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IL MURALE

La Capera torna ai Quartieri Spagnoli: opera di Iodice e De Rienzo di “Miniera”

Arte e artigianato, Identità | 12 Dicembre 2019

Salvatore Iodice, anima magnifica dei Quartieri Spagnoli e animatore di “Miniera”, la falegnameria che recupera oggetti dalla spazzatura per farne opere d’arte e mobili speciali, insieme al suo vice Fabio De Rienzo, ha colpito ancora. Per mesi i due hanno lavorato partendo da una antica fotografia. E adesso la Capera, figura leggendaria di “parrucchiera” di fine ‘800 e inizi ‘900 a Napoli è tornata ai Quartieri Spagnoli, in vico della Tofa, in forma di murale.

Figura di donna lavoratrice raccontata da Serao e Viviani

Oggi “Capera” a Napoli è sinonimo di “inciuciessa”, cioè donna che fa “inciuci”, chiacchierona, pettegola. L’origine è presto spiegata: la Capera curava le “cape” delle donne di Napoli, girava di vicolo in vicolo e andava a pettinare a domicilio con i suoi “ferri del mestiere”, spazzole, pettinesse e affini. Ascoltava storie delle sue clienti. E le raccontava alle successive. Ma non solo. Secondo la Serao era la Capera a “portare” i numeri del lotto di vico in vico. Come racconta nel ventre di Napoli: “Le cosiddette capere dal grembiule arrotolato attorno alla cintura, dalla testa scapigliata, dalle mani unte, che pettinano per un soldo al giorno, portano in giro i numeri alle loro clienti, ne ricevono in cambio degli altri, sono il portavoce dei numeri”.

Ma no solo… a volte la Capera era una sorta di maga: alcune capere infatti preparavano sortilegi d’amore e pozioni per far innamorare ignare fanciulle, prelevando ciocche di capelli a loro insaputa.

La popolarità di questo personaggio divenne tale che nel 1916 il grande Raffaele Viviani dedicò a lei una delle sue più famose macchiette, recitata in abiti femminili: “Prezzetella ‘a capera” (Brigida la pettinatrice), dove si descrive, con la maestria del linguaggio partenopeo del tempo, la classica popolana che non scherza affatto quando si parla dell’onorabilità della donna.

Così la descriveva Mastriani in “Usi e Costumi di Napoli” di De Bourdcard

Portiamo opinione che pressoché tutt’i nostri leggitori non nati in Napoli non intenderanno il significato di questa parola, che cercheranno invano nella Crusca. Pel converso, non vi ha napolitano di qualsivoglia ceto che non sappia che cosa, o, per dir meglio, che donna è una capèra.
Dovendo fare la fisiologia o la storia naturale di questa importante specialità delle nostre popolane, è mestieri che tocchiamo un poco dell’origine sua, la cui data non é gran fatto da noi distante.
Una ventinella d’anni fa, quando le signore portavano le torri in testa, come gli elefanti le portano in groppa, aveano ciascheduna un parrucchiere stipendiato che ogni dì, dalle 10 antimeridiane all’una pomeridiana, era occupato a rialzare il peloso edificio sul capo della dama, la quale, senza questa importante operazione, non potea decentemente mostrarsi. Però siffatta costumanza addimandava una certa agiatezza; giacché ei bisognava tenere a stipendio un professor capillare e compensarlo in ragion del tempo che ogni dì spendeva nello aggiustamento del capo di madama.

capera

Questa pratica avea eziandio non pochi inconvenienti, tra cui quello precipuissimo che fé nascere nel capo di Beaumarchais il grazioso concetto della commedia, la quale ebbe di poi tanta celebrità, intitolata Il Barbiere di Siviglia. In fatti, i Figari hanno fatto sempre paura a’ padri, a’ tutori, agli zii ed a’ mariti; imperocché i galanti non sapeano trovare un canale più comodo per fare scorrere nelle mani delle loro belle quei vigliettuzzi profumati, a cui le damine avean sempre le risposte belle ed apparecchiate, in modo da far esclamare all’attonito Mercurio:

Veh che bestia! Veh che bestia!
Il maestro io faccio a lei!
Donne, donne, eterni dei!
Chi vi giunge a indovinar!

Il Barbiere di Siviglia, renduto popolarissimo ed immortale dalle note del sommo Pesarese, fece aprir gli occhi agli arghi delle Rosine d’ogni sorta; onde, pigliarono subitamente il partito di allontanare gli arditi contrabbandieri di amorosi messaggi, che, sotto il pretesto di alzare il parrucchino sulle teste delle pupille, spesso l’alzavano a’ tutori. La generazione dunque de’Figari fu messa al bando d’ogni casa dov’era qualche fanciulla da marito.
Intanto, le teste delle donne venivano, a gran discapito del buon senso, neglette e abbandonate al loro naturale disordine.
Appo il ceto più ricco, le cameriere supplivano, come anche oggidì, all’oficio de’ Figari; ma tra le classi meno agiate, dove l’impiego di cameriera è cumulato dalla così detta vajassa o serva, non conveniva affidare la importante operazione del capo alle mani lerce e succide di queste ancelle in sandali.
Surse la capèra a sciogliere l’arduo problema. Le cautele richieste dagli arghi si combinavano questa volta coll’economia domestica. La capèra divenne la padrona assoluta delle femminee teste de’ ceti medio e popolare.
La capèra è dunque una creazione recente nella storia de’ costumi napolitani; ma se non vanta antica origine, essa può andar superba della nobil conquista fatta sul territorio de’ mestieri maschili.

Per ordinare il capo d’una donna, a noi pare che una donna è meglio atta; giacché i misteri delle teste donnesche non li posson comprendere che le donne. D’altra parte, la testa non ha forse il suo pudore?
La Capèra è una giovinetta popolana, per lo più nubile e aggraziata, giacché la giovinezza e la beltà sono pregiudizi a favore del gusto. E una capèra senza gusto è come un dipintore senza genio, un poeta senza estro, un romanziero senza immaginazione.
La Capèra si chiama ordinariamente Luisella, Giovannina, Carmela; ella veste sempre con molta nettezza ed anche con alquanta ricercatezza pel suo stato; ma in particolar modo il suo capo debbe essere una specie di mostra, di campione, di modello non pur per le donne popolane, bensì per quelle di civil condizione.
Comechè in sulle prime ella non acconciasse il capo che alle donne del volgo, pure a poco a poco ella si alzò, e da’ bassi o case a terreno salì fino a calpestare i mattoni incerati; fino alle teste aristocratiche.
La mercede che riceve la Capèra varia a seconda della qualità e condizione delle sue clienti, per modo che, da tre carlini mensuali, cioè un grano al giorno (vedi a che meschino prezzo si accomoda una testa ogni giorno!) ella riceve fino a trenta carlini o tre piastre al mese.
Già qualche Capèra si vede correr per le vie della capitale in cappelletto, guanti e ombrellino. Non andrà guari, e la vedremo in caprio o in tilburg. Tutto dipende da un genio nell’arte che, se sorgerà, innalzerà la classe a’più eminenti fastigi.
Egli è ben facile riconoscere la Capèra tra un crocchio di giovani donne. Eccola, è la più alta, la più svelta, la più elegante; il suo capo è il meglio acconciato, la sua veste la meglio formata, i suoi piedi i meglio calzati, perocchè ella non porta in tutte le stagioni che gentili stivaletti al pari di bennata damina. Colle mani a’ fianchi, col piede sinistro sporto innanzi, colla testolina lievemente inchinata di lato, ella sembra una bajadera in atto di danzar la Cachuca. Ella parla sempre, sa i fatti di tutti, ed in ispezialità in materie amorose; è l’oracolo delle sue vicine. La Capèra è l’amica più confidente delle donne che hanno varcato i
Trent’anni, ed il motivo è chiarissimo. A questa età cominciano ad insinuarsi nelle chiome i candidi annunzi dell’autunno della vita. Ogni anno che la signora o la signorina fa sparire dal suo atto di nascita si vendica con una bianca vendetta nelle trecce dell’ingrata. E diciamo ingrata, dappoichè è una vera ingratitudine il vergognarsi di quegli anni cui tanto si desidera arrivare. Ma l’uomo e più la donna è un ammasso di stranezze e di contraddizioni. Si teme di morire, e in pari tempo si teme di esser vecchio; si vuol viver lungo tempo e non si vorrebbe giugnere alla vecchiezza.
La Capèra è dunque indispensabilmente a parte degli alti segreti delle sue clienti da trent’anni in su. Il suo genio consiste appunto nel saper nascondere i difetti che l’età adduce sulle loro teste. Qui è un gruppetto di fili d’argento che si ha da far sparire o da rendere fili di ebano; là è un trucioletto ribelle; qui è un’isoletta di quelle che si osservano nell’Arcipelago di Calvizie; più oltre, è una sfoltezza che ricorda le campagne nel mese di Gennaio. La Capèra provvede a tutto, accomoda tutto; qua impinza, là toglie, su imbruna, giù allustra, là gonfia, qua sgonfia; e le sue mani fan prodigio; e dieci o quindici anni spariscono sotto le sue dita con una invidiabile felicità.

La nuova Capera dei Quartieri Spagnoli firmata Miniera

Iodice e De Rienzo stanno in questi anni recuperando la vera cultura dei Quartieri Spagnoli, quella dei suoi storici personaggi. Non a caso questa Capera è stata collocata a fianco a un basso dove è nato il padre di Iodice, che aveva 8 fratelli che vivevano tutti qui. Tratta da una foto d’epoca e colorata da Iodice e De Rienzo quest’opera di carta bellissima e colorata è ormai completamente “inglobata” nelle mura di vico della Tofa. La Capera, come potete ammirare nella gallery, è tornata per sempre a casa sua…

Lucilla Parlato

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 12 Dicembre 2019 e modificato l'ultima volta il 12 Dicembre 2019

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