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IL RACCONTO

Viaggiando lungo un metro

Attualità | 28 Marzo 2020

Sono anni che penso che quando diventerò più bravo a viaggiare farò un viaggio difficile, un viaggio lungo un metro. Sì, sì “lungo un metro”, non “con la metro”. Se è vero che il viaggio siamo noi, che quello che vediamo fuori non è niente altro che quello che riusciamo a vedere, dentro, allora non dovrebbe contare di quanto ci spostiamo, se andiamo in un altro continente, attraversiamo il mare o l’oceano, o restiamo, no, “restiamo” non è esatto, o viaggiamo, spostandoci di alcuni centimetri soltanto, facciamo cifra tonda: cento.

Ve l’ho detto, il coraggio ancora non l’avevo avuto, però poi stamattina, pressato da questo momento duro, che colpisce, ma che ci sta pure mettendo davanti a noi stessi con tanti indizi, consigli, anche quello di non poter uscire, ho pensato che il momento per provare quel viaggio era venuto.

Allora mi sono seduto.

Stamattina, erano più o meno le 8,45. Sempre nello stesso posto dove di solito mi siedo, dove passo un sacco di tempo davanti al computer a provare a vedere il mondo fuori, stavolta lo schermo è spento, e provo a viaggiare senza muovermi. Cerco di richiamare la maggiore presenza che posso, e a poco a poco, quel caffè che sto bevendo diventa più lento. Le dita che toccano il manico della tazzina, i movimenti del braccio, il polso che sta ruotando. È tutto più fermo. Il gusto del caffè, oggi è diverso perché c’ho messo lo zucchero, di canna, non mi piace tanto ma è bello lo stesso. Il piccolo rumore mentre il liquido scuro scende nella gola. Cavolo, siamo in viaggio.

Poi mi inizio a guardare intorno, cioè proprio davanti. Sopra una scatola di legno coi cassetti ci sono quattro o cinque oggetti, ognuno, mi pare, adesso, così sento per un istante, cerca di esistere, è come se si sforzasse di non perdere se stesso, di mantenere i suoi confini, la sua presenza, con una specie di colla che lo tiene dritto, di dimostrare che esiste, diverso da quello che gli sta subito a fianco. “Provo a fotografare” allora, penso. Ma non mi voglio alzare dalla sedia, non sarebbe giusto, non sta nei patti, la macchina fotografica dista molto più di un metro. Rinuncio? No, dai, trovo il cellulare, vicino, per le foto. Chi sa se ci verrà dentro, visibile, questa prova di forza, di esistere, questa volontà di rimanere dritti, distinti, questi confini di ciascuno che pretende di avere un centro.

Poi c’è qualcuno che mi osserva, e sorride. Lo avevo già incontrato, qualche volta, però adesso mi pare più vivo, fa pure una specie di occhiolino, è il simboletto che sta stampato alla base della cornice del monitor spento. Se ne incontra di gente nei viaggi, ma pure se sono lunghi un solo metro?

La polvere attaccata alla superficie dello schermo. Tantissimi puntini. Piccoli. Vi immaginate quante cose ci sono dentro? Ogni puntino un mondo. Ogni puntino una stella, ogni puntino pensa di essere un pianeta centrale del cosmo, e come dargli torto. Allora fotografo anche questa specie di via lattea, enorme. Il riflesso del sole che viene da fuori pare la luce di una stella di quel mondo. Ombre, immagini riflesse, tutte cose una legata all’altra, pensando di essere uniche, e sole, e al centro.

Poi mi guardo di fronte un po’ più in alto. Ci sono riviste e libri tecnici. Subito sopra, appoggiato, semi nascosto: un enorme occhio fatto di cartone. Mi osserva. Ah ah ah, non ci posso credere, ha pure il suo dio questo piccolo mondo.

Verso destra c’è Einstein attaccato al muro. Chiede se vogliamo una gomma guardandoci da sotto ad un piccolo corno. Dentro lo stesso sguardo c’è una frase di San Francesco, dice: Inizia facendo quello che è necessario, poi quello che è possibile, e improvvisamente ti ritroverai a fare l’impossibile. Mica parla anche lui di questo viaggio? Ho cominciato da un metro, stando fermo, e dopo poco mi sono trovato in un cielo stellato? È talmente universale e potente che qualcuno l’ha tradotta addirittura in inglese.

Qualcun altro mi osserva stamattina presto. Il clown che sta lì, dipinto sul righello di legno, dietro le forbici dentro lo stesso barattolo. Ce n’è di gente che viaggia per piccole distanze, mai me n’ero accorto.

Dal lato opposto adesso. Alcuni libri, uno è una specie di diapason. Sapete come fanno i musicisti per accordare gli strumenti prima di cominciare a suonare, quando c’è bisogno? Fanno vibrare quella specie di U lunghissima di ferro. È come se gli desse la nota fondamentale, un riferimento, e gli ricordasse che la musica esiste, è possibile, non è una loro fantasia personale, se proveranno a usare i loro strumenti, pure questa volta una specie di miracolo, abbiano fede, tornerà a nascere. Ecco io per quei casi tengo vicino un libro, uno preciso, è la nota che per me dà la base, dove poggiare i suoni, e i piedi. Mi serve soprattutto quando vedo che le note diventano false, mi ricorda cos’è la musica vera, che mi dimostra che un miracolo esiste. L’ha scritto un napoletano, anzi, dice lui, un napolide.

Mo non ci crederete cosa ho visto. Non ci credo neppure io. Ia’ non è possibile, qui, lontano un centimetro: “Il Milione”, Marco Polo, il viaggio dei viaggi. Sto percorso di oggi quasi quasi mi inizia a sembrare troppo lungo, lunghissimo, enorme; quasi non so se reggo la fatica del trasporto. Comunque se non mi credete sta lì, l’ho fotografato, c’ho le prove.

Poi mi giro di nuovo di fronte. La tastiera del computer, che sto usando pure adesso, dentro ci sono tutte le note, è una specie di pianoforte, genera mondi.

Una cosa non vi ho detto, mi era quasi sfuggita dal ricordo. Stamattina, all’inizio di questo viaggio, dopo pochi istanti, anche il tempo era diventato corto. O era scomparso, del tutto, era diventato un punto. Se uno si muove poco, pochissimo, quasi per niente, a cosa serve il tempo? Ma no, non “a cosa serve” è la domanda esatta, è: “dove finisce”? È come il fratello gemello dello spazio? Quando un gemello, da una parte del mondo, fa una cosa, anche quell’altro, dicono, lo sente. E fa una cosa uguale, o simile, senza saperlo. Con questo viaggio cortissimo allora forse abbiamo chiesto al tempo di diventare punto, mettendo lo spazio dentro un solo istante.

Che viaggio, ho bisogno di distrarmi.

Mi giro da quell’altra parte e guardo in alto. Un omino seduto su una luna del colore del sole. Vabbe’ di questo non dico nulla, credo che non ci sia bisogno. Lo comprai molto tempo fa, in Olanda, quando ero da solo in un viaggio lungo. Su un quaderno di quei giorni, sulla prima pagina, “in mare aperto” avevo scritto. Sta lì, non ho più bisogno di guardarlo, ce lo avrò stampato dentro.

I libri laggiù, a molto più di un metro, quasi il doppio. E quanti mondi ci saranno lì dentro? Quante migliaia di viaggi? Capite quante persone hanno cercato di raccontarci il viaggio loro? Capite che spazio enorme c’è dentro una libreria anche di poche pagine? Stanno lì, paralleli nei fogli, nelle rilegature, formano strisce di colore, ma hanno, visti insieme o da soli, un’armonia; non vi stancate mai a guardarli.

Una foto appesa al muro anzi quattro. Un pescatore di molti anni fa seduto sul cemento della Corricella, aggiusta le sue reti. In questi giorni starà facendo quasi lo stesso. Per quelli che abitano in piccoli posti, di pochi, aperti sul mare o sui monti, la vita di queste ore non è diversa che di poco, loro possono continuare a respirare fuori.

Subito dopo vedo la cartina stradale della Sila, il bosco d’Italia. Una specie di Norvegia italiana per gli abeti enormi, con l’aria tra le più pulite d’Europa, una boccata mi ci voleva proprio. Poi vedo lui, o me ne ricordo, ma credo sia lo stesso, esattamente; il topo Federico di una favola di Leo Lionni. Quando gli altri topi lavorano per mettere da parte le scorte per l’inverno, sono quasi infastiditi che lui sembra che vada in giro perdendo tempo, o stia del tutto fermo. Poi a scorte finite, verso il termine dell’inverno, invece è lui che li nutre con il sole, i colori, le parole che ha raccolto in quei giorni.

C’è una parte di questo viaggio che ancora non vi ho detto. Mi vergogno. Nel libro suddetto, di favole, ho trovato un pezzo di carta, un segnalibro fatto incollando due strisce di carta, col mio nome scritto. Lo guardo, me lo ricordavo, lo tocco. Ha un piccolo rigonfiamento trasversale, fatto con una striscetta di carta anche, incollata a un certo punto, sotto la lettera “c” di “Francesco”. Hum, pure questo fatto lo ricordavo devo dire, però che c’azzecca sto pezzetto di carta ripiegata, dentro, mica fosse per caso un biglietto? Se sapeste che questo libro me lo aveva regalato una fidanzata, intelligente, issima, creativa in una maniera estremamente sottile, mi direste, spero, in questo istante, la stessa cosa che io mi sono detto: cerca di estrarlo, di aprirlo, di leggerlo se è davvero scritto, ci potrebbe essere un messaggio, come nelle bottiglie lasciate a navigare, nel tempo, perché arrivino sulla spiaggia al momento giusto. Ok, sì, devo provare a estrarlo. Lo guardo un altro poco, tocco, provo a capire com’è fatto, se si può estrarre, se è davvero un foglio di carta o magari una specie di legnetto. Scosto piano piano con le dita un poco della carta che lo tiene fermo da ciascuna parte. È incollato proprio. Piano piano, senza romperlo, con la punta delle dita, poi col tappo di una penna col becco appuntito. Ogni tanto tiro per provare. Non esce ancora. Da ultimo provo con la punta della matita. Eccolo. È proprio un foglietto ripiegato a fisarmonica, dritto perfetto. Lo apro come se fosse la mappa del tesoro di Louis Stevenson, piano, ecco adesso è aperto. Oh, bianco, cioè dentro non ci trovo scritto. Non ci credo. Lo richiudo, ripiegato esattamente com’era, per riaprirlo, per vedere se mi ero sbagliato, incredibile, è di nuovo senza scritto.

Ci resto male.

Poi capisco.

Mi ha insegnato, mi ha mostrato, una serie di pensieri che faccio. L’emozione di cercare, di andare alla ricerca di tesori, del viaggio. Poi rimonto il tutto e lo rimetto dentro come segnalibro. Lo faccio uscire giusto della porzione tale che quel rigonfiamento che avevo smontato poggi sul bordo delle pagine. Chiudo il libro, guardo: “esco”, geniale, c’è scritto.

Sono le 9,45: un metro, un’ora, di un giorno, ho fatto questo viaggio.

Il sedere, d’accordo, è rimasto attaccato alla sedia, però il cuore si è mosso parecchio.

Ogni istante è un viaggio lunghissimo, dobbiamo solo sforzarci di non incasellarlo in una maglia conosciuta, cercare di rimanere aperti, senza giudizio, non fare finta di averlo già visto.

Io il viaggio mio l’ho fatto, rispettando la distanza prescritta. Ora il vostro lo aspetto.

Testo e foto Francesco Paolo Busco

Un articolo di Francesco Paolo Busco pubblicato il 28 Marzo 2020 e modificato l'ultima volta il 28 Marzo 2020

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