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IL RACCONTO

L’arte resta in pigiama: quando il virus genera creatività

7arti | 3 Aprile 2020

Il 21 marzo 2020, alle ore 17.00 è nato, attraverso i multicanali del web come Facebook e Instagram, il videozine culturale intitolato “L’arte resta in pigiama”.

Una pubblicazione periodica indipendente a carattere culturale e sociale che prende forma attraverso la riproduzione di immagini in video della durata di dieci minuti.

Sullo sfondo di un’ironia che tenta di sdrammatizzare questo momento delicato per il mondo, Ferdinando SorrentinoNunzia CaricchioGianluigi InfanteCarmine Maturanza ci trascinano nell’isolamento costretto dal covid19 di artisti e autori, pronti a raccontarci loro stessi e la loro arte.

Pittura, scultura, letteratura, fotografia, gastronomia. Forme d’arte a cui l’uomo può aggrapparsi per poter evadere dalla psicosi del coronavirus, malattia che da alcuni mesi a questa parte sta inghiottendo l’umanità.

Particolarità del progetto è il voler sottolineare il contesto del periodo di quarantena, vissuto tra le mura della propria casa, attraverso una rappresentazione beffarda di esso, rispettando in ogni modo possibile la serietà della situazione. I protagonisti del programma verranno invitati a raccontarsi indossando il pigiama.

Il videozine avrà appuntamento settimanale, e verrà postato sui profili social Facebook e Instagram degli autori. Inoltre, verrà istituito un bando attraverso cui le persone interessate a promuovere la propria arte, potranno fare affidamento per partecipare.

L’idea del progetto nasce dalle menti dell’associazione culturale Non me ne vado. Tale circolo si attiva per promuovere l’arte in tutte le sue forme, sia in territorio Campano, sia all’esterno di esso. Abbiamo chiesto a uno degli ideatori un racconto su come è nato il progetto.


Chiusa in un’ampolla di confusione e sconcerto, osservavo in tv scorrere le immagini di mascherine chirurgiche e puntini rossi e città vuote, mentre le orecchie si erano aggrappate con forza alla parola pronunciata dalla voce del mezzobusto sullo sfondo: Pandemia.

“Possibile che nel 2020, un virus di tipo influenzale, in apparenza innocente, potesse mettere in ginocchio quasi il mondo intero?”, mi chiedevo, mentre le mani giunte porgevano un pensiero a quella fila di bare che l’inquadratura lasciava camminare a poco a poco.

Dondolai il capo in avanti, piegando le labbra in una curva amara.

Quel male, chiamato COVID – 19, da mesi si stava insediando negli incavi dei nostri giorni, senza che ce ne rendessimo conto; camminava lungo le insenature della nostra terra, risucchiandone i contorni.

E noi sempre lì, a sottovalutare, a posticipare. Restavamo inermi a fissarlo mentre divorava gli affetti, l’economia, la libertà.

Come un rapace, paziente e guardingo, ci pizzicava sino a portarci spalle al muro di un vicolo cieco.

Un vicolo che è stato poi recintato, costringendoci all’isolamento.

Sogni bloccati, futuro incerto. Paura, sofferenza. Realtà in pausa, niente rewind.

Cosa restava?

La speranza?

Forse sì, forse no.

Anziani, uomini, donne, giovani e bambini, chiusi in casa per il proprio bene e quello altrui. La routine quotidiana che cambiava giro, trattenendola in pigiama, mentre i protagonisti ne inventavano una nuova, inaspettata.

Le lancette dell’orologio in cucina dipingevano attimi soffocati, mentre dentro di me qualcosa si smuoveva. Un groviglio di pensieri che, come filo spinato, si distendeva puntinando il foglio elettronico del pc, mentre il martellio dei tasti si fondeva al caos dello stress da quarantena.

Tutto quel dolore e quel frastuono mi permettevano di creare bellezza, come se entrambi fossero morte e…rinascita, allo stesso tempo.

Erano bastate due sole pagine, scritte in pigiama e mollettone a fermare i capelli, di personaggi e ambienti e intrighi per sentirmi ancora libera, e accantonare quelle diapositive di vite ormai sfocate che passavano in tv, che circolavano nel Web.

Salgono di 4000 al giorno i contagi. Le vittime sono 800 al giorno. I denunciati crescono ogni giorno. I medici sono stremati. Restate a casa.”.

Informazioni che, come campane, ti rimbombavano in testa senza interruzione; figlie di uno scenario simile alla vigilia di una guerra.

Scuotevo il capo sconcertata, mentre mi accorgevo che l’unico appiglio per distrarsi, nell’attesa che il virus si annientasse, era l’arte.

Quella sensazione di forza, di ripresa e di riscatto mi era stata data dalla creatività, che da sempre accompagnava i miei giorni, ma che in quel periodo pareva assumere un valore diverso, come tante altre piccole cose del resto; dettagli trascurati fino a quando non ci si ferma a riflettere.

Quanti altri artisti, come me, sarebbero riusciti a spingere la propria ispirazione oltre la quarantena, e a lasciarla rientrare incolume?

Una videochiamata WhatsApp ai miei tre migliori amici per scoprire la loro di ispirazione in pigiama. Un’idea, un progetto artistico che pian piano prendeva forma, coinvolgendo la nostra associazione culturale “Non me ne vado”. Un bando, un video promozionale e una prima puntata postata sui nostri profili social, in grado di arrivare a una community, dapprima ristretta, poi allargata.

L’arte restava in pigiama, ingannando la quarantena al tempo del coronavirus.

L’arte si condivideva, lasciando che gli artisti si raccontassero attraverso un video selfie di tre minuti, diffondendosi proprio come quel maledetto male che ci svuotava.

Si tornava uniti, nonostante fossimo distanti.

Quel vicolo cieco ora si colorava, riempiendo di bellezza in tutte le sue forme quelle crepe fatte di confusione e inquietudine, ma che ben presto sarebbero state coperte da un nuovo strato di cemento, rifioritura per l’umanità.

Nunzia Caricchio

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=112463263721435&id=111245670509861

https://www.instagram.com/tv/B-AD_F-oPz2OhQHyARolpdI7InB9lurkuRunPU0/?igshid=11pnl3tv9hffl

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 3 Aprile 2020 e modificato l'ultima volta il 3 Aprile 2020

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