martedì 2 marzo 2021
Logo Identità Insorgenti

IL RICORDO

Pino Daniele e quella parlata rivoluzionaria simbolo di appartenenza

Musica | 4 Gennaio 2021

Sono già passati sei (lunghi) anni da quando Pino Daniele se n’è andato inaspettatamente nella notte tra il 4 e il 5 gennaio del 2015, per un infarto. Nato nel 1955, è stato figura di primo piano della scena musicale napoletana: autore di testi eccezionali e fluido chitarrista naturale influenzato prima dal blues e poi dal folk mediterraneo e infine dal jazz, passando per pop e musica colta, ha saputo allacciare la melodia della scuola napoletana ai grandi generi internazionali. Capofila di nuove correnti musicali ma anche di un rinnovato e diverso modo di pensare, Pino è stato il cantore di quella Napoli arrabbiata che, purtroppo, si è un po’ persa nel tempo. Non esiste un vicolo, una figura o un personaggio del bestiario umano e sociale della città che non sia stato raccontato nella sua ampia discografia nel tentativo di tratteggiare l’anima di gente un po’ complicata.  La morte di Pino che era – ed è – il simbolo di una generazione artistica che molto ha significato per Napoli venne accolta all’epoca con molta tristezza eppure in modo molto composto. In poche ore, migliaia di persone si riunirono in una piazza del Plebiscito piena come un uovo per poterlo salutare per l’ultima volta. Perché Pino è stato un grande artista, ma anche un novello Masaniello, contestatario a suo modo, mosso da un innato senso di giustizia, dall’amore per la libertà e da quello per la sua gente. Il pezzo “Na tazzulella e cafè’” (tratto dal primo album in studio, “Terra mia”, del 1977) è uno degli storici manifesti sociali in cui attaccava le istituzioni e spingeva il popolo a non rimanere incastrato in quell’ignoranza che lo rendeva elemento controllabile. 

E oggi, ancora una volta, Napoli tiene vivo il ricordo di Pino Daniele con concerti, programmazioni radio e tv e omaggi di vario tipo. Sarà ricordato nel Concerto dell’Epifania su Raiuno il 5 gennaio alle 23,15, per esempio, tra le altre cose. Oggi, a sei anni esatti dalla scomparsa, su Twitter il suo nome compare al primo posto, rendendo ancora più evidente la traccia che si è lasciato dietro, tra i messaggi di ammiratori e altri artisti. Quante cose ha saputo spiegare Pino di Napoli e della sua cultura popolare: la denuncia sociale figlia del Sessantotto, il rapporto con la libertà, il lavoro, l’amicizia, la famiglia, addirittura con gli americani e con la musica che arrivava i città proprio dagli stati Uniti, e poi il senso attribuito a elementi fisici come il vento, il sole, il mare, il tufo, la lava. E, ancora, le lotte contestatarie, le leggende cittadine e i riferimenti storici presenti nei pezzi, il racconto della Napoli greca e di quella delle altre dominazioni, le storie di un popolo che “cammina sotto ’o muro”. Pino è anche legato all’interesse per i madrigali, ai ricordi di Pinotto ragazzino sui muretti di San Pietro a Majella, Santa Teresa o Santa Chiara dove se ne stava con la chitarra in braccio, a suonare ore e ore senza mai fermarsi. Senza contare l’invenzione dell’anglo-napoletano, cifra distintiva di un genere definito dallo stesso Pino “tarumbò” e influenzato dagli artisti più diversi, da Elvis Presley a George Benson, da Murolo a Carosone. 

Di Pino parliamo continuamente da anni, cercando di allontanarci dalla consueta descrizione del ragazzone riservato e irrequieto. Però lui viene dagli anni Settanta, altri tempi, altre sonorità, altri fermenti e per capirlo appieno bisognerebbe tornare nei vicoli della Napoli di quel periodo e riuscire a sentire gli animi e le paure sedimentate nelle vite degli storici quartieri brulicanti. Agitazione, vivacità, rabbia: siamo nel pieno di una rivoluzione che forse non è nemmeno ancora finita. C’è odore di lotta di classe e desiderio di ricerca di un’identità storica mentre una certa borghesia avanza: lo scontro è inevitabile. E poi Pino ha dato un senso nuovo al napoletano vero, quello che si parla per strada, a volte un po’ volgare, di certo molto diretto. In tanti si riconoscono in quella parlata rivoluzionaria e così nasce un simbolo di appartenenza. Napoli in quegli anni è ancora troppo legata a un passato che sta diventando insostenibile e Pino lo dice senza mezze misure attraverso un sound nuovo, di livello alto ma sovrapposto, destinato a spostarsi verso una musica che non vuole rimanere chiusa in un confine o imbrigliata in uno stereotipo. Antico e moderno convivono in questo musicista di carne e sangue: Viviani e Mergellina così come Muddy Waters e il Mississippi. Piano, oboe, archi, mandolini, voce.

E proprio con la sua voce subito riconoscibile, un po’ afona ma profondamente calda e accattivante, Pino ci ha cantato la protesta, la libertà, l’amore e, lui sì, la Grande Bellezza, bandiera di generazioni e forse ultimo baluardo di contestazione. Musicista di personalità e razza, ha saputo lavorare sulla tradizione lanciandola verso altre possibilità, riuscendo così a legare il suo nome a quello di Napoli in maniera definitiva. Pino Daniele è oggi un pezzo fondamentale della cultura della città e in città tutto parla di lui, senza mai fare spettacolo della sua mancanza, ma, al contrario, omaggiandone la presenza sempre viva e tangibile.

Claudia Verardi

Un articolo di Claudia Verardi pubblicato il 4 Gennaio 2021 e modificato l'ultima volta il 4 Gennaio 2021

Articoli correlati

Musica | 13 Febbraio 2021

Un anno fa ci lasciava Franco Del Prete, anima della Neapolitan Power

Musica | 6 Febbraio 2021

La festa giamaicana dedicata a Bob Marley. E quel concerto al San Siro con Pino Danele come supporter

Musica | 29 Gennaio 2021

Un documentario e un nuovo disco: il 2021 di James Senese