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IL RICORDO

Ciao caro maestro, ci lasci l’amore per le radici e un patrimonio linguistico senza pari

Cultura | 17 Luglio 2019

E alla fine se n’è andato, Andrea Camilleri.

Parlarne è difficilissimo, è un compito molto delicato. Adesso possiamo solo stringerci intorno alla memoria e al ricco patrimonio culturale che ci ha lasciato per provare a riempire un po’ lo spazio di questa perdita e a renderla meno insopportabile.

Solo così che possiamo far sopravvivere gli autori che abbiamo amato, ed è solo così potremo elaborarne, col tempo, il lutto.

Un personaggio singolare, il maestro Camilleri, uno scrittore sostanzialmente di genere che è però riuscito a non esserlo mai. Un fascio di luce, una sterzata stilistica che arriva a cavallo di generazioni diverse di giallisti internazionali. Con lui, nuove chiavi di lettura dei personaggi, impianti letterari e scrittura osservati da altre prospettive, così come un utilizzo diverso della lingua che diventa forte e piena di commistioni glottologiche in cui lo standard è adoperato per tenere il filo e il “dialetto” per raccontare più a fondo cuore e sentimenti. Si deve gestire la commozione se si vuole raccontare un personaggio sfaccettato e umanissimo come Andrea Camilleri.

Nato a Porto Empedocle, Agrigento, nel 1925, siciliano doc come forse non ce ne saranno più, Camilleri si inserisce in una tradizione alta, molto importante, che va da Verga a Sciascia (passando per Pirandello). Prima una lunga carriera come sceneggiatore, regista e autore teatrale e televisivo, poi il passaggio alla letteratura, con i polizieschi e il romanzo storico.

Inizia a dedicarsi alla narrativa nel dopoguerra e, se in un primo momento l’impegno è più leggero, col tempo diventa così intenso da abbandonare il lavoro nel mondo dello spettacolo e dedicarsi alle sue storie. Il personaggio che gli ha dato più successo è il Commissario Montalbano, un tipo un po’ brusco e pieno di debolezze, come la dipendenza psicologica dalle condizioni meteo e l’insofferenza verso i modi di fare delle persone anziane denotano.

Interessante il personaggio, perché su Montalbano Camilleri ha fatto un profondo lavoro linguistico, rendendolo capace di cavarsela sia con chi parla soltanto in dialetto come Adelina, la domestica, che con chi si esprime in una lingua più maccheronica come Catarella fino a chi parla un italiano senza tracce di provenienza geografica.

I romanzi di Montalbano non cedono a nessuna concessione stilistica né a motivazioni commerciali e nonostante tutto non sono di facile lettura.

Lo stile di Camilleri è ricco di sicilianismi ed è intriso di quella sensibilità teatrale caratteristica della sua narrazione. La sua lingua, insolita e ardente, distinta da quella nazionale, troppo neutra (forse azzardando un po’ piatta) riesce così a esprimere il costume sociale e politico dell’isola, gli odori e i sapori, ma anche la durezza e la mentalità.

Con Camilleri assistiamo all’invenzione di un dialetto di fatto impreciso, definito dall’autore stesso un italiano bastardo, del quale apprezziamo l’efficacia e l’energia dei calchi del parlato quotidiano, la stilizzata colloquialità e la grande personalità. È un linguaggio colorato, affascinante. In Camilleri, come in Gadda, c’è un mescolarsi di stili e di registri, e c’è il dialetto che reclama la sua autonomia, ma la sostanza della lingua, le strutture di base, rimangono quelle dell’italiano standard. La sua letteratura registra un’identità stilistica di cui lo stesso Camilleri ha dovuto spiegare che non si tratta di trascrizioni dal dialetto, ma di un’operazione filologica che riguarda il recupero di elementi lessicali e di significati altrimenti indescrivibili.

Ad Andrea Camilleri va senza dubbio il merito (e diciamo il coraggio) di aver aiutato i parlanti italiani ad allargare il proprio lessico con parole provenienti dalla lingua regionale e, dunque, ad avviare un opportuno recupero di quella parte linguistica troppo a lungo accantonata. Molto ha fatto, questo grande autore siciliano, per la lingua e la cultura meridionale, difesa con passione, pur non nascondendo i problemi né linguistici né culturali della provenienza, al fine di difendere il dialetto, condannato da un’Italia poco unita, troppo patriottica e intrisa di retorica didascalica.

Camilleri ha aiutato la cultura italiana a liberarsi da quell’ossessione antidialettale voluta principalmente dai “poteri forti” e dalla scuola che, come dice Tullio De Mauro, non fece capire che la lingua italiana era in realtà la seconda lingua, che si sarebbe dovuta insegnare come la prima, cioè dopo il “dialetto”.

Camilleri lo chiama lingua degli affetti, o anche atto confidenziale, intimo, familiare, una lingua che porge le parole giuste al momento utile, in grado di esprimere compiutamente quello che si vuol dire quando l’italiano (spesso) non riesce a dare un equivalente. I dialetti, o ex tali, sono lingue vere e proprie, con pari dignità dello standard, e non idiomi inferiori e assoggettati. Perché, mettiamocelo in testa, in Italia abbiamo molte lingue, così come molte culture.

E poi, se la lingua italiana è quella della ragione, il dialetto è la lingua delle emozioni e dei sentimenti, anche se questa tesi non dovrà mai diventare una rigida separazione tra i due piani linguistici. E gli riconosciamo anche l’aver saputo sottolineare la forza quasi visiva di quelle parole dialettali che spesso non trovano la stessa sfumatura di significato nella lingua italiana. “Trovo che nelle parole, nella costruzione di una frase dialettale, ci sia un ritmo interno che per me non aveva l’equivalente nell’italiano. Il mio problema era di ritrovare quindi lo stesso ritmo del dialetto nella lingua italiana. E non si tratta di incastonare parole in dialetto all’interno di frasi strutturalmente italiane, quanto piuttosto di seguire il flusso di un suono, componendo una sorta di partitura che invece delle note adopera il suono delle parole.

Per arrivare ad un impasto unico, dove non si riconosce più il lavoro strutturale che c’è dietro. Il risultato deve avere la consistenza della farina lievitata e pronta a diventare pane”, queste le sue parole esatte riguardo alla questione linguistica.

Andrea Camilleri occupa un posto di primo piano nella letteratura italiana: ha scritto romanzi di grande qualità letteraria al pari di Georges Simenon in Francia e Graham Greene in Inghilterra. Spesso nelle interviste diceva che i libri nutrono come il pane e che leggere, oltre che a saziare, servono a farci condizionare il meno possibile da una società che finge invece di darci la libertà che meritiamo.

Quindi, oltre al grande apporto linguistico e narrativo, Camilleri ci ha offerto degli stimoli giusti, quelli forti, ci ha spinto a capire meglio il concetto di libertà intellettuale e personale e a farlo nostro, a renderlo qualcosa di più utile di un concetto altrimenti solo sublimabile.

“Mentre il rigore morale e l’onestà non sono contagiosi, l’assenza di etica e la corruzione lo sono, e possono moltiplicarsi esponenzialmente con straordinaria velocità. Possibile che logica, buon senso, sincerità non abbiano più corso legale in Italia?” sono altre straordinarie osservazioni che ci rimangono di lui. Ma la frase forse più importante di tutte è: “Non bisogna mai avere paura dell’altro perché tu rispetto all’altro sei l’altro”. Che meraviglia sarebbe per noi capire fino in fondo il senso accorato e appassionato di queste parole.

Oggi l’Italia e in particolare il Mezzogiorno perdono un suo pezzo molto importante.

Caro Maestro, buon viaggio, ci mancherai.

Claudia Verardi

Un articolo di Claudia Verardi pubblicato il 17 Luglio 2019 e modificato l'ultima volta il 17 Luglio 2019

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