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IL MUSEO IN DEGRADO

Salvate i documenti di Bellini: si stanno deteriorando nell’incuria

Identità, Musica, Storia | 20 Agosto 2018

C’è stata una scena emozionante a cui ho assistito nei giorni antecedenti a Ferragosto, durante un soggiorno a Catania. Dentro al duomo, in genere scenario della terza festa cattolica più importante del pianeta, il tempio dove vengono custodite durante tutto l’anno le reliquie di Sant’Agata, ho visto una donna tedesca commuoversi davanti al monumento dedicato a uno dei cittadini più illustri di Catania: Vincenzo Bellini.

Non solo la commozione ma anche la musica: la signora ha preso a intonare le note della Sonnambula, in perfetto italiano: “Ah! non credea mirarti…Sì presto estinto, o fiore, passasti al par d’amore, che un giorno solo, che un giorno sol durò”.

Passano i secoli e l’importanza di Vincenzo Bellini invece di passare, cresce. C’è gente che a Catania, la città oggi di Battiato e Fiorello, arriva non solo per Sant’Agata, Verga, Capuana e altri grandi nati qui, di cui ripercorrere le tracce, ma anche per intraprendere il “percorso Belliniano” che va dalla casa natale del musicista alla Cattedrale, dove è sepolto (portato da Parigi con una cerimonia all’epoca maestosa: morì infatti a Puteaux, nel 1835, ad appena 34 anni).

In questo percorso c’è il Museo civico belliniano, ospitato nelle sale del primo piano del Palazzo Gravina Cruyllas, una delle tante nobili residenze dei Principi di Palagonia, in piazza San Francesco, di fronte all’omonima chiesa, insieme al Museo Emilio Greco.

Proprio qui, in questa casa, acquistata dai catanesi in un moto d’orgoglio e d’appartenenza molti decenni fa, Bellini nacque il 3 novembre 1801 e trascorse i primi sedici anni di vita, per poi trasferirsi – con una sorta di borsa di studio assegnatagli da un organismo istituzionale del tempo – a Napoli, per studiare al conservatorio e debuttare con le sue prime opere presso il “Real Collegio di musica” di San Sebastiano, dove studiò nella seconda parte della sua carriera accademica (in via San Sebastiano a Napoli, nei locali che oggi ospitano il Liceo classico Vittorio Emanuele II).

Abbiamo voluto vedere questo museo, per la prima volta, nonostante le decine di visite a Catania. Ed è stata una spiacevole sorpresa. Il museo occupa tre stanze e due piccoli vani e dà un’idea di assoluta decadenza e arretratezza. In tempi in cui i musei utilizzano nuove tecnologie e mettono in piedi allestimenti  virtuali e virtuosi, entrare qui è stato come compiere un salto indietro nel tempo, come se tutto fosse fermo agli anni in cui il Museo Belliniano (che è monumento nazionale) sorse.

In un appartamento, di appena cinque stanze, troviamo infatti cimeli che ripercorrono la vita del Bellini e della sua famiglia (era figlio d’un organista e maestro di cembalo): oggetti, libri, spartiti originali, strumenti musicali e la maschera mortuaria del compositore. Custoditi male e in deterioramento. Basta farsi un giro nella raccolta di autografi belliniani, con gli spartiti scoloriti, alcuni ormai illegibili, consunti dalla luce e dal tempo. Messi in vetrinette di legno e vetro, esposti alla luce e dunque sempre più rovinati.

Invece occorrerebbe salvarli. E soprattutto occorrerebbe modernizzare questo polveroso mausoleo, magari consentendo agli utenti non solo di conoscere meglio la vita di Vincenzo Bellini (morto giovanissimo, ma artista straordinario, grande giramondo e rubacuori, apprezzato da regnanti e nobiltà dell’epoca per le sue opere, rappresentate in Italia e in Francia con estremo successo) ma di ascoltarne la musica mentre si vedono, male, oggetti a lui appartenuti buttati lì come roba vecchia .

Sul sito del Comune di Catania si legge (ma bisogna fare una ricerca interna approfondita perché se mettete Museo Belliniano nel motore di ricerca non vi esce nulla!) “Il percorso museale della Casa natale segue l’evolversi della vita e della carriera del compositore, inizia da un piccolo ingresso che porta all’alcova ove nacque il piccolo Bellini, per concludersi nella altrettanto piccola stanza funeraria (allora cucina). Di particolare interesse è la sala D, ove sono raccolti numerosi manoscritti musicali autografi. Il Museo oggi dopo un lungo periodo di ristrutturazione vanta un nuovo allestimento e si è ingrandito, continuando la sua esposizione al piano nobile dello stesso palazzo; qui il visitatore potrà ammirare la prestigiosa collezione di pianoforti, che hanno suonato le magiche melodie del Cigno catanese, manifesti e locandine delle celebrazioni belliniane. Anche la ricca biblioteca del museo è stata trasferita al piano nobile con sala multimediale fornita di Access Point”.

Sarà, ma a noi non è stata fornita alcuna spiegazione in merito a questo fantomatico access point, quello che abbiamo visto è ciò che raccontiamo ed inoltre basta girare le sale del Museo per sentire la muffa stagnarci sulla pelle. Roba veramente da ritorno al passato.

Ecco, sono le cose che fanno male al nostro sud. Poi vai a pensare che se ad esempio Vincenzo Bellini fosse nato in una qualsiasi città europea fuori da questo Paese ci sarebbe un museo enorme a lui dedicato e con allestimenti non di questa antiquatezza, con la fila chilometrica fuori. Invece una visione passatista che non ci restituisce niente di Bellini.  E “mancar mi sento il cor” come recita una delle sue “perdute”.

Lucilla Parlato

 

 

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