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IL RICORDO

Luciano non morirà mai per noi, generazione cresciuta con le sue storie

Identità | 19 Luglio 2019

A Napoli, un appuntamento non è mai dato per un’ora precisa, ma ha sempre una sorta di elastico temporale di una mezz’oretta. “Ci vediamo alle cinque/cinque e mezza”. Una volta arrivati nel luogo vagamente prefissato, la persona giunta per prima non è mai precisamente lì, ma si aggira nei paraggi. Perchè ai napoletani non piace aspettare fermi, in un unico posto. Se l’incontro è fissato a Piazza Dante, potete star pur certi che io, nel frattempo, sono andato un attimo ad annerirmi le dita fra le bancarelle dei librai a Port’Alba, dove passare velocemente in rassegna tutti i vecchi volumi messi all’impiedi, uno dietro l’altro nei banchetti di ferro, è un’arte simile a suonare un pianoforte.

Un adagio di letterature a due passi dal Conservatorio di San Pietro a Majella. Di solito, chi arriva per secondo è sempre in ritardo, perchè nel frattempo si è intalliato col portiere, dal tabaccaio, poi ha incontrato due amiche e una zia e infine s’è ricordato che doveva passare a ritirare due vestiti in lavanderia. “Uè, Maurì, ma io proprio a te stavo cercando”.

“E io proprio qua sto”. “Ma a che ora tenevamo appuntamento?” “Boh, chi se ricorda…” “Allora, ce lo vogliamo pigliare questo caffè?” “E jamm’, dove ce lo vogliamo pigliare?” Da Alessandro a Calata Sansevero, che con un braccio e mezzo fa il caffè più buono di Napoli, cioè del mondo. A 80 centesimi.

E il caffè diventa da subito una sinfonia di chiacchiere a perdere, messe in mezzo a un pomeriggio come barche a mare e lasciate andare alla deriva, senza equipaggio. Che approderanno da qualche altra parte e troveranno qualcuno a raccoglierle. I greci avevano un verbo, per questa pratica: “Agorazein”. Vale a dire “Fare agorà”, incontrarsi in piazza e filosofeggiare sui fatti del giorno e sui massimi sistemi.

Come personaggi di un libro di Marotta. “Scusate se m’intrometto, ma secondo voi se l’Iràn teneva ‘a bomba atomica, nun l’aveva già sganciata ‘n capa a Israele?”, “…ca pure sta chin’ ‘e bombe nucleari.

Sa’ che risate? Facimm’ una vampata, tutt’ quant’ assieme. ‘Na Piedigrotta”, perchè di solito la discussione diventa pubblica dopo soli pochi minuti.
A Napoli non vi è concesso di starvene in disparte, di farvi i fatti vostri in un cantuccio. Qui il vivere comune vi tira dentro, volenti o nolenti. Sempre.

Anche nell’urbanistica e nell’architettura: a Napoli le classi sociali sono aggrovigliate. L’essenza della città è un intreccio di bocche parlanti che vi inghiotte come in un imbuto. Di solito, con una gentilezza disarmante.

A volte, quando se scassano ‘e giarretelle, con la ferocia che trasforma una comune disturbata dint’o vico in una tragedia corale di Eschilo.

Tutto ciò in un raffinatissimo sistema di equilibri che si rinnova da secoli. Napoli è un castello di carte che non crolla mai.

Luciano De Crescenzo non poteva che nascere qui, nella città più filosofica del pianeta. Dove ogni avvenimento viene masticato e digerito in ragionamenti e discussioni pubbliche. Che di solito non portano a nulla, ma sono necessarie.

Qui l’esercizio della filosofia quotidiana lo pratichiamo dall’Vlll secolo a.C. Pensare ad alta voce e discutere pubblicamente è più forte di noi, non possiamo farne a meno. Fare agorazein è nella nostra indole.

A questo aggiungete quasi tre millenni di storia, personaggi, leggende, letteratura, teatro, poesia e musica. E sarà semplice spiegarvi perchè un gigante come De Crescenzo solo qua poteva germogliare.

Ingegnere, filosofo, saggista, professore, divulgatore, fotografo, regista, attore. Mamma d’o Carmene. Un monumento al sapere e al saper raccontare. In una città popolata di attori teatrali.

Non incontrerete mai un napoletano al di sopra dei trent’anni che non pronunci almeno una frase di De Filippo, Totò, Troisi, Pino Daniele e del Prof. Bellavista in ogni sua chiacchierata.

Questi colossi sono talmente radicati nel tessuto culturale della città, che ne sono parte integrante come il basolato dei vicoli e il tufo dei palazzi.
Sono talmente familiari che ne avverti la perdita più di un legame di sangue che si spezza. Questa era gente di famiglia. Era come se ci parlassi ogni giorno. E ogni giorno le incontro, queste persone,
quando, entrando da solo in un bar, ne fuoriesco dopo un’ora di chiacchiere con un vecchio mai visto prima.

 

Quando alla Pasticceria Mazzaro il titolare versava un amaro dopo l’altro e con me e il Signor Caputo si passava la serata a disquisire di ogni possibile branca dello scibile umano.

Mia madre in ospedale e loro a salvarmi la vita.

Quando nella libreria Pironti rompevo le scatole a Luigi Necco, tormentandolo con mille domande di archeologia.

O tutte le volte che dopo aver richiuso insieme il cancello della Grotta della Sibilla sull’Averno, io, Carlo Santillo e il cane Guagliò ci passeggiavamo tutto il perimetro del lago a ricordare,  ilosofeggiare, supporre, sognare, rievocare, disquisire.

Lui claudicante sul vecchio bastone e quella parlata antica, elegante, io in ascolto come uno scolaretto. In un’epoca in cui mi sentivo più a casa per strada che a casa mia, in famiglia.

La morte di De Crescenzo dovrebbe intristirmi, ma non ci riesce. Per la verità, nemmeno mi da l’idea di metterci tutta ‘sta convinzione. So, come tutti, di portarmelo dentro, quotidianamente.

So che il mio carattere e il mio modo di essere e di pensare si è formato su quei libri e quei film. E lo ringrazio. Ora me lo immagino in Paradiso a spiegare agli angeli che loro, in realtà, non esistono, ma sono soltanto la filiazione di figure mitologiche pre-cristiane, per poi raccontargli i miti greci davanti a una lavagna, come farebbe di fronte a uno spazzino, un militare in pensione e altri perdigiorno.

Me lo immagino che ogni tanto va a far visita a Necco, Giuseppe Marotta, Luigi Compagnone, Domenico Rea… Non in un cenacolo letterario, ma in mezzo alla gente comune. E insieme fanno agorazein, custodi della nostra identità culturale, in quella Napoli ultraterrena che in cielo conta parecchi abitanti. Nell’aldilà, con tutti quei napoletani, ci dev’essere un odore di caffè da far tremare i polsi…

Quello che fa male è il vuoto di eredi. L’abisso di non vedere nessuno, di così autenticamente popolare, a raccogliere degnamente il testimone di queste immense menti illuminate.

E la paura terribile che questa Napoli, lentamente, un pezzo dopo l’altro, stia sparendo per sempre.

E se muore Napoli, guagliù’, muore l’ultima speranza per tutti.

Maurizio Amodio

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 19 Luglio 2019 e modificato l'ultima volta il 21 Luglio 2019

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