spoglie conservate Parco Vergiliano siano appartenute al poeta, ritenendo inutile la riesumazione e preferendo non manomettere e rispettare il monumento sepolcrale in suo onore.
Una tesi sostenuta anche nel libro della scrittrice e filosofa Loretta Marcon, studiosa di Leopardi, intitolato “Un giallo a Napoli, la seconda morte di Giacomo Leopardi” pubblicato nel 2012 da Guida Editore e presentato a Palazzo Leopardi a Recanati.
Nel libro della Marcon, frutto di anni di ricerche nelle biblioteche e in antichi documenti, la versione di Antonio Ranieri viene smentita totalmente e si sostiene che le spoglie custodite nel monumento funebre del Parco Vergiliano non apparterrebbero a Leopardi. La Marcon lo sostiene sulla base della ricognizione effettuata nel 1900 che dimostrerebbe che i pochi frammenti di ossa che furono ritrovati non potevano appartenere al poeta per dimensioni e anche per la mancanza del cranio.
Secondo la scrittrice, con ogni probabilità la tomba del Parco Vergiliano, e ancor prima la Chiesa di San Vitale, hanno custodito per anni una scomoda verità, ovvero che a Giacomo Leopardi dopo un’esistenza tanto sofferta il destino non ha concesso neanche una degna sepoltura.

Sabrina Cozzolino

Un articolo di Sabrina Cozzolino pubblicato il 28 Aprile 2019 e modificato l'ultima volta il 28 Aprile 2019

Articoli correlati

L'oro di Napoli | 17 Ottobre 2019

L’ORO DI NAPOLI

Ulisse attraversa il Golfo di Napoli

Sport | 14 Ottobre 2019

PALLACANESTRO

Inizia con un passo falso il campionato della Gevi Napoli Basket in A2

Eventi | 13 Ottobre 2019

IL CULTO DEL CAFFÉ

Al Riff Loungebar “Cafè Experience”: tra contest fotografico e documentario

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi