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IL RACCONTO

Porta Capuana, crocevia di una storia lunga venticinque secoli

Senza categoria | 6 Settembre 2020

Quando guardo qualcosa non vedo mai quella cosa, ma ciò che il suo significante mi sta mostrando. Le storie dietro la pietra, la storia dentro la pietra. Tornare indietro, molto indietro nel tempo per comprendere dov’era la porta che sto guardando, chiamata anche in epoca greco-romana “Capuana”. Perché e come ci è arrivata dal IV° o III° secolo a.C. ad oggi, che storia ha visto.

Dove c’è Castel Capuano, arrivava il decumano maggiore (via Tribunali), che proveniva dalla zona occidentale. E qui era situata Porta Capuana che, secondo Bartolomeo Capasso, archeologo della città: “ogni decumano aveva una porta alle sue estremità, il centrale o maior, aveva, ad oriente, la porta che menava a Capua”.

Capuana da Capua, dunque, città della Campania “felix”, di origine etrusca del IX secolo a.C., che al momento della fondazione di Neapolis, era già, con il suo porto fluviale sul Volturno, un grosso centro commerciale e luogo di incontro tra le popolazioni locali, del nord e sud e del centro Italia e di altri popoli provenienti dal mare che risalivano il fiume. “Porta Capuana” deriva quindi da una strada che dalla porta di una città di mare serviva per portare merci di ogni genere verso l’entroterra, al più vicino mercato e viceversa.

La strada all’inizio non era altro che un sentiero che si dirigeva verso l’interno, tra fiumi e paludi. Solo dopo, arrivati i Romani, che dove andavano costruivano strade per e da Roma, fu costruita una strada che andava verso il sistema collinare di Poggioreale e Caput de clivo (Capodichino), verso Atella e Frattamaggiore. Per superare i fiumi furono costruiti poi alcuni ponti, infatti le attuali denominazioni di alcune vie della zona come Ponte della Maddalena e Ponte di Casanova – che significava “casa nuova” – ricordano l’esistenza di fiumi e ponti d’altre epoche.

Molto probabilmente, la porta originaria doveva essere in legno robusto e resistente ad eventuali attacchi portati con l’ariete; per proteggerla, inoltre, c’erano mura e torri di guardia in legno e mattoni di tufo da dove potersi difendere e anche attaccare nemici, e all’esterno un fossato. Livio ci racconta che dopo la vittoria di Canne, Annibale aveva avuto l’idea di prendere la città, sia per riposare sia perché una città di mare offriva maggiori possibilità di ricevere da Cartagine rinforzi.

Venendo giù da Capodichino si fermò davanti a porta Capuana e inutilmente provò ad abbatterla e superarne le mura, grazie anche ai difensori che, malgrado l’inferiorità numerica e la morte del loro generale, riuscirono a respingere gli assalitori. Così Annibale dovette ripiegare su Capua.

Lo spostamento nell’attuale collocazione è del 1484, per ragioni di ampliamento della cinta muraria voluto da Ferdinando d’Aragona. Diventerà negli anni e secoli successivi la Porta Capuana mercatale che ancora oggi conserva la sua impronta di antico caos, ma anche la porta che dava su quello che sarà denominato in epoca vicereale “il Palazzo della Vicaria”, l’antico Castel Capuano che Don Pedro di Toledo adibì a Tribunale.

Da questa epoca e proprio qui nascono alcune delle più note espressioni ancora oggi in uso a Napoli. Nel largo davanti al castello, sopra una base quadrata esisteva una colonna. Era “La colonna infame della Vicaria”. Così chiamata perché i debitori dovevano salirci su e calarsi le braghe in pubblico davanti ai loro creditori, ed in alcuni casi venivano addirittura costretti a calarsi precedentemente in acqua per mostrare il deretano bagnato. Ed è da questa brutta usanza che nasce l’espressione “stare cu ‘e ppacche int’a ll’acqua”, come a quell’epoca e a questa piazza si deve “mannaggia’ a culonna ‘nfame”.

Bisogna aspettare il 1736 per vedere abolita questa pratica umiliante e lo si deve a Carlo di Borbone che fece abbattere la colonna, oggi conservata al Museo di San Martino.

Così, mentre il sole settembrino ancora brucia sulle pietre di Napoli penso che passano gli anni, anzi i secoli, cara Napoli, ma tutto sembra così attuale pur nella immobilità di ciò che oggi viene considerata semplicemente “pietra antica” di città moderna che conserva quasi per obbligo la storia, senza saperla metabolizzare né consegnarla ai posteri, mentre ci illudiamo di scrivere anche noi una storia, magari seduti con una granita di Lello sulle selle di mezzi che ci ricordano l’adolescenza andata o semplicemente che siamo scivolati verso un degrado che non ci appartiene.

Rituali moderni consumati su pietre che hanno visto teste mozzate e umiliazioni pubbliche, ricchezza rinascimentale e plebe colorita.

In questo crocevia di storia, uno dei tanti qui, fatto di generali conquistatori, mercati antichi e sogni di grandezza, in fondo “è oggi come ieri, come sempre… sempre lo stesso inferno, le stesse botteghe, di mercanzie, di commerci, di traffici, di gente diversa. Una babele di lingue. Chi vuol conoscere la plebe napoletana veramente in tutte le sue abitudini fra le sue virtù e i suoi vizi… venga alla Porta Capuana, in qualunque ora delle 24 ore del giorno, e se ne ammaestrerà… Porta Capuana è il teatro universale, è la Cosmopoli del nostro popolo… Qui non vi è né notte né giorno. “

Qui è oggi come ieri, come sempre.

Ylenia Petrillo

Un articolo di Ylenia Petrillo pubblicato il 6 Settembre 2020 e modificato l'ultima volta il 6 Settembre 2020

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