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IL RICORDO

Giovanni e gli altri: vite da cameramen a Napoli

Attualità, Media e new media | 20 Agosto 2018

Il giorno dei funerali di Giovanni Battiloro volevo salutarlo per l’ultima volta. Pur odiando la folla, i funerali, la calca, ho deciso di accompagnare il mio compagno, Federico Hermann, che era suo amico, prima che collega. Ma non certo per farcene una ragione: perché non ce la faremo mai.

L’appuntamento con gli altri era alle 15 a via Brin, fuori la sede di Julie, dove Giovanni e Federico si erano conosciuti circa quattro anni fa, quando la nostra storia era appena cominciata. E inevitabilmente quel primo periodo della mia nuova vita con Federico è legato a Giovanni. A Giovanni e agli altri: Salvatore, Biagio, Armando e ai tanti giovani promettenti che bazzicavano lì e con cui ho condiviso i primi mesi della mia storia d’amore, in un clima reso leggero anche da questi ragazzi speciali, semplici e alla mano, con tanta voglia di fare questo lavoro tosto di “operatore di ripresa”.

Li ho rivisti tutti – alcuni non li vedevo da un po’ –  il giorno dei funerali. Li ricordavo sorridenti e goliardici, come erano loro quando stavano insieme: ho trovato un gruppo di ragazzi distrutti.

Ci sarà un prima di Giovanni e un dopo Giovanni per tutti noi. E non solo per noi.

Ho pensato di tornare indietro, perché non ce l’avrei fatta ad assistere al loro ultimo saluto a Giovanni. E dopo averli abbracciati e salutati, l’ho fatto, lasciandoli partire, devastati, per Torre del Greco mentre io tornavo a casa, sudando freddo e priva di forze, come sono in questi giorni. Perché questa tragedia è stata paralizzante e non credo sarà facile per nessuno farse una ragione.

Prima di andare via da via Brin era venuta a salutarci Sonia. Sonia è, con Nanà, una storica trans di via Brin con cui i ragazzi avevano fatto amicizia e con cui la sera, spesso, avevano preso l’abitudine di fumare l’ultima cicca insieme, prima di tornare a casa dopo una giornata di fatica. Distrutta come tutti, ci ha raccontato anche lei storie, episodi di Giovanni, tra le lacrime.  Lo aveva visto un paio di giorni prima che partisse. “Vorrei venire anche io al funerale, ma là c’è tutto il Paese…” ci ha spiegato, commossa. Si era fatta promettere un regalino da Giovanni al ritorno da Barcellona, che non ci sarà mai. E ce lo racconta con gli occhi lucidi.

E’ il momento della memoria: qualcuno ricorda che grazie a Giovanni non restò a piedi durante un servizio fuori Napoli, perché lui arrivò in soccorso con un cavalletto, recuperato a chilometri di distanza. Qualcun’altro non potrà mai dimenticare che grazie a Giovanni, che mentre lavoravano a Dimaro si prese un giorno libero per accompagnarlo alla stazione, riuscì a dare l’ultimo saluto al proprio padre.

Non sono ricordi banali, ma ricordi d’amore di un uomo d’amore. Il dolore è collettivo e si manifesta con lunghi e forti abbracci tra i suoi colleghi storici. Lacrime e silenzio.

In macchina per andare a Torre è salito il barista di via Brin. E in chiesa c’erano tante altre persone che in quel piccolo mondo hanno vissuto Giovanni, il suo sorriso, la sua goliardia, la sua voglia di vivere, la sua dolcezza, la sua spontaneità, la sua professionalità innata. Nessuno può farsene una ragione.

Alla fine però ho fatto bene a non andare. Mi hanno raccontato di pezzi grossi dell’ordine e della federazione della stampa presenti in prima fila. Bene, certo, era doveroso. Eppure non posso non pensare alla “vita da cameramen” di tanti in questa città. E sperare nel profondo che questo incomprensibile sacrificio che la vita ha richiesto a tutti noi – fare a meno di Giovanni – non sia vano. Che magari la “vita da cameramen freelance”, cioè da precario con telecamera – con penna o con macchina fotografica – da domani non sia più solo una storia di telefonate improvvise, viaggi in condizioni traballanti verso mete improbabili, precariato costante tante volte al nero, senza alcuna tutela e pochissime prospettive future.

Magari si aprisse un dibattito anche su questo, perché Giovanni – e lo si vede anche dalle foto che circolano – era un cameramen al cento per cento, legato alla macchina quasi come fosse un prolungamento di sè. E soffriva come quasi tutti coloro che fanno questo mestiere da “freelance” (leggi precario assoluto) senza alcuna certezza, garanzia, tutela.

Allora parliamo di questo: apriamo un dibattito e una guerra di categoria per impedire che i giornali e gli editori grossi, ricchi e importanti,  taglino continuamente i collaboratori, anche video e fotografici, che sono le categorie più fragili, abbassando di anno in anno i compensi. Parliamo di un mondo che, garantiti a parte, se ne frega dei mestieri dell’informazione e che li ritiene sempre più marginali, accontentandosi di pubblicare la foto o il video del primo lettore che capita. Parliamo di ridare prospettiva e speranza ai tanti ragazzi che cercano di lavorare nei media a ogni livello, con passione e professionalità.

Non riavremo Giovanni ma forse restituiremo un po’ di  dignità a chi sente il bisogno con ogni mezzo di raccontare il mondo con una penna, una telecamera o una macchina fotografica. E che, per sua fortuna, può ancora farlo.

Per rendere onore a Giovanni anche così. Per dare un minimo di senso a tutto questo.

Lucilla Parlato

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 20 Agosto 2018 e modificato l'ultima volta il 20 Agosto 2018

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