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IL RICORDO

Con Ezio Bosso nella Napoli degli anni ’90

Musica | 15 Maggio 2020

Anno 1996. Si viveva ancora a Napoli. Si scriveva già. Inconsapevoli che da lì a pochi mesi ci sarebbe toccato in sorte di abbandonarla per i successivi vent’anni. Per ogni 25 enne o giù di lì, gli anni delle grandi scelte. Io poi avevo anche la convinzione che non me ne sarei andata mai dalla città dove sono nata. Non ne avevo motivo. Lavoravo da precaria ma da libera, come caposervizio nella redazione locale del Tempo. Per una serie di contingenze mi ero trovata giovanissima a guidare un piccolo drappello di colleghi per raccontare per un giornale non di sinistra cosa accadeva nel mondo culturale partenopeo nell’era bassoliniana.

E essendo fin da bambina una appassionata di palcoscenico (tra nonne che mi trascinavamo al San Carlo e genitori amanti anche loro del teatro, che da ragazzina mi portavano al Sannazaro di Luisa Conte o al Nuovo di Annibale Ruccello), presi molto seriamente il mio ruolo. Anche perché a Napoli di cose da raccontare ce n’erano –  ce ne sono anche oggi – perché è una città che da sempre declina le arti in ogni campo, al meglio e nonostante tutto. Ma poi con gli occhi di ragazza tutto sembra magico e, soprattutto, quei periodi della vita così vivi e spensierati restano in eterno nella memoria.

Amare quello che si racconta è una fortuna e io amavo – e amo tutt’ora anche se lo faccio raramente – raccontare cosa si muoveva sui palcoscenici della mia città. Soprattutto quelli più precari, perché avvertivo la ribellione, la resistenza, la voglia di urlare qualcosa al mondo. Perché era un mondo che sentivo  e sento, con le sue urgenze di dire, un po’ mio.

Con Paola Fossataro, ai tempi mia compagna inseparabile – e nel cuore sempre con me anche se non ci vediamo quasi mai – frequentavamo il teatro Nuovo.

Lei – gli anni dopo diventata una quotata sceneggiatrice – si occupava dell’ufficio stampa di quello spazio, io invece scrivevo sul mio giornale degli spettacoli che si mettevano in scena, tutte le volte che il mio direttore lo tollerava (essendo il Nuovo identificato oggi come ieri come spazio “di sinistra” e dunque non gradito ai miei editori dell’epoca, prima il Gruppo Monti, poi il Caltagirone oggi proprietario del Mattino). In verità, quasi sempre riuscivo a spuntarla, perché il mio direttore alla fine della pagina culturale, poi ridotta a mezza pagina che dividevo con lo sport, se ne fregava abbastanza..

Mi sembra di parlarvi di ere geologiche fa. E in effetti per un ventenne di oggi parlo arabo… però per farvi capire qualcosa di più di quell’era partenopea vi faccio qualche nome: nel 1996 usciva nelle sale “Pianese Nunzio, 14 anni a maggio”, capolavoro di Antonio Capuano, “L’amore molesto” di Mario Martone, nominato anche per la palma d’oro a Cannes, si aggiudicava buona parte dei David di Donatello. E sempre Martone si contendeva a suon di proposte di qualità la gestione del teatro Mercadante con Roberto De Simone. Qualche mese prima Pino Daniele aveva illuminato gli stadi del Paese accompagnato da Pat Metheny,  e noi ragazzi, la sera dopo il teatro, andavamo nei garage e nei club ristrutturati a locale (i baretti erano una manciata allora, al centro come a Chiaia): il Velvet Undeground a Cisterna dell’Olio, il Chiatamon Sax Cafè, per dirvi i miei, dove artisti ai tempi giovani come gli Alma Megretta o Daniele Sepe animavano le nostre serate alcoliche e canore post teatro.

Paola e io, nel “Nuovo” di Igina di Napoli e Angelo Montella, eravamo di casa: al punto che con Davide Iodice, che gestiva la seconda sala, oggi regista affermato e all’epoca ragazzo come noi, decidemmo di aprire la Sala Assoli anche di lunedì, alle compagnie sconosciute. Io coordinavo i dibattiti con i giovani giornalisti dell’epoca, lui sceglieva le giovani compagnie.

Poi c’era il cartellone classico, quello della “sala grande”, la sala rossa del teatro dei Quartieri Spagnoli, il più antico e storico di quella zona. Il cartellone importante. E fu grazie a quel cartellone che conoscemmo Ezio Bosso e Valter Malosti, due torinesi sgangherati più di noi e nostri coetanei.

Avevano portato a Napoli “Cuori: un poster dei Cosmos” (con il quale poi sarebbero andati in tour anche in Australia, qualche mese dopo), che era un testo complesso, riadattato dall’americano Lanford Wilson, su un’altra pandemia, quella della nostra gioventù,  l’Aids.

Freddie Mercury, sempre per inquadrare quei tempi, era morto appena 5 anni prima.

Valter e Ezio erano entrambi in scena nei panni l’uno di Tom, un fornaio divorziato, padre di un bimbo, l’altro di Johnny, il ragazzo di cui si innamora e con cui va a vivere per poi scoprire che è malato di Aids. Valter aveva riadattato l’opera e co-firmava la regia, Ezio invece ovviamente aveva firmato  le musiche originali, all’epoca ricordo che suonava il contrabasso…

Avevamo subito fatto amicizia, mentre loro allestivano la scena. Eravamo andati a cena assieme tutti e quattro anche il giorno prima del debutto. E io da diligente scolaretta qual ero mi ero fatta dare il testo della messinscena.

Arrivò la prima, ma non il pubblico. In sala eravamo tipo in cinque.

Per consolare i ragazzi del flop, dunque, Paola e io decidemmo di portarli al centro storico. E lì, in piazza san Domenico, ci venne l’idea: avevo la locandina (quella che vedete in alto l’ho trovata su e-bay, era uguale a questa) nella cartella stampa. Ce la attaccammo addosso, a turno, tipo ragazze sandwich, e iniziammo a girare il centro, Paola, Ezio, Valter ed io, invitando la gente a venire al Nuovo la sera dopo e promettendo anche sconti comitive, sicure che Igina ci avrebbe detto sì.

Girammo tutta la sera tra San Domenico e Bellini (il nostro centro storico era solo qui e lì, ai tempi), con loro divertiti come non mai, estasiati dalla gioiosa follia di Napoli, dalle risposte di chi ci incontrava, sorpresi dalla nostra intraprendenza da splendide “cazzone” quali eravamo.

Il giorno dopo, sabato se non ricordo male, il Nuovo, si riempì. Grande gioia di tutti e quattro. Che quella serata non l’abbiamo dimenticata più.

La mia vita poi prese un altro percorso, Paola continuò a sentire Ezio, che era pure un po’ cotto di lei. Io invece sentì Valter un’unica volta da allora, la sera che scopriì, guardando Sanremo, che Ezio di strada ne aveva fatta tanta.

Contattai Valter su fb e gli chiesi se si ricordava di quei giorni napoletani. E si ricordava perfettamente. “Tempi eroici” mi scrisse, nostalgico. E lo erano davvero.

Oggi Ezio Bosso, un grande musicista e una grande persona, non c’è più. Scrivono alcuni giornali locali che Ezio amava Napoli e la musica napoletana, incluso Pino Daniele, tanto che Giorgio Verdelli, regista del documentario postumo su Pino, volle dargli voce anche nel film.

Ecco chi scrive che Ezio amava Napoli non mente. So per certo che amava la sua musica e la sua gente. Ma allora mai avrei potuto sapere che quel ragazzo talentuoso avrebbe illuminato il mondo intero.

Ciao Ezio, mancherai. Suonacele anche da lassù.

Lucilla Parlato

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 15 Maggio 2020 e modificato l'ultima volta il 15 Maggio 2020

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