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IL MITARIELLO

Cibele “la mamma schiavona” e la juta dei femminielli

Senza categoria | 26 Maggio 2018

Nigra et formosa es, amica mea.

Amici e lettori di identità insorgenti  ripartiamo stavolta con la seconda parte dei mitarielli riguardanti i “femminielli”.  Ripartiamo però da lontano, molto lontano, un viaggio nel tempo lungo almeno tre millenni. Un ponte che tiene insieme estremità lontane di leggenda e storia. Questo è il racconto della Candelora, festa allo stesso tempo pagana e cristiana, culto autentico della Mamma Schiavona, Madonna degli ultimi così cara alla pietà popolare

 Roma,  4 aprile 204 a.C.,

Dopo una furiosa battaglia con sconfitta di Annibale che era praticamente arrivato alle porte di Roma,  viene introdotto nell’urbe il culto di Cibele, la “Magna Mater” dei Romani portando una  pietra nera di forma conica (secondo un consiglio che i sacerdoti avevano tratto dai Libri Sibillini),  simbolo della dea, che viene collocata  dapprima sull’Ara nella Curia del Foro e successivamente in un tempio sul Palatino realizzato nel 191 a.C. nei pressi della casa di Romolo. La pietra nera, detta anche “ago di Cibele”, costituiva uno dei sette pignora imperii, cioè uno degli oggetti che secondo le credenze dei romani garantiva il potere dell’impero.

Ma chi è questa dea cosi venerata e temuta?

Cibele  è un’antica divinità anatolica, venerata come Grande Madre Idea, dal monte Ida presso Troia, dea della natura, degli animali ) e dei luoghi selvatici. Divinità ambivalente, simboleggiava la forza creatrice e distruttrice della Natura ma come parecchie divinità pagane viene prima assorbita dalla cultura greca (Rea) e poi in quella Romana. Nelle cerimonie funebri che si tenevano in onore durante l’equinozio di primavera, i sacerdoti della dea, i Coribanti, suonavano tamburi e cantavano in una sorta di estasi orgiastica, nel corso della quale alcuni arrivavano ad evirarsi con pietre appuntite. Catullo descrive i Coribanti come eunuchi che vestivano da donna.

Dea generosa dell’Ida, Tu, Madre di Dei,
Che porta la delizia a Dindyma e nelle città turrite
e nei leoni aggiogati in coppie, ora guidami negli anni a venire!
Dea, rendi questo segno benigno!
Cammina accanto a me con il Tuo passo grazioso!

Cosi la Dea viene citata da Virgilio per bocca di Enea che la prega nell’Eneide. Virgilio che  riferisce che nei pressi di Avellino, nei luoghi in cui oggi sorge il santuario di Montevergine si trovava un tempio dedicato alla dea.

Facciamo quindi un salto in avanti nel tempo (neanche troppo piccolo…) per arrivare nel 685 quando San Vitaliano, Vescovo di Capua, scoprì su questo monte i ruderi di un tempio pagano (descritto da Virgilio) al cui posto fece costruire una prima Chiesa in onore di Maria. L’ampliamento del tempio fu poi opera di San Guglielmo da Vercelli (1085-1142) e  proprio a lui si deve l’iniziale diffusione della devozione alla Madonna di Montevergine. Nel 1135 infatti fondò una comunità doppia, di uomini e donne, con a capo la badessa con funzioni episcopali.

La “juta  dei femminielli”  da mamma schiavona

Al Santuario di Montevergine, in provincia di Avellino, ogni anno si celebra la “juta” (ossia il pellegrinaggio) da Mamma Schiavona

La tradizione, almeno ufficialmente, affonda le sue radici nella seconda metà del tredicesimo secolo, precisamente al 1256. La leggenda racconta che due giovani, scoperti in un amplesso omosessuale, furono banditi dal loro paese e lasciati a morire di fame e di freddo nei boschi, legati a un albero. Ma la Madonna ebbe pietà di loro e li salvò dalla condanna. Un miracolo che, ogni anno, viene ricordato e onorato al suono di tammorre e nacchere, con canti licenziosi, motti salaci e vesti coloratissime.

Quella della “juta” è una giornata di offerta, di sacrificio, di sudore. Il sudore che sgorga dalla fronte quando, nonostante il freddo, si sale lentamente dalle pendici al Monte, in un pellegrinaggio lento e silenzioso di grande partecipazione emotiva. Il silenzio è rotto nei pressi della grande scalinata che porta al santuario, dove i pellegrini a braccetto intonano i loro canti d’amore per la Madonna scandendo il loro incedere verso la grande icona. Il rito prosegue con “la Candelora”, le candele accese in onore alla Madonna e portate innanzi all’altare. E’ una celebrazione dai grandi tratti teatrali, dove si piange, si ride, si balla, si canta, si suona, con grande rispetto verso la “dolce Mamma” che tutti accoglie. Sul sagrato si continua la festa in un turbinio di balli, canti, tammorriate.

 “aldilà di tutte le differenze” …….«Statti bona Madonna mia, l’ann’ che vene turnamm’ a venì».

È una madonna nera, stupenda in tutte le sue imperfezioni, seducente e maestosa. E che nei secoli ha esteso il suo manto protettivo sugli ultimi, sui deboli, sui poveri, sugli emarginati. Anche per questo è detta Mamma Schiavona, la madre dal cuore grandissimo che fa grazie e perdona tutto ai suoi devoti che, per onorarla, scalano la montagna fino a raggiungere il suo santuario.

Nigra et formosa es, amica mea.

appunto.

Aniello Napolano

Un articolo di Aniello Napolano pubblicato il 26 Maggio 2018 e modificato l'ultima volta il 26 Maggio 2018

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