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IL RICORDO

Da ieri Giovanni Battiloro è giornalista. Ma la vita dei cameramen resta tra le più precarie

Attualità, Media e new media | 29 Gennaio 2019

Ieri a Torre del Greco la carriera di Giovanni Battiloro, amico e collega, ucciso il 14 agosto 2018 dalla mancanza di adeguata manutenzione al ponte Morandi di Genova, si è chiusa con il giusto e dovuto riconoscimento da parte dell’ordine nazionale dei giornalisti che gli ha conferito il tesserino di giornalista.

Giovanni, come me, era un videomaker freelance che orbitava nella precarietà del mercato giornalistico televisivo. Per un periodo, pochi mesi prima della sua morte prematura, aveva vissuto a Barcellona dove aveva trovato lavoro nella ristorazione. Poi era tornato a Torre del Greco per una delle tante proposte cadute nel vuoto da parte dei uno dei vari service per i quali lavorava.

Io e Giovanni abbiamo lavorato assieme in una delle tante emittenti locali che gozzovigliano fondi pubblici e producono spazzatura ma nonostante le premesse vacillanti, orari assurdi e imprevedibili per cui ti trovavi a lavorare varie settimane di fila senza interruzione, con lui e altri colleghi, tutti professionisti di primissimo piano, riuscivamo anche a divertirci.

Poi siamo diventati amici e ho scoperto che lui (col quale all’inizio mi ero anche scontrato sul lavoro per poi fare pace condividendo un’arancia che aveva sbucciato e abbracciandoci) era un ragazzo profondo che si poneva delle domande sulla vita mai banali e superficali, mettendosi in discussione e lavorando su se stesso.

Ho apprezzato le parole di Carlo Verna, presidente dell’ordine dei giornalisti, che ha chiaramente  detto quanto sia oramai frammentato il mondo dell’informazione e il suo mercato rivolgendosi ai giovani che aspirano ad una carriera che nella maggior parte dei casi porta al precariato.

Nel caso dei cameramen è poi un precariato estremo; le grandi emittenti non assumono da anni preferendo affidarsi a ditte esterne (dette service) che forniscono personale specializzato per la realizzazione di servizi videogiornalistici.

I service oggi pagano meno di dieci anni fa pur essendo aumentate le mansioni; dieci anni fa facevi
l’operatore, poi c’era il montatore e il mezzo satellitare con il personale per l’invio del servizio o le dirette televisive.

Oggi tutte queste mansioni vengono svolte sempre più spesso da una sola persona e le dirette vengono fatte usando uno zainetto che avvalendosi di molteplici sim card di vari gestori sommate tra loro, trasmette sfruttando la rete dati dei cellulari; quanto salubre sia questa pratica per chi porta in spalla tale apparecchiatura e per chi gli sta intorno non è dato sapere…

I videomaker sono degli invisibili. Nelle didascalie dei servizi dei telegiornali non appare il nome dell’operatore se dipendente di un fornitore esterno. Non c’è nulla che riconosca il lavoro svolto in una gamma di condizioni imprevedibili e spesso rischiose correlate ad un alto tasso di responsabilità.

I rapporti lavotativi con i service, per i freelance che costituiscono la gran parte della forza lavoro del settore audiovisivo, sono regolati da contratti a intermittenza anche detti contratti a chiamata.
In altre parole si richiede ai freelance una perpetua disponibilità non retribuita a qualsiasi orario festivi inclusi. Spesso si lavora al nero e altrettanto spesso si deve battagliare per avere il dovuto se pur contrattualizzati.

La normale giornata lavorativa della troupe televisiva dura dieci ore superate le quali dovrebbe scattare lo straordinario che al sud del Garigliano è una parola quasi sconosciuta.

Aumentano le responsabilità, diminuiscono le retribuzioni che assieme ad un progressivo declino dell’aspettativa qualitativa dei committenti che mandano in onda la qualsiasi, della qualità della strumentazione utilizzata e della scarsa formazione delle pletore di giovani volenterosi mandati allo
sbaraglio e sottopagati, rende la vita del cameramen tutt’altro che facile.

Un cameraman lavora con tanti giornalisti diversi con i quali non è sempre facile avere a che fare visto che purtroppo molti di loro non lo concepiscono come una una risorsa per realizzare un servizio al meglio ma come un sottoposto da trattare spesso in modo dispotico e maleducato.

Purtroppo il diffuso precariato spinge troppi colleghi ad accettare compromessi sempre più scabrosi che corrodono il senso della dignità sul lavoro. Nonostante queste premesse, Giovanni amava il suo lavoro svolgendolo con passione e ottenendo risultati via via sempre migliori e la dignità in questo settore se la combatteva, stringendo i denti per andare avanti e sognando, condividendo progetti e aspettative con me e altri amici e colleghi.

E ieri mattina avrei dato qualsiasi cosa per lenire il dolore e il pianto della mamma di Giovanni e sarebbe stato bello se qualcuno dei colleghi che formavano il capannello che la inquadrava affranta, avesse posato la telecamera per abbracciarla.

Federico Hermann

Un articolo di Federico Hermann pubblicato il 29 Gennaio 2019 e modificato l'ultima volta il 29 Gennaio 2019

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