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IL PROGETTO

Rinasce la Phonotype Record, la più antica casa discografica

Beni Culturali, Musica | 23 Aprile 2019

Dalla Phonotype Record all’ “Auditorium Novecento”. Un progetto che si propone di rilanciare la casa discografica napoletana, la prima nata in Italia, che per oltre un secolo ha visto passare nelle sue sale di incisione i più grandi artisti della musica partenopea e italiana, da Enrico Caruso a Sergio Bruni, da Claudio Baglioni a Totò.

La favola in musica della Phonotype Record, però, ha conosciuto un triste epilogo. Dopo essere stata un punto di riferimento per la produzione discografica non solo in Italia ma anche in Europa, ha chiuso i battenti e rischiava di scomparire per sempre, con tutto il suo archivio storico di incisioni, registrazioni e testimonianze del percorso musicale di tanti artisti.

L’intervento in extremis di un gruppo di giovani napoletani, già impegnati nel campo della musica, ha consentito di creare un’associazione per “proteggere, raccontare, rilanciare” – come recita lo spot per la raccolta fondi –  questo angolo di Napoli in cui si è fatta la storia della musica, dandogli un nuovo nome, l’Auditorium Novecento.

Dalla stalla alle stelle

Nel 1901 in via Enrico De Marinis, una traversa di via Mezzocannone, al civico 4, in quei locali che in precedenza erano una stalla, fu fondata la “Società Fonografica Napoletana”, la prima casa discografica in Italia, probabilmente ex-aequo con la Fonotecnica di Braga, diventata poi Phonola, e la Fonotipia di Bertini.

Fondatore di quella che inizialmente veniva chiamata anche “La Sirena”, per via delle immagini sul marchio, fu Raffaele Esposito, classe 1865, che nella sua bottega di via Sant’Anna dei Lombardi fabbricava briglie, selle e fruste. Un lavoro che lo fece diventare così ricco al punto di poter comprare un villino a Capodimonte e dedicarsi alla sua passione, la musica lirica. Fu fra i primi in città a comprare un grammofono a cilindro che utilizzava nelle feste organizzate nella sua casa, dove invitava i cantanti del Teatro San Carlo.

Da questi incontri musicali nacque in don Raffaele l’idea di cominciare a incidere dei dischi, acquistando i locali di via De Marinis, ripulendoli visto che erano una stalla, e rimpiendoli di macchinari all’avanguardia per quel tempo. Così nacque la “Società Fonografica Napoletana” che sin da suoi esordi cominciò a fare dischi, come dimostrano dei telegrammi dell’epoca, e che dal 1911 prese il nome di Phonotype Record.

Alla Phonotype Record hanno inciso  Enrico Caruso, Roberto Murolo e anche Totò

In pochi anni dalla sua nascita, la “Società Fonografica Napoletana” diventata Phonotype Record, poteva vantare già un catalogo molto ricco, inaugurato da Nicola Maldacea con le sue macchiette e seguito a ruota da Gennaro Pasquariello ed Elvira Donnarumma. Nel portare avanti questa “impresa” il testimone passò da Raffaele Esposito al figlio Americo, aiutato dai fratelli Luigi e Vincenzo.

Così nel 1917 fu ingaggiato il tenore Fernando De Lucia che, esonerato dal prendere parte alla grande guerra per i suoi meriti artistici, incise con la Phonotype centinaia di dischi.  Con lui nelle sale di registrazione della casa discografica partenopea sono passati tutti i grandi nomi della lirica e della canzone, da Parisi a Papaccio a Gilda Mignonette. Nelle sale di incisione dall’acustica perfetta della Phonotype  il grande Enrico Caruso cantò “Arrivederci a Napoli” e Roberto Murolo la sua “Reginella”.  Totò incise la sua celebre canzone, “Malafemmena”, ed Eduardo De Filippo gran parte delle colonne sonore per i suoi lavori teatrali. Un passato glorioso che è ben rappresentato in quella foto in bianco e nero che campeggia oggi nei locali della “nuova” Phonotype, dove si riconoscono Libero Bovio, Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, Raffaele Viviani e sua sorella Luisella, un concentrato di arte, musica e poesia napoletana.

La “beffa” al regime fascista

A partire dagli anni ’20, però, l’economia della musica diventò globale e si impadronirono del mercato le multinazionali come “La voce del Padrone”  e “Pathè”, così anche la Napoli della musica divenne una periferia dell’impero economico.

Ma quando il fascismo, durante la seconda guerra mondiale, diramò l’ordine di donare rame alla patria, Raffaele Esposito e il figlio Americo non vollero sottostare alla richiesta e nascosero le matrici di rame delle incisioni più importanti, occultandole in una stanzetta ricavata sotto il giardino di via De Marinis. Le nascosero così bene, anche ai loro familiari, che sono state ritrovare dai nipoti del fondatore solo nel 1961, durante i lavori di ammodernamento.

Un vero e proprio tesoro che custodiva alcune registrazioni rare, dei veri e propri “gioielli musicali”.  Uno per tutti, il pianista Vincenzo Vitale, maestro di Riccardo Muti e dei più grandi pianisti napoletani, per 7 anni è stato di casa alla Phonotype Record e fra le altre cose insegnò agli Esposito ad usare le tonalità giuste nelle operazioni di recupero.

Da Baglioni a Nino D’Angelo, tantissimi gli artisti che hanno inciso alla Phonotype

Se la Rai ha potuto creare l’Archivio storico della canzone napoletana  è stato proprio grazie al prezioso lavoro di incisione e alla meticolosa opera di conservazione dei dischi a cui hanno lavorato alla Phonotype durante tutto il secolo scorso.  Nelle sale di registrazione della casa discografica napoletana si è fatta la storia del disco e della canzone napoletana e italiana, ad esempio il primo cofanetto di Sergio Bruni con i testi di Salvatore Palomba è stato inciso proprio nei locali di via De Marinis.

L’elenco degli artisti che hanno inciso con la Phopotype Record è lunghissimo: Roberto Murolo, Renato Carosone, Aurelio Fierro, Concetta e Beppe Barra, Aldo Ciccolini, Claudio Villa, Fred Buscaglione, Nicola Arigliano, Pino Mauro, Domenico Modugno, Eugenio Bennato, Carlo d’Angiò, Stefano Bollani, Consiglia Licciardi, Enzo Gragnaniello, Valentina Stella.

In pochi sanno che all’inizio degli anni ’70 un giovanissimo Claudio Baglioni ha inciso alla Phonotype Record  l’album “E tu”, il suo quinto album che ne hanno decretato il successo. E sempre in quelle sale di registrazione per la prima volta ha inciso un disco Nino D’Angelo.

Tanti gli aneddoti che racconta l’ultimo erede del fondatore delle Phonotype, Fernando Esposito, che ricorda quando arrivò un ragazzino, un tale Gianni Nazzaro, che imitava le voci degli altri cantanti, come Celentano e Morandi. I fratelli Esposito gli affidarono il compito di incidere le canzoni che sarebbero state presentate a Sanremo ancor prima che fossero cantate dal palco dell’Ariston, visto che grazie alle loro conoscenze nel mondo della musica riuscivano a conoscerle in anticipo.

Oppure quando si presentò agli studi un giovane cantante napoletano, Peppino Di Capri, che rischiò di essere messo alla porta dal proprietario dell’epoca, Americo Esposito, che lo aveva scambiato per uno squilibrato a causa degli strani movimenti a scatti che faceva mentre cantava.

Nascita dell’Associazione “Auditorium Novecento” e raccolta fondi per il rilancio

Quegli spazi di via De Marinis che un tempo riecheggiavano delle note dei grandi artisti della musica napoletana e italiana, però, sono rimasti per molti anni in silenzio. Dopo tanti anni di attività e successi nel mondo della discografia, infatti, la Phonotype ha conosciuto una grave battuta d’arresto che ha portato le sale d’incisione a fermare la loro produzione, lasciando in uno stato d’abbandono anche il grande archivio musicale che è custodito in quegli spazi e che giaceva accatastato, col rischio che andasse perso a causa dell’incuria.

A gestire la casa discografica era rimasto da solo Fernando Esposito, 88 anni, nipote del fondatore Raffaele, l’ultimo della “dinastia” di discografici, visto che i suoi fratelli, Roberto ed Enzo, sono scomparsi di recente. Molti li ricorderanno per la loro apparizione nel film di John Turturro, “Passione”, quando avevano raccontato degli aneddoti sulla storia della canzone napoletana.

A salvare questa “gioiosa macchina da musica”, però, ci ha pensato un gruppo di giovani napoletani, tutti esperti e professionisti del mondo della musica, decisi ad impegnarsi per rilanciare la vecchia casa discografica, ribattezzandola “Auditorium Novecento”. Fernando Esposito, infatti, ha deciso di “passare il testimone” alle giovani generazioni, affidandogli la cura di queste aree con l’obiettivo di ripristinarle e  di restaurare i macchinari.

Un progetto ambizioso, e un po’ folle, vista la difficoltà dell’impresa, che richiede degli investimenti importanti, tanto che dopo essersi costituiti in “Associazione Auditorium Novecento”, hanno lanciato lo scorso anno una campagna di raccolta fondi, attraverso la piattaforma “Produzioni dal basso” che ha avuto come testimonial diversi artisti, come ad esempio Eugenio Bennato. L’obiettivo era quello di raccogliere 50 mila euro per ripristinare uno spazio di 400 metri, che include una sala di registrazione principale, una più piccola, le due regie per il suono, l’atrio e un’aula da destinare alla formazione musicale.

Un modo per rilanciare un luogo simbolo della musica a Napoli, restituendo uno spazio importante alla città e rendendolo funzionale e moderno, con l’idea inoltre di trasformare la sala d’incisione principale, anche in auditorium per il pubblico, dove ogni band potrà non solo registrare i suoi album, ma anche farli ascoltare dal vivo in modo da autoprodursi.

L’Associazione, inoltre, si propone di custodire tutto l’immenso archivio storico costituito da migliaia di vinili e cd, oltre trecento nastri, proponendosi di digitalizzarli in modo da conservali e renderli disponibili a tutti.

 La raccolta fondi ha raccolto 6 mila euro, una cifra ben lontana da quella che si prefiggevano di raggiungere, ma non per questo il progetto si è arrestato, ma ha rappresentato un punto di partenza per cominciare a realizzare una parte delle iniziative che il team ha in mente di portare avanti.

Primi successi per l’iniziativa

Da allora, infatti, la sala di incisione ha ripreso a funzionare, riuscendo anche ad incassare un primo grande successo: far incidere a tre fra i migliori bluesmen al mondo, Corey Harris,  Alvin Youngblood Hart e Cedric Watson, il primo disco di blues internazionale registrato interamente a Napoli, con due brani nati all’interno della sala di registrazione dell’Auditorium Novecento, accompagnati dai musicisti Lino Muoio e Ciccio Merolla.

Nella sala principale, rimessa a nuovo, inoltre, sono stati già organizzati in questi mesi diversi concerti, come di recente quello de trio “Suonno d’Ajere”, e anche momenti formativi per chi fa musica, come a gennaio l’incontro con Francesco Di Bella e Davide Sansone, incentrato sul tema della scrittura della canzone.

Insomma, con fatica, impegno e una buona dose di testardaggine, il progetto di rilanciare la vecchia Phonotype Record sta cominciando a muovere i primi passi.  A dimostrazione che qui a Napoli, e al Sud in generale, siamo capaci di rimboccarci le maniche e agire prima che sia troppo tardi, senza stare ad aspettare quegli aiuti dallo Stato che non arriveranno mai.

Sabrina Cozzolino

Un articolo di Sabrina Cozzolino pubblicato il 23 Aprile 2019 e modificato l'ultima volta il 24 Aprile 2019

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