fbpx
martedì 27 ottobre 2020
Logo Identità Insorgenti

IL RACCONTO

San Gregorio Armeno, dal cuore di Napoli un disperato grido d’aiuto

NapoliCapitale | 18 Maggio 2020

Finalmente si esce timidamente dal lockdown, questa parola sconosciuta fino a qualche tempo fa, quando mai avremmo immaginato di dover restare chiusi in casa per due mesi a causa di un’epidemia. Decido quindi di mettere le scarpe comode, mi vesto leggero e scendo.

Il sole già picchia terribilmente sulle pietre del vecchio basolato che restituiscono il calore ricevuto con gli interessi. Si suda e la mascherina sul volto rende difficile la respirazione. Ho il viso bagnato e gli occhiali appannati, gli occhi bruciano ma vado avanti. Entro nel centro antico dalla Porta Capuana che mi accoglie come un pellegrino nella mia città, curioso di rivedere i luoghi cari, i luoghi nostri dove la storia pesa come mille macigni. I luoghi degli accadimenti più formidabili, spariti dalla nostra memoria personale ma ben presenti nel dna collettivo come percezione innata dell’emergenza, dote questa che ci dà una spinta che altri non hanno. La spinta per venirne fuori presto e bene. È la capacità che ha il popolo napoletano di muoversi in modo apparentemente anarchico nelle calamità, ma in realtà totalmente funzionale alla sua sopravvivenza.

Ora davanti a me ho il Castel Capuano, mi trovo in quello che una volta era il Largo della Vicaria, qui per mille anni si sono svolti i processi criminali e le cause civili, alzo la testa, guardo l’imponente facciata. Un tempo avrei visto le teste mozzate dei rèi attaccate ai grandi finestroni e avrei visto in alto nell’angolo la gabbia, esposta all’orrore della gente col suo macabro contenuto umano.

Proseguo. Sant’Onofrio a Capuana vestito di stracci e di capelli e il commissariato di polizia. Un tempo qui c’erano conservatori importanti dai quali uscirono famosi musicisti.

Il centro antico

Mi infilo nell’arteria principale della città antica, il suo decumano principale, la plateia greca, via Tribunali. C’è poca gente in giro, non c’è un traffico particolare, sembra quasi una giornata semifestiva con qualche negozio aperto, non tutti i negozi e questo mi fa riflettere. Mi accoglie l’ombra finalmente, l’ombra dei nostri decumani stretti e lunghi, dove anche a mezzogiorno c’è un angolino fresco che ti concede qualche minuto di pausa dalla calura estiva. Mi accorgo ancora una volta quanto mi è mancata la mia città, quanto mi sono mancate queste pietre; non vedo l’ora di arrivare nel centro del centro, nella piazza San Gaetano, nell’antica agorà greca. Lascio alle mie spalle gli uffici comunali con la sezione delle carte di identità; una volta era l’ospedale di Santa Maria della Pace annesso all’omonima chiesa, dentro c’è ancora un antico salone dove dall’alto delle balaustre i medici curavano gli ammalati infettivi durante le epidemie. Ha un bellissimo e rovinato portale strombato del XV secolo, troppo bello per essere il portone di un ospedale. È quanto resta del palazzo di Sergianni Caracciolo, gran siniscalco del regno, amante della regina di Napoli Giovanna II, morto assassinato nel 1432.

Attraverso la via del Duomo, mi aspetto gente e negozi aperti invece non c’è quasi nessuno. Intorno a me saracinesche abbassate da tempo e mai più riaperte. Anche qui poche persone in giro che quasi, come me, sembrano contare i passi verso una meta immaginaria.

In Piazza dei Girolamini non c’è praticamente nessuno, due persone davanti il fruttivendolo, le pizzerie sono chiuse. Anche Austino ‘o pazzo il rigattiere è restato a casa. Ora un po’ di vita, qualche persona in più. Sono nella Piazza San Gaetano, alzo lo sguardo verso la statua del santo, lui ha lo sguardo rivolto al cielo e la mano rivolta a me come sempre, oggi però la prendo diversamente, mi accorgo che invoca Dio per noi poveri uomini, penso che abbiamo bisogno del suo aiuto, almeno del suo. Decido di scendere per San Gregorio Armeno, la strada dei presepi, quella frequentata dai turisti in ogni giorno dell’anno, ma il mio bar è aperto e decido di prendere un caffè, vedo i cornetti e la fame si fa sentire. Prendo anche il cornetto.

Finisce tra le mie mani il mio preferito, quello ischitano metà brioche metà sfoglia, con la crema pasticcera e la ciliegia al centro che il mio amico dall’altro lato del bancone mi porge con un sorriso. Si accorge che ho il naso rosso e gli occhi umidi. Di questi tempi, dopo due mesi chiusi in casa, anche un cornetto ti può commuovere e la mia commozione diventa la sua quando gli chiedo quanti ne ha venduti da stamattina. Dieci mi risponde. Dieci cornetti ha venduto.

Il grido d’aiuto di San Gregorio Armeno

Finita la sosta scendo nella strada dei pastorari, la loro attività prosegue ininterrottamente da centinaia d’anni, da duemila anni se facciamo risalire la loro origine ai figurari dell’età greco romana, quando invece dei pastori si lavoravano le piccole figurine degli dei patri come Dèmetra e Apollo, utilizzate nei larari domestici o come ex voto.

Mi aspetto gente e le botteghe aperte con le ultime novità, invece nulla di tutto ciò. Tutto desolatamente chiuso, con gli artigiani in strada chi fuori il negozio chi seduto su una seggiola di fortuna. Perché non riaprono mi chiedo, ne hanno facoltà, senza limitazioni di orario. Tra le categorie che più hanno subìto gli effetti dell’epidemia e delle chiusure forzate forse quella dei maestri pastorari è quella più colpita. Niente turisti da mesi e niente turisti nei prossimi mesi, quindi niente turisti niente vendite e per quanto tempo non è dato sapere. E ci sono i fitti da pagare e le scadenze e le utenze. Il distanziamento sociale qui è il vero problema. Lo è sempre stato in quella che è senza ombra di dubbio la strada più affollata di Napoli. Un disastro insomma, che questa gente, questi maestri, questi artisti non meritano. Sono uno dei volti belli e caratteristici di Napoli, i volti delle tradizioni più antiche, quelle che a fatica ma con tenacia tengono alto il nome della nostra città nel mondo. E le istituzioni latitano, nulla di particolare è previsto, nessun incontro a breve ci sarà anche se più volte sollecitato.

C’è bisogno di interventi mirati, di sostegno per venir fuori da questa prova che lascia poche speranze di vittoria. Non lasciamoli soli, non possiamo lasciarli soli.

Enzo Di Paoli

Un articolo di Enzo Di Paoli pubblicato il 18 Maggio 2020 e modificato l'ultima volta il 19 Maggio 2020

Articoli correlati

Attualità | 21 Ottobre 2020

IL RAPPORTO

Caritas: povertà in aumento con la pandemia, a rischio giovani e donne

Attualità | 15 Ottobre 2020

COVID 19

Lockdown ad Arzano, 199 positivi: scuole ed esercizi commerciali chiusi

Beni Culturali | 8 Ottobre 2020

MUSEI E VIRUS

Casi di covid alla Certosa di San Martino: su fb “problemi organizzativi”. Poi la correzione: “Sanifichiamo gli spazi”

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi