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IL RACCONTO

Matilde Serao e la leggenda di Donna Albina, Donna Regina e Donna Romita

Identità | 3 Febbraio 2020

Conoscete la leggenda delle tre sorelle Donna Albina, Donna Romita e Donna Regina?

Ce la racconta Matilde Serao nelle sue “Leggende napoletane”, e ancora oggi riecheggia tra le strade del centro storico napoletano. Le protagoniste sono tre sorelle: Donn’Albina, Donna Romita e Donna Regina, figlie del barone Toraldo, nobile del Sedile del Nilo. La leggenda narra che alla morte precoce della loro madre, Donna Gaetana Scauro, il barone ottenne la possibilità dal re Roberto d’Angiò (1277-1343) che la figlia maggiore, Donna Regina, potesse sposarsi con un importante esponente della nobiltà napoletana del tempo, don Filippo Capece, conservando in questo modo il nome di famiglia che altrimenti sarebbe andato perduto.

«Donna Regina aveva allora diciannove anni, Donna Albina diciassette, Donna Romita quindici. La maggiore, dal superbo nome, era anche una superba bellezza: bruni e lunghi i capelli nella reticella di fil d’argento, stretta e chiusa la fronte, gravemente pensosi i grandi occhi neri, severo il profilo, smorto il volto, roseo-vivo il labbro, ma parco di sorrisi, parchissimo di detti; tutta la persona scultorea, altera, quasi rigida nell’incesso, composta nel riposo. E lo spirito di Regina, per quanto ne poteva ricavare l’indiscreto indagatore, rassomigliava al corpo.

Era in quell’anima un’austerità precoce, un sentimento assoluto del dovere, un’alta idea del suo còmpito, una venerazione cieca del nome, delle tradizioni, dei diritti, dei privilegi. Era lei il capo della famiglia, l’erede, il conservatore del nobil sangue, dell’onore, della gloria; era nel suo fragile cuore di donna che dovevano trovare aiuto e sostegno queste cose – ed ella nel silenzio, nella solitudine, si adoperava ad invigorire il suo cuore: a farvi nascere la costanza e la fermezza, a cancellarvi ogni traccia di debolezza. […]

Donna Albina, la seconda sorella, veniva chiamata cosi dalla bianchezza eccezionale del volto. Era una fanciulla amabile, sorridente nel biondo della chioma, nel fulgore dello sguardo intensamente azzurro, nei morbidi lineamenti, nella svelta e gentile persona. I tratti duri, fieri, di Donna Regina diventavano femminilmente graziosi in Donna Albina. E veramente ella era la dolcezza di casa Toraldo. Era lei che presenziava i lunghi lavori delle sue donne sul broccato d’oro, alle trine di lucido filo d’argento, agli arazzi istoriati, andando da un telaio all’altro, curvandosi sul ricamo, consigliando, dirigendo; era lei , che, in ogni sabato, attendeva alla distribuzione delle elemosine ai poveri, curando che niuno fosse trattato con durezza, che niuno fosse dimenticato..

Era lei che portava alla sorella Regina le suppliche dei servi infermi, dei coloni poveri, di chiunque chiedesse una grazia, un soccorso. Nella sua affettuosa e gaia natura, si doleva del silenzio di quella casa, della austera gravità che vi regnava, dei corridoi gelati, delle sale marmoree che niun raggio di sole valeva a riscaldare; si doleva del freddo cuore di Regina che niun affetto faceva sussultare.

Donna Romita era una singolare giovinetta, mezzo bambina. Così il suo aspetto: i capelli biondo cupo, corti ed arricciati, il viso bruno, di quel bruno caldo e vivo che pare ancora il riflesso del sole, gli occhi di un bel verde smeraldo, glauco e cangiante come quello del mare, le labbra fini e rosse, la personcina esile e povera di forma, bruschi i moti, irrequieta sempre. Ora appariva indifferente, glaciale, gli occhi smorti, quasi la vita fosse in lei sospesa; ora si agitava, una fiamma le coloriva il volto, le labbra fremevano di baci, di parole, di sorrisi, l’angolo delle palpebre nascondeva una scintilla, scivolata dalla pupilla viva; ora diventava irritata, superba, il viso chiuso, sbiancato da una collera interna. A volte rimaneva lunghe ore pensosa. Pensava forse di sua madre, cui le avevano detto rassomigliasse. […]

Dappertutto Donna Regina andava innanzi e le sorelle la seguivano; ella aveva la corona baronale, ella aveva le chiavi dei forzieri dove erano rinchiuse le insegne del suo grado ed i gioielli di famiglia; a mensa, ella presiedeva, le due sorelle una a diritta l’altra a sinistra, su’ seggi più umili; all’oratorio ella intonava le laudi. La mattina e la sera le due sorelle minori salutavano la maggiore, inchinandosi e baciandole la mano: ella le baciava in fronte.

Era in tutte tre profondo ed innato il sentimento dello scambievole rispetto: in Donna Albina e in Donna Romita un ossequio affettuoso per Donna Regina. Le sue parole erano una legge indiscutibile, cui non si sarebbero giammai ribellate. In fondo l’amavano, ma senza espansioni. Ed essa era troppo rigida per mostrar loro il suo affetto, se le amava.

Un giorno re Roberto si degnò scrivere di suo pugno a Donna Regina Toraldo che le aveva destinato in isposo Don Filippo Capece, cavaliere della corte napoletana.

– Mi è lecito rimanere accanto a voi, sorella mia? – chiese timidamente Donnalbina.
– Rimanete, sorella. Mi ricercavate di qualche cosa, Donnalbina? – chiese infine Regina, scuotendosi
– Volevo dirvi che la nostra sorella Donna Romita mi pare ammalata. Ahimè! sorella, dubito che i farmachi possano guarire Donna Romita.
– E qual malore grave e strano è il suo, che non trovi rimedio?
– Donna Romita soffre, sorella mia. Nella notte è angosciosa la veglia ed agitati i suoi sonni; nel giorno fugge la nostra compagnia, piange in qualche angolo oscuro; passa ore ed ore nell’oratorio inginocchiata, col capo su le mani. Donna Romita si strugge segretamente.
– E sapete voi la causa di tanto struggimento, Donnalbina? – chiese con voce aspra Donna Regina.
– Io credo saperla – rispose, facendosi coraggio, la sorella minore.
– Ditela, dunque.
– Ma la vedete voi?
– Ve la chieggo. Tardaste troppo.
– Donna Romita si strugge d’amore, o mia sorella.
– D’amore, diceste? – gridò Regina balzando sul seggiolone.
– D’amore.
– E che? Debbo io udire da voi queste parole? Chi vi parlò prima d’amore? Chi vi ha insegnato la triste scienza? Di chi io debbo crucciarmi, di Donna Romita che me lo cela, o di voi, Donnalbina, che lo indovinate e me lo narrate? Come furon turbati il cuore dell’una, la mente dell’altra? Sono stata io così poco provvida, cosi incapace da lasciare indifesa la vostra giovinezza.
– L’amore è nella nostra vita – rispose con dolce fermezza Donnalbina.
Regina tacque un momento. Aveva corrugate le sopracciglia, quasi a ristringere ed a condensare il suo pensiero.
– Il nome dell’uomo? – chiese poi duramente.
Donnalbina tremò e non rispose.
– Il nome dell’uomo? – insistette l’altra.
– È un giovane cavaliere, un cavaliere di nobil sangue, bello, dovizioso.
– Il suo nome?
– Donna Romita è stata affascinata dalla eloquente parola, dallo sguardo di fuoco. Amò certo senza saperlo…
– Il suo nome, vi dico. Debbi io pregarvi?
– Oh! no, sorella. Ma voi le perdonerete, voi le perdonerete, non è vero? E cercava prenderle le mani.
– Che cosa debbo perdonarle? Ditemi il nome del cavaliere.
– Pietà per lei. Ella ama don Filippo Capace.
– No!!
– Lo ama, lo ama, sorella. Chi non l’amerebbe? Non è egli valoroso, galante con le donne, seducente nell’aspetto? Quando egli mormora una parola d’amore, il cuore della fanciulla deve struggersi in una dolcissima felicità; quando il suo labbro sfiora la fronte della fanciulla, può ella invidiare le gioie degli angeli? Essere sua! Sogno benedetto, aura invocata, luce abbagliante! Pietà per nostra sorella! Essa lo ama – e cadde ginocchioni, balbettando ancora vaghe parole di preghiera.
– Ma per chi mi chiedi pietà? – gridò Donna Regina, rialzando bruscamente la sorella in un impeto di collera – per chi me la chiedi?
– Per Donna Romita… – rispose l’altra smarrita.
– Chiedila anche per te. Tu, come lei, ami Filippo Capace.
– Io non lo dissi! – esclamò Albina folle di terrore.
– Tu l’hai detto. L’ami. Ed io non posso, non posso perdonare. Io amo Filippo Capace – dice con voce disperata Regina.
Le ombre della notte involgevano la casa Toraldo: una notte senza speranza di alba.
Il mattino seguente le due sorelle minori chiesero a Donna Regina un colloquio particolare ed essa lo accordò; era tempo che le tre sorelle non si vedevano, l’una fuggendo le altre, mettendo la mestizia e il duolo nella loro casa, lo scompiglio tra i famigliari.
Entrarono Donnalbina e Donna Romita.
La gaia giovinezza di Donnalbina era ormai svanita, era svanito il suo soave sorriso. Donna Romita chinò il capo, abbattuta; ancora non aveva avuto il tempo di esser giovane e già si sentiva irresistibilmente attirata dalla morte.
– Parlate anche per me, Donnalbina – mormorò a bassa voce Donna Romita.
– Veniamo a dirvi, sorella nostra – disse Donnalbina – che dobbiamo dividerci. È mia intenzione, ed è intenzione di Donna Romita, dare una metà della nostra dote ai poveri e l’altra parte dedicarla alla fondazione di un monastero, dove prenderemo il velo.
– Ogni monaca di casa Toraldo ha diritto di diventare badessa nel monastero che ha fondato – rispose Regina con tono severo.
– Sia pure. Attendiamo le vostre risoluzioni, sorella.
Ella non rispose. Pensava, raccolta in se stessa.
– Siateci generosa del vostro consenso, Donna Regina. Troppo vi offendiamo, è vero…
– Desistete – fece quella con un moto di fastidio.
– Non desistiamo, no – riprese Donnalbina, affannandosi. – Dio e voi offendemmo. Grave il peccato, grave l’espiazione. Ecco, ancora non giunsero per noi i venti anni e noi abbandoniamo questo mondo così bello, così ridente; noi lasciamo la nostra casa, le nostre dolci amiche, e care abitudini; lasciamo voi, sorella amata, per quanto offesa. Il chiostro ci aspetta. A voi l’onore di conservare il nostro nome, a voi le liete nozze, l’amore dello sposo, il bacio dei figliuoli…
– Voi v’ingannate, o sorella – rispose Donna Regina lentamente. – È da tempo che ho deciso prendere il velo in un convento da me fondato.
Un silenzio tristissimo seguì le infauste parole.
– Io non posso sposare Filippo Capace – riprese ella, mentre una vampa di sdegno le correva al viso. – Egli mi odia.
– Ahimé! io gli sono indifferente – mormorò Donnalbina.
– Io invece anelo al chiostro ma egli mi ama – pronunziò con voce rotta Donna Romita.
E le due sorelle baciarono Donna Regina sulla guancia e ne furono baciate.
– Addio, sorella mia.
– Addio, sorella mia.
– Addio, sorelle.
Donna Regina si alzò, prese lo scettro d’ebano torchiato d’oro, e lo franse in due pezzi. E rivolgendosi al ritratto dell’ultimo barone Toraldo, cioè il loro padre, gli disse inchinandolo:
– Salute, padre mio. La vostra nobile casa è morta!».

Claudia Larghi

Un articolo di Il Vaporetto pubblicato il 3 Febbraio 2020 e modificato l'ultima volta il 3 Febbraio 2020

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