giovedì 14 novembre 2019
Logo Identità Insorgenti

IL RACCONTO

Portalba, una storia di dita annerite

Identità | 17 Ottobre 2019

C’era un torrione, nel XVIl secolo, là dove oggi domina la sagoma di San Gaetano, un tempo circondato da cascate di “sciuscelle”.

I napoletani, stufi di fare lunghi cammini
per aggirare le mura aragonesi e raggiungere una delle tante porte della città, scavarono un passaggio dentro i possenti mattoni che troneggiavano sopra il Largo del Mercatello, che oggi chiamano Piazza Dante, dove sono nato un po’ d’anni fa.

Da quel “pertuso” passava ogni genere
di merce e tanto contrabbando.

Era uno stretto budello, attraverso cui la gente si allenava nell’arte di sgusciare negli spazi stretti, come facciamo ancora oggi.

Nel 1624, Don Paolo di Sangro, principe di Sansevero, implorò il vicerè Antonio Álvarez de Toledo y Beaumont di aprire finalmente una nuova porta ufficiale.

Fu così che nacque questo luogo.
A furor di popolo.

Port’Alba è la vulva che immette nell’utero della città intra moenia. Un imbuto da cui si cade nelle viscere greco-romane di Neapolis.

L’ingresso stretto e umido che accoglie i viandanti circondandoli di storie raccontate da chi è passato di là prima di noi, lasciando tracce che aleggiano imperterrite nel terzo millennio di questa città femmina.

Napoli comincia qui.

Centocinquanta metri in cui s’incrociano tutti: studenti, professori, musicisti del Real Conservatorio di San Pietro a Majella, professori, impiegati, poeti di strada, guide turistiche, cartolai, tipografi. E librai.

Ogni mattina alzano vecchie saracinesce
o dischiudono pesanti portoni di metallo,
tirando fuori in strada l’anima vitale di Port’Alba: banchetti carichi di libri.

Quintali di carta frutto di vecchie cantine svuotate, intere biblioteche dismesse, vecchie edizioni ormai dimenticate.
Miliardi di pagine di autori che l’industria della moderna editoria da megastore ha seppellito sotto il luccichìo del marketing.

Una Spoon River della pagina scritta. Luigi Compagnone, Domenico Rea, Giuseppe Marotta… Sono tutti qui, vivi e vegeti. Dormono dentro questi scaffali coricati, tutti in fila, appoggiati l’uno sull’altro, a farsi calore e a riposarsi.

Da quando l’età della ragione mi ha strappato fuori di casa e mi ha fatto muovere i primi passi in città, in questo imbuto io devo caderci ogni giorno.

È inevitabile.

La vera Pausilypon è qui.

La tregua da ogni dolore è sempre stata fra queste pagine ammassate insieme, dentro questo labirinto di carta in cui muovermi con le dita, usandole come scandaglio di mondi da esplorare, storie da svelare.

Port’Alba è un racconto di mani che si anneriacono di polvere spulciando fra vecchie pagine, scavando nelle tasche per cercare i pochi spiccioli per portarsi a casa tesori che non hanno prezzo.

Tutto quello che ho imparato viene da qui, e non è mai costato nulla più che poche lire.

“Maurì, tu che passi sempre a Port’Alba, vuoi vedere se mi trovi una Garzantina di Filosofia a 5 euro?”. Eccola qua. Stava nella terza fila del secondo banchetto di Langella. L’avevo vista proprio ieri. E quel La Capria che non hanno più ristampato? Ce l’ha Ecolibri a due euro. O forse Berisio, non mi ricordo, oggi vado a vedere.

E “Dadapolis” della Ramondino, che Einaudi s’è dimenticata di rimettere in catalogo?

Sta là, guarda, al secondo piano di Pironti. “Ma Pironti chi? Tullio? Il boxeur?” No, Nunzio, ‘o nipote, subito dopo l’arco, prima delle scarpe da ginnastica.

Al piano di sopra tiene pure una copia di “Teresa Batista” originale in copertina rigida e sovraccoperta del 1974, ‘nu gioiello.

Port’Alba è un racconto di uomini e donne che s’incontrano in mezzo ai libri.

Una palestra dove impari l’arte di chiedere e di ascoltare. L’esercizio quotidiano del cercare aghi in un pagliaio e lasciarti guidare dai veri custodi della cultura: i librai.

Una medicina contro l’oblio.

E poi tornare a casa, tirare fuori dallo zaino i nuovi acquisti, rigirarli fra le mani, leggere vecchie dediche… “A mio nipote Pino, certo che fra queste pagine troverà le risposte che cerca”… Annusare l’odore della carta…

Sorridere pensando che persone vive hanno avuto cura di queste creature di carta, custodendole fino al giorno in cui è arrivato qualcuno e se l’è portate a casa,
dove le attende una nuova vita.

L’ennesima.

Ogni sera mi guardo i polpastrelli.

Il nero della polvere è la firma che la città mi scrive sulla pelle.

Maurizio Amodio

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 17 Ottobre 2019 e modificato l'ultima volta il 17 Ottobre 2019

Articoli correlati

Identità | 10 Novembre 2019

IL RITORNO

Le cascettelle dei morti sono tornate al Centro Storico di Napoli dopo mezzo secolo

Identità | 8 Novembre 2019

L’ADDIO

I pizzaioli di Napoli in lutto: se ne va Don Vincenzo Capasso, il decano della pizza

Identità | 1 Novembre 2019

RITORNI

Ecco le cascettelle dei morti reinterpretate da Pasquale Manzo che il 9 novembre sfilano al centro storico

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi