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Il partito che vorrei

Politica | 28 Luglio 2016


Scalfari Berlinguer

“…quando fu colpito a Padova da emorragia cerebrale andai a Botteghe Oscure. Ero addolorato, confuso. E quando Ingrao mi salutò coi braccio teso, di chi non sollecita vicinanza fisica, mi aggrappai al suo collo scosso dai singhiozzi. Lui dovette considerarla una mancanza dignità, così cercava di scuotermi: «su Eugenio, calmati». Ma io continuavo a piangere senza ritegno. Gli dissi che la morte di Berlinguer sarebbe stata una perdita per il partito, ma soprattutto una perdita per la democrazia” questo l’estratto di una bella e commovente, dai tratti post romantici, intervista rilasciata oggi a Repubblica dal suo ex direttore nonché fondatore. Eugenio Scalfari. In questa, Eugenio, ricorda la famosa, quasi da manuale della storia politica moderna, intervista a Enrico Berlinguer, nel lontano 26 luglio del 1981, pubblicata, poi, due giorni dopo. Si videro nella storica sede del PCI, in via Botteghe Oscure, e da quel momento, da quell’intervista, possiamo ben affermarlo, si fece luce su uno dei temi più caldi e discussi della storia moderna: la questione morale di Enrico Berlinguer. Se ne iniziò a parlare, a disquisire. Repubblica ebbe l’esclusiva. Facendo, a mo’ di veggenza, da apripista a quello che sarebbe accaduto soli pochi anni a seguire.

Scalfari si concentra sulle riflessioni di Enrico, sulle parole dette e soprattutto su quelle non dette, su quanto, di certo, i partiti avessero occupato lo Stato, con spartizioni in ogni articolazione istituzionale: il rimprovero mosso ai partiti era di essere diventati macchine di potere e di clientela, totalmente estranei ai problemi reali della società.

Quesito già posto, analisi già affrontata, ma necessaria: l’allarme e la denuncia di Enrico Berlinguer, quanto può essere considerata attuale ed in linea con i nostri tempi? Domanda retorica, inequivocabilmente. Da qui, una seria riflessione sul ruolo che dovrebbe avere un partito, sulla sua funzione e/o disfunzione, sulla sua forma: il partito nel mondo cambia; nella società in continua evoluzione; nell’era dei media; nell’epoca della comunicazione a tutti i costi. Calura a parte.

Senza dubbio, c’è chi ha saputo leggere, con minuzia, i cambiamenti che veloci come un treno hanno investito, divorato, i nostri usi e consumi, le nostre vite, per far sì che le forme del partito evolvessero, cambiassero alcune modalità, come per esempio quelle comunicative. Un plauso ai lettori più attenti dell’interpretazione del mutamento. Ma il punto è tutt’altro, ovvero le funzioni del partito e la sua forma. Sui contenuti ce ne sarebbero di pergamene da vergare, eccome. Ma non è questo il momento.

Oggi si assiste ad un partito con visioni alquanto diverse rispetto a quelle dei valori fondativi: le visioni collettive sono rinchiuse, ormai, nell’armadio, mentre quelle particolari, specifiche e ritagliate su misura all’occorrenza echeggiano, senza sosta. A volte, alcuni, si chiedono se ciò non è altro che l’adattamento alle richieste dei cittadini, pure esse mutate. Invece, è errato immaginare che la domanda che il popolo pone alle istituzioni e/o ai partiti sia divenuta di tipo particolare e non più collettiva. Tranne casi singoli, ovviamente.

Un partito, come da tradizione, con le accezioni proprie, però, della modernità, dovrebbe occupare lo spazio tra i cittadini e le istituzioni. Prestando attenzione a non appiattirsi, in nessun modo, sul palco delle istituzioni riducendosi a mero megafono. Quando ciò avviene, quando il partito viene inteso solo vicino alle istituzioni, come un bieco fiancheggiatore, e non attento ai bisogni reali dei cittadini, la degenerazione della politica è alle porte, e non busserà di certo. Non ha bussato.

In casa nostra, nel Partito Democratico, patria dell’idea di una democrazia di tipo orizzontale, viviamo in un paradosso quasi kafkiano: il popolo delle primarie rinchiuso – o incastrato – in un partito a tratti verticale. Un’istantanea dallo zoom acuto registrerebbe una sorta di forma ottagonale, poco simmetrica in taluni casi. Insomma, uno dei tanti parossismi dei tempi nostri.

Oggi, senza dubbio, siamo i soggetti di una narrazione dalla leadership forte, consistentemente mediatica. Potrebbe dirsi un fattore formidabile tutto ciò, ma solo se questa fosse in sinergia con tutte le altre forme e funzioni del partito. Lo sfaldamento di questo rapporto, invece, non fa altro che desertificare le altre funzioni, alimentando autolesione ed isolamento. Con probabilità di fallimento. Una leadership che non fortifica le altre funzioni ma le assorbe non è funzionale, affatto, al suo scopo naturale. Ne deteriora – sic et simpliciter – l’essenza.

Penso sia arrivato il momento di ammettere di non essere stati in grado di dar vita al partito che avevamo in mente, quello delle visioni collettive, degli elettori e non degli eletti, quello in grado di formare e non di distruggere. Tutto ciò a partire non dalla storia recente, ma dal post partito di massa. Oggi aleggia sullo scenario politico il trasferimento dei problemi dei partiti sulle istituzioni, eludendone la cura.

Il partito del futuro, che potrebbe essere passato e presente, necessariamente dovrà essere l’elaborazione di quei valori che sono alla base della nostra identità, in modo quasi antropologico: l’uguaglianza della libertà, della dignità e dei diritti. Senza sottrarsi alla cancellazione delle idee e delle visioni gerarchiche della società. Abbiamo bisogno di sfidare le altre forze politiche sui temi veri, quelli che riguardano la vita reale dei cittadini, quelli che generano mobilitazione ed appassionano; quelli che riportano la nostra gente in piazza. Stessa base che sta allontanandosi dal nostro mondo perché vede minata o debellata l’idea fondante del proprio partito, la sua natura stessa.

Ci sia uno spazio intermedio, con un’identità forte, tra governanti e governati, funzionale ai bisogni generali che possa ritornare, davvero, a chiamarsi partito

Un articolo di Il Vaporetto pubblicato il 28 Luglio 2016 e modificato l'ultima volta il 28 Luglio 2016

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