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IL MATEMATICO NAPOLETANO

Caccioppoli, alla ricerca dei luoghi del professore geniale

I luoghi di Caccioppoli
NapoliCapitale | 28 Dicembre 2018

Da un po’ di tempo stiamo andando in cerca, come abbiamo già fatto per Giacomo Leopardi, dei luoghi napoletani di un altro personaggio molto interessante.

Un uomo altrettanto internazionale, poliglotta, sensibile e geniale. Solo che invece di guadagnarsi da vivere scrivendo poesie, campava insegnando matematica e inventando teoremi.

A pensarci bene neanche in questo, tra i due, la differenza è molta. Perché per creare un teorema ci vuole una grande capacità di volare alto per vederlo, d’intuito, e poi di scavare sotto terra, in profondità, per tirare fuori le prove che convincano anche gli altri, quelli che con l’intuito non ci riescono ad arrivare, la dimostrazione.

Renato Caccioppoli (foto dal web)

Si chiama Renato Ciro Agostino Caccioppoli, per molti ‘o genio o ‘o prufessore.

Su di lui hanno scritto tante cose. Ne sentivo parlare da molto tempo, poi ne ho trovato traccia in un libro bellissimo: “Mistero napoletano”, di Ermanno Rea, che mi ci ha fatto definitivamente avvicinare.

C’è anche un film famoso, del 1992, “Morte di un matematico napoletano”, di Mario Martone. Che però della vita racconta soltanto il finale. M’aveva lasciato una strana sensazione quel film, un gusto amaro. Probabilmente perché amaro era quell’uomo negli ultimi suoi giorni, e più pesante.

Poi, andando alla ricerca dentro ai libri, sopra le fotografie, mi è sembrato di vedere anche un altro uomo: sottile, sottilissimo, non ben piazzato sulla terra come quell’attore.

Dicono pesasse meno di cinquanta chili, che moltiplicato per l’altezza, uno virgola settantasette, fa una figura geometrica lunga e sottile. Il poeta Andrè Gide forse aveva colto questo quando lo aveva definito un’anima, ma anche l’uomo più intelligente di Napoli.

Renato Caccioppoli (foto dal web)

Sembra lungo e trasparente il professore, dentro questi libri, e così complesso da restare oscuro. Partigiano della pace, comunista senza tessera, senza mai farsi ingabbiare, leader naturale perché chi sta avanti chilometri agli altri, se non tiene la sua visione per sé soltanto, non può che guidare.

Ma procediamo piano, ché qua, per troppo entusiasmo, vi sto dicendo tutto nel verso esattamente opposto a quello giusto. Allora andiamo insieme, passo per passo, sulle tracce di quest’uomo ricco che aveva addosso sempre lo stesso vestito e camminava quasi solamente a piedi.

Via Mezzocannone 8

Partiamo da via Mezzocannone 8, la strada centrale, a Napoli, dell’Università “Federico II”. Qui c’è la sede storica del dipartimento di matematica e stamattina la andiamo a visitare.

Portale del ‘400, marmo nei pavimenti, dietro il vetro della guardiola c’è l’usciere, attento. Buongiorno, mi potrebbe dire dov’è la stanza del prof. Carbone?

Ha un attimo di esitazione; allora io: mi sta aspettando, ho un appuntamento. Però so solo il piano, non l’interno esatto.

Riprende fiato: in fondo a sinistra trova l’ascensore, al quarto piano trova i colleghi e può chiedere a loro con più precisione.

Entro. Dopo pochi metri c’è un busto molto grande, il cappotto ha le spalle troppo larghe, eccolo, non me l’aspettavo, sta già qua davanti a noi il professore, perché questo dipartimento adesso porta il suo nome: Dipartimento di Matematica e Applicazioni “Renato Caccioppoli”. Che fosse un genio lo avevamo capito, ma teneva davvero ‘na capa accussì enorme?

Il busto nell’atrio di Mezzocannone 8

Al quarto piano mi indicano una porta a vetri antica, grande, a forma di arco. Fuori bisogna bussare a un citofono moderno.

Forse sto posto mi fa troppa emozione: se non era per la ragazza del bar, che sta portando il caffè, stavo lì a spingere la porta invece che tirarla per altre due ore.

Finalmente oltre c’è un altro corridoio spazioso, lungo. E a sinistra, in fondo, una grande scritta in oro sotto un fregio di marmo: “Istituto di Analisi Superiore”; più in alto di questo non potevamo arrivare.

La porta si apre: spunta un signore placido in maglione azzurro.

Buongiorno, piacere professore.

Ci accoglie in questo ambiente rimasto com’era da molto tempo: le porte di legno, i pavimenti, le poltrone. E ci porta subito a vedere una cosa, il fulcro, il centro: la stanza personale di Renato Caccioppoli, professore, soprattutto di Analisi Matematica, in questa Università dal 1933 al suo ultimo giorno.

Sto fotografando troppo in fretta: troppe cose rare. Provo a rallentare.

C’è una scrivania di legno rosso dentro la luce d’oro, laterale, di questa giornata che avevano previsto di pioggia.

La scrivania del professor Caccioppoli

Fotografo, fotografo; ad un certo punto però mi pare che non sto acchiappando niente, di scattare a vuoto.

Allora glielo dico: però, professore, mi sembra una stanza in uno stile esattamente opposto, per quello che ho letto, a quello del professor Caccioppoli. Dicono tutti che era una persona molto alla mano, senza nessuna velleità formale; elegante, ma di un’eleganza … interiore per approvare questo stile forse un po’ di rappresentanza?

La vista dalla stanza del prof. Caccioppoli

E lui, in poche parole: sì, infatti io credo che lui qui si appoggiasse soltanto.

Ah ecco, sta poltrona l’avrà visto seduto chi sa quante volte. Però sul mobile a fianco c’è un busto, piccolo stavolta, e acuto, somiglia molto alle espressioni nelle foto che abbiamo visto in questi giorni, prima di partire.

Il busto nella stanza

Le stanze subito attigue invece sono nel suo stile. Scrivanie essenziali, una lavagna con sopra scritte delle formule, poi troviamo lo stesso pavimento identico di una delle case napoletane di Leopardi.

Queste sono le scrivanie degli assistenti, sono due stanze una di seguito all’altra: la distanza dalla prima scrivania era direttamente proporzionale, in qualche modo, alla vicinanza ideale al professore.

Allora ci viene in mente che quella alla quale siamo seduti adesso il professor Carbone e io, doveva essere la scrivania di don Savino Coronato, ‘o prevete, lo storico assistente e amico, sacerdote, di un professore comunista ateo.

Nell’ultima stanza c’è una bella raccolta di modelli.

Ecco, fino ad ora io pensavo che un modello matematico fosse una parola riguardante un pensiero immateriale. Mo invece i modelli fisicamente li vedo dentro queste vetrine: vedere per capire, capire per vedere, mi dice il professore. Ci si faceva prima un’idea generale di un “pensiero matematico” ma poi per cercarne i dettagli si faceva realizzare (molti di questi vengono addirittura dalla Germania) un modello reale, fisico, che si può toccare. Perché per certe geometrie complesse non si riesce a immaginare tutto.

Poi mi fa notare dentro le vetrine dei congegni meccanici. E mi dice: servivano per calcolare.

Per esempio per calcolare l’area sottesa ad una curva (che si può chiamare pure “integrale”) si disegnava la curva su un foglio, poi mentre con la punta di uno di questi congegni si seguiva la curva disegnata, dall’altra parte un’altra punta tracciava su un altro foglio l’andamento numerico dell’area. I computer sono una cosa di pochi anni. Per molto tempo i sistemi sono stati altri.

Anche le fotocopie, ci dice il professore, fino a non molti anni fa non esistevano o erano rare e quindi si realizzavano di un libro gli “estratti”. Fascicoletti di un singolo argomento trattato nel testo. Così si potevano dare in prestito agli studenti senza rischiare che il libro venisse “perso”. E mi mostra una libreria di estratti dentro uno scaffale alto. Sopra, sotto il soffitto, una macchia di umido aspetta.

L’aula per le presentazioni scientifiche ai docenti

La porta per l’ingresso del relatore

Poi il professore ci porta a vedere la stanza dove si facevano le presentazioni scientifiche ai colleghi. È arredata con le sedute del coro del convento dei gesuiti che stava qui dentro. Perché qui siamo in quello che era la Casa del Salvatore, la Casa Madre dei Gesuiti fino al ‘700. Quando furono smantellati quei locali si riuscì a salvare questi arredi e portarli in queste stanze.

C’era una certa attenzione al colpo di scena, e infatti qui, vede, c’è una seconda porta. Quando il pubblico era seduto intorno, compariva il professore da quest’altra per la lezione.

Lui attribuisce anche a Caccioppoli, probabilmente, una tendenza a fare scena. Qualcosa di vero ci dev’essere se venivano ad assistere alle sue lezioni anche studenti di altre facoltà e persone che con la matematica non c’entravano assolutamente niente.

E ci racconta un aneddoto famoso che era studiato con premeditazione, non solo, ma ci assicura che questo, a differenza di altri di cui non si ha certezza, aveva fino a non molto tempo fa testimoni viventi.

Un giorno si presenta a sostenere l’esame col professore una ragazza. Be’, Caccioppoli, sebbene molto amato dagli studenti, non era affatto largo di voti e neppure di promozioni: allora ad un certo punto chiede alla studentessa di tracciare alla lavagna una retta, poi di prolungarla, poi di continuarla ancora perché si sa, la lunghezza di una retta non ha fine; poi la lavagna finisce e comincia il muro ma il professore è molto esigente: continui, continui. L’idea era di farla uscire, povera, senza essere stata promossa, in compagnia di quella retta.

E non finisce qui, l’evento ebbe una continuazione serale poco conosciuta. La studentessa in questione era nota a Caccioppoli in quanto figlioccia di un’assistente universitaria, Maria del Re, la cui casa era frequentata dal professore. Allora la sera il professore e la ragazza si incontrano casualmente in quella casa e pare che lui le abbia chiesto: “Lina, ti vedo abbattuta. Che ti è capitato?”. Sembra che Caccioppoli non amasse per nulla le persone che pensavano di ottenere dei vantaggi dalla semplice conoscenza personale e allora quella ragazza rientrando, forse, nella mente del professore, in quella categoria, ricevette un trattamento un po’ feroce.

Abbiamo telefonato nei giorni seguenti alla figlia della signora in questione. Ci ha confermato la cosa dai racconti della madre. Ha aggiunto però, per la precisione, che quel trattamento pare sia stato riservato a ben più di uno studente.

La vecchia lavagna orizzontale

Mo andiamo in giro per le aule di lezione, quelle più antiche. Ad un certo punto il professore si infila in una porticina, poi quasi al buio su per una scaletta. Pochi metri e usciamo in alto, sul fondo di un aula in discesa.

È una delle ultime aule rimaste come allora. Chi sa che non sia esattamente il luogo in cui è successo quell’evento, perché dietro la lavagna moderna, che sale e scende in verticale, ce n’è una lunga lunga, orizzontale, e poi un breve tratto di muro, prima della porta, su cui disegnare.

La sala “Battaglini”

Sempre qui al quarto piano c’è anche la stanza utilizzata a quei tempi per le riunioni tra docenti, è la sala “Battaglini”.

La sala Battaglini

Entriamo e alle pareti ci sono i nomi dei matematici più famosi del mondo fino al ‘700 e oltre. Nel film di Martone, Caccioppoli, durante una riunione in questa sala, poiché non era interessato alle questioni economiche, prima si mette a leggere disteso sopra al tavolo che adesso abbiamo di fronte, poi ci si addormenta e ci rimane da solo. Ma non era mancanza di rispetto verso Giuseppe Battaglini, tutto al contrario, perché il “Giornale di matematiche” che Battaglini aveva fondato, Caccioppoli, insieme al professor Carlo Miranda, lo diresse proprio. Ecco forse lui badava alle cose importanti, recuperava sonno su quelle di normale amministrazione.

Andando in giro per questi ambienti in cerca di tutte le stanze ad un certo punto ripassiamo davanti ad un’antica libreria. Sul ripiano più basso, proprio sullo spigolo, adesso c’è appoggiato un pacchetto di sigarette che non c’era; fai che di qua nel frattempo è passato Caccioppoli e non l’abbiamo visto, lui che era un grande fumatore.

Poi scendiamo per queste scale coi gradini di piperno per andare a vedere un altro luogo, dentro questi stessi palazzi, in cui Caccioppoli era familiare, l’Accademia Pontaniana. Di questa Accademia non solo fu membro, ma subito dopo la fine della guerra fu tra quelli che si impegnarono di più per farla rinascere dalle ceneri dei bombardamenti.

Libri dappertutto in queste sale immense, eleganti. L’aria che si respira è diversa da fuori. Non siamo nel 2018, siamo senza tempo.

Ci sono anche due grandi sale per convegni. Una è l’aula magna. La sensazione, per un attimo, è di vedere le riunioni politiche degli anni ’50. Forse perché leggendo del professore, i racconti di quelle pagine, richiamano atmosfere uguali.

Appeso al muro c’è un ritratto di donna in una cornice d’oro. Quello è il ritratto della zia di Caccioppoli che si trova in molti libri, ci fa notare il professor Carbone: Maria Bakunin, sorella della mamma di Caccioppoli, era stata presidente di quest’Accademia addirittura.

Lo scalone della Minerva

Lo scalone della Minerva

Mentre percorriamo queste scalinate, da una finestra compare per un momento un altro luogo legato al ricordo del professore: è lo Scalone della Minerva.

Qui nel giugno del 1952, quando gli americani si erano impossessati del porto di Napoli con la loro Sesta Flotta e la gente e gli operai e gli studenti, in occasione dell’arrivo del generale Ridgway (il “generale peste” perché in sospetto di aver fatto uso di armi batteriologiche nella guerra di Corea), manifestavano contro la guerra fredda, Renato Caccioppoli era uno dei massimi esponenti dei Partigiani della pace.

Abbiamo scovato la pagina de l’Unità che lo racconta, è quella di martedì 17 giugno 1952. Ecco il brano che ci riguarda in senso stretto.

“…Il secondo episodio della giornata ha avuto a protagonisti gli studenti universitari napoletani che in numero di molte centinaia hanno manifestato per la pace e l’indipendenza nazionale distribuendo volantini e riaffermando a voce alta dinanzi allo Ateneo i loro sentimenti. Successivamente, mentre la Celere cingeva di cordoni l’edificio, una grande assemblea è stata tenuta sulla grande scalinata interna dove ha parlato il prof. Renato Caccioppoli, ordinario di analisi matematica e membro del Comitato provinciale dei Partigiani della Pace. La polizia non ha osato però questa volta dare l’ordine di penetrare nell’Ateneo e solo più tardi il prof. Caccioppoli è stato invitato in questura per un interrogatorio durato oltre due ore. …”

E così ci ricorda Ermanno Rea di quella stessa mattina: “all’università, accerchiata da cordoni di celerini, sulla grande scalinata interna si svolse un’assemblea molto affollata alla presenza del nostro professore-idolo: Renato Caccioppoli. In omaggio all’assolata giornata pre-estiva egli si offrì al nostro sguardo senza il suo amatissimo impermeabile bianco, la cui assenza ce lo fece apparire quasi implume. Nudo. Nonostante la giacca doppiopetto marrone. Ci tenne uno dei suoi ineffabili discorsi, ma insolitamente avaro d’ironia. Piuttosto duro, preoccupato. Del tipo “prepariamoci al peggio”. Dopo l’assemblea mentre se ne stava andando la polizia lo bloccò. …uomini in borghese… agenti… Soltanto a sera seppi che era stato trattenuto oltre due ore in questura dove, dopo avergli contestato passi del discorso svolto all’interno dell’università, lo avevano diffidato “a partecipare ad alcuna manifestazione non previamente autorizzata”.

Ecco perché il signore di cui stiamo parlando non era solo un matematico, seppure geniale.

Il Cortile delle Statue

Il Cortile delle Statue

Poi scendiamo ancora ed arriviamo in uno spazio enorme: è il Cortile delle statue. Ci vengono incontro appena appena, tra gli altri, Leopardi e Giordano Bruno.

Questa città è un pozzo senza fondo. Questa città puoi scavarla in eterno. Il professore mi accompagna fino al portone su via Paladino, poco prima c’è un’iscrizione in marmo: “a Papa Clemente quattordicesimo che con bolla del 21 luglio 1773 aboliva la Compagnia di Gesù…”.

Poi usciamo e, a sinistra e a destra, i basamenti dei pilastri ai lati del portone mi accorgo che erano quelli di un tempio. Di nuovo la stessa sensazione. Uno pensa di andare in giro per Napoli a scavare nel passato, e poi si rende conto che non la sta quasi scalfendo neppure.

Ci fermiamo qui per oggi in questa ricerca perché di luoghi da cercare del professore ce ne sono tanti. A presto, se volete, per un’altra parte di questa escursione.

(Fine prima parte, qui trovate la seconda, qui la terza, qui la quarta, qui la quinta parte)

Riferimenti:

 

Testo e foto Francesco Paolo Busco

Un articolo di Francesco Paolo Busco pubblicato il 28 Dicembre 2018 e modificato l'ultima volta il 18 Maggio 2019

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