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IL RECORD

Immobile punta Higuain: perché quel primato deve resistere

Sport | 31 Luglio 2020

Record o non record? Incoronare il napoletano Ciro Immobile come nuovo re dei bomber della Serie A o difendere il primato azzurro stabilito da Gonzalo Higuain? Dilemmi, interrogativi e punti di discussione che, nelle ultime ore, hanno fatto capolino all’interno della tifoseria azzurra.

La piazza è letteralmente spaccata a metà. C’è chi cova il desiderio di vedere il centravanti della Lazio strappare il record di gol fatti in un solo campionato al traditore argentino. E c’è chi, in un modo o nell’altro, ritiene che quel traguardo merita di essere difeso, perché raggiunto da un calciatore del Napoli.

Come se non bastasse, l’avversario contro cui Immobile dovrà tentare l’assalto al primato di Higuain sarà proprio il Napoli, che sabato sera al San Paolo ospiterà la Lazio dell’attaccante torrese. Anche su questo aspetto i tifosi si dividono: ferrea resistenza e opposizione oppure tappeto rosso e approccio soft?

Perché quel record va difeso

Forse è impopolare, forse no.

A ogni modo, quello di Higuain è un record da difendere, da tenerci stretto. E le motivazioni, in tal senso, sono molteplici. In primo luogo per ragioni che riguardano l’etica e cultura sportiva: Fuorigrotta, anche se priva del suo pubblico, non può e non deve trasformarsi in una passerella preparata ad hoc per rivale alcuno. La gloria non è qualcosa di preconfezionato e pronto da scartare. Va inseguita e ricercata, soprattutto quando tra sé e il traguardo son rimasti da percorrere gli ultimi metri.

In seconda istanza, il record di Higuain va tutelato per motivazioni squisitamente tecniche. A prescindere da come finirà la sua volata al record, tutti i gol segnati in campionato da Ciro Immobile non potranno mai avere lo stesso valore delle trentasei realizzazioni del Pipita. Innanzitutto per quei quattordici rigori di cui ha beneficiato il nove della Lazio, causa ed effetto al tempo stesso del cervellotico utilizzo della tecnologia a supporto delle decisioni arbitrali.

Nel 2015/16 il VAR ancora non c’era. Ci si lamentava comunque delle maglie larghe, dei tocchi di mano in area di rigore, ma non venivano fischiati penalty a grappoli nel nome di regole mal scritte e peggio interpretate. Se in quella fenomenale stagione Higuain avesse usufruito anche del VAR – di questo VAR – avrebbe varcato a occhi chiusi quota 40.

Certo, i rigori vanno segnati e farlo non è mai scontato. Anzi, lo stesso Higuain su questo particolare tecnico ha spesso dimostrato, anche a nostre spese, di essere tutt’altro che impeccabile. Un calciatore però, come cantava De Gregori, non lo si giudica da come calcia dagli undici metri. E in tal senso la stagione 2015/16 rappresenta la sublimazione tecnica più alta mai toccata dal Pipita nella sua carriera. Aveva giocato nel Real Madrid di Cristiano Ronaldo, di Kakà e Benzema, ma Higuain non è mai (più) stato tanto forte come lo è stato quell’anno, con la maglia del Napoli.

Manuale di persuasione per i più ostinati

Appunto, la maglia del Napoli.

La rabbia e il rancore per il tradimento compiuto dall’argentino rischia di far dimenticare che quel record non cela un mero primato individuale, bensì collettivo. Appartiene tanto alla storia del Napoli, quanto a ogni componente di quella fantastica squadra, senza cui Higuain non avrebbe mai potuto realizzare quella straordinaria impresa sportiva.

A trentatré anni, il Pipita sta vivendo le battute finali di una carriera che, dopo Napoli, non gli ha riservato nulla di eccezionale o indimenticabile. Né con la Juventus, né con la maglia della Nazionale argentina. E non ci riferiamo ai titoli vinti, quanto all’affetto e all’unicità che Napoli e il Napoli gli avrebbero riconosciuto.

Perché se quel record resiste, Higuain sarà ricordato per sempre le sue gesta in maglia azzurra, a cui ha meschinamente voltato le spalle. Perché se quel record resiste, resisteranno le emozioni che lo hanno accompagnato e che abbiamo vissuto. A partire da quella piovosa sera di metà maggio di quattro anni fa, quando il San Paolo si strinse intorno all’argentino, accompagnandolo nella ricerca e nella realizzazione della tripletta che gli consentì di superare Nordhal.

Uno stadio intero a spingere e sostenere un solo uomo, piuttosto che un’intera squadra squadra. Non era il nostro amore a essere sbagliato, bensì l’uomo a cui lo stesso era rivolto. E non siamo noi a dovercene fare un cruccio.

Antonio Guarino

Un articolo di Antonio Guarino pubblicato il 31 Luglio 2020 e modificato l'ultima volta il 31 Luglio 2020

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