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IL LIBRO

A Sud di Maradona, il Salento – non solo calcistico – nell’era del Pibe

Libri, Mondo, Sport | 17 Marzo 2016

a sud di maradona

A sud di Maradona è il racconto di un’epoca in cui le vicende calcistiche si intrecciano con quelle di un territorio. L’epoca in cui il Salento stava andando incontro ad una radicale trasformazione. Attraverso le gesta calcistiche di Barbas e Pasculli e il Lecce degli anni 80/90, è un racconto che si articola tra fatto storico e passione calcistica, in un groviglio di emozioni, ricordi, rivalse, che appartengono all’immaginario collettivo e alla cultura popolare del Salento.

Una storia di calcio e territorio, in chiave romantica, nostalgica, leggendaria. Dall’epica del football di Osvaldo Soriano ad una interpretazione antropologica dello sport, A sud di Maradona  attraverso la memoria sportiva – vuol essere anche e soprattutto, recupero della memoria popolare. Il libro, scritto in collaborazione con Beto Barbas e Pedro Pablo Pasculli, campioni del mondo con Maradona e idoli senza tempo dei tifosi del Lecce, è scritto da Andrea Ferreri, studioso di culture giovanili e controculture. Prima di “A sud di Maradona”, ha pubblicato il saggio “Ultras, i ribelli del calcio”.

Come nasce l’idea di scrivere “A Sud di Maradona?

Da tanto tempo volevo scrivere un libro sul Salento ma non riuscivo a trovare la formula giusta. L’idea mi viene nell’Ottobre del 2013 quando un pomeriggio in visita al campo profughi di Dheisheh, a sud di Betlemme, in Palestina, girando tra le strade del campo mi sono imbattuto in un gruppo di ragazzini dell’età di 8/12 anni che giocavano a calcio. Uno di loro aveva la maglia numero 10 dell’Argentina, col nome di Maradona. Una di quelle maglie made in Cina che hanno invaso il mondo. A vent’anni di distanza da quando Maradona aveva lasciato il calcio, quei ragazzini, in quella terra martoriata dalla guerra, indossavano ancora la sua maglia. Passai il pomeriggio a guardarli, ricordando quando avevo la loro età e Maradona era il mito di migliaia di ragazzi della mia generazione. Un ricordo vivo, che tra pallone, immaginazione e quei ragazzi che correvano più veloci del vento, si andava srotolando tra le nebbie del tempo riportandomi all’adolescenza. Negli anni in cui quando giocavo a calcio con i miei amici, proprio come stavano facendo quei ragazzini, oltre a Maradona c’erano soprattutto altri due calciatori argentini ad alimentare i nostri sogni: Juan Alberto Barbas, conosciuto da tutti come Beto Barbas e Pedro Pablo Pasculli. Due calciatori che nel mio immaginario, come in quello di molti a Lecce e nel Salento, appartengono ad un’epoca d’oro del calcio: quello leggendario. E non semplicemente perché fosse “grande calcio”, ma perché era parte integrante della cultura popolare, nutrendo l’immaginario, le emozioni, i sogni e le rivalse di tanti.

Un calcio romantico che apparteneva al patrimonio culturale collettivo…

Sì. E dal calcio ho iniziato a scrivere di territorio, di un epoca in cui il territorio stava andando, anche attraverso il calcio incontro ad un radicale trasformazione. La provinciaanonima e lontana, remota, si affacciava nel panorama nazionale fino a diventare gradualmente, una delle più quotate località turistiche del paese. Quella che è diventata una risorsa in un periodo storico in cui organizzazioni mafiose ed emigrazione verso l’esterno era sintomo di profondo disagio sociale, economico. E’ un lavoro partecipato, come in uno stadio di calcio dove, oltre alla voce continua dei due campioni, ho citato personaggi dell’epoca, giornalisti, scrittori, artisti, facendone un racconto corale.

Il titolo nasce da tutto questo?

Il titolo nasce dall’idea che Maradona fosse stato una sorta di latitudine del calcio mondiale e Lecce era a sud di Maradona… di questo nuovo parallelo nella geografia del pallone.

Bete Barbas e Pedro Pablo Pasculli, campioni del mondo con Maradona e idoli senza tempo dei tifosi del Lecce. Come nasce la collaborazione?

Dalla necessità di scrivere a partire dai protagonisti. Il calcio è un pretesto per parlare del territorio.

Il calcio quindi è identità popolare. Scrivendo “A Sud di Maradona” recuperi una tradizione orale che sarebbe andata persa?

No, persa no. Si riproduce e si modifica fino a mitizzarsi: cogliendo il mito calcistico racconto il territorio, le trasformazioni che si stavano delineando in quegli anni, le influenze, le dinamiche sociali. Creo racconti nel racconto per scrivere a grandi linee la storia di quel territorio, le influenze, le dinamiche sociali, le credenze, le grandi emozioni collettive, le catarsi. Tutto quello che spesso il calcio, ma anche il nostro territorio, sanno dare.

Stefania Galluzzo

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