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IL RICORDO

Troisi presente nel cuore come nella cultura popolare e artistica del Paese

Cinema, Identità | 4 Giugno 2019

 

“Il successo è solo una cassa amplificatrice… se uno è imbecille prima di ave’ successo, diventa imbecillissimo co’ successo, se è umano, diventa umanissimo.” Siamo alla venticinquesima ricorrenza della sua scomparsa (4 giugno 1994) ed eccoci di nuovo a scrivere su Massimo Troisi. C’è poco da fare: più passa il tempo e più si sente la mancanza di quest’uomo acuto e sensibile, come se se ne fosse andato ieri soltanto.

Troisi, simolo dell’identità partenopea

Troisi è invece, ormai da decenni, uno dei principali simboli dell’identità napoletana, ma non pensate a un santino però: pensate a un pezzo essenziale della nostra cultura locale. Ritrovarsi con lui vuol dire misurarsi ogni volta con l’assenza e confrontarsi con la perdita, e con gli eventi imprevisti e le complessità dolorose dell’esistenza umana. L’opera di Massimo è e rimane eterna. Autore, performer (è stato uno dei primi in Italia a lavorare con cura maniacale sui movimenti del corpo, sulla mimica facciale e sull’emotività espressiva in accordo alla capacità di improvvisazione) e attore dalle infinite gradazioni, nonché comico originalissimo e fine poeta sentimentale e sociale, è ancora oggi uno degli artisti italiani di cui si sente maggiormente la mancanza e che ha lasciato un vuoto profondo soprattutto per la capacità di guardare le cose da un’angolazione differente e del tutto personale.

Un genio naturale che usava un napoletano elegante

Massimo Troisi è stato il genio naturale che si esprimeva solo in un napoletano elegante, intriso di quella lunare stravaganza dal sapore vagamente pasoliniano, l’autore che ha amato più di tutti. Era spesso considerato l’erede di Totò e di Eduardo, ma lui prendeva ogni volta le distanze da un paragone in fondo impossibile, perché l’unicità dell’arte e di chi la esprime l’ha sempre accompagnato nell’espressione artistica e personale. “Io devo tutto a quel mondo, al mio paese, San Giorgio a Cremano, cinque chilometri da Napoli. Laggiù ho imparato cos’era la disoccupazione, ma anche a non rassegnarmi. Ho imparato a parlare, a fare “o teatro” e non mi pare di essere cambiato molto da allora, anche se vivo a Roma”.

Il viaggio sentimentale al centro del suo percorso artistico

Il viaggio, soprattutto sentimentale, è il percorso ideale che più ha segnato la carriera di Troisi e la storia dello spirito napoletano, in un itinerario piuttosto lontano dalla commedia dell’arte, ma vicino ai tormenti determinati dalla vita e dal rapporto tra i sessi, stravolto da un’emancipazione femminile pressoché improvvisa all’epoca. Senza contare gli stereotipi antimeridionali: Massimo ironizzava anche su quelli che, come il successo della Lega avrebbe poi dimostrato, non si sarebbero dovuti sottovalutare. A tutti quelli che nei film – e forse non solo – gli chiedevano se fosse emigrante, rispondeva: “Emigrante, no e perché? Qua pare che un napoletano non può viaggià, può solo emigrà?”. Un’esperienza di viaggio inteso come cambiamento, come rivoluzione quindi addirittura, negli anni in cui Napoli era una città ancora più difficile dopo quell’atroce terremoto e assomigliava un po’ a una brutta metropoli extra europea.

La sorella Rosaria: “Massimo è nato attore”

Massimo, racconta la sorella Rosaria, principale custode del ricordo troisiano insieme al fratello Luigi, è nato attore. Alla nascita pesava ben cinque chili e aveva sempre fame, tanto che la sua prima interpretazione fu per una pubblicità per un latte in polvere. Poi non ne avrebbe più fatte, rifiutando, negli anni Ottanta, una cospicua offerta per una réclame per un caffè. La famiglia Troisi, padre macchinista ferroviere e madre casalinga, abitava in piazza Garibaldi (all’epoca ancora Piazza Taralli), in un palazzone noto come “o palazz ’e Bruno miez ’e Tarall”. Il padre Alfredo, originario di Salerno, si era trasferito nella zona negli anni Trenta. Nessuno allora sapeva che quella piazza, un giorno, si sarebbe chiamata Piazza Massimo Troisi.

Una comincità velata di malinconia

La sua comicità intelligente velata di malinconia e così legata alla tradizione eppure così moderna, in linea con quella rivoluzione condivisa in musica da Pino Daniele, era capace di rivolgersi a tutti senz’altro attraverso il linguaggio universale dell’arte ma forse, per la prima volta, grazie alla lingua napoletana, il viatico scelto per farsi ascoltare in tutta Italia. Quella norma espressiva che, anche secondo Raffaele La Capria, era sintomo di un’insicurezza esistenziale specificatamente napoletana sfociava in un’afasia che diventava tratto di un’identità che voleva scollarsi dal vecchio e pesante folklore.  Troisi appartiene alla “nuova” Napoli, quella in cui si muovono anche Pino Daniele e Roberto De Simone, quella d’avanguardia per quegli anni Settanta, quella che vuole saldare la dimensione popolare a un futuro un po’ incerto. È stato il capofila di un nuovo cinema napoletano, delicato senza essere superficiale, pieno di sospensioni nel detto e nel “non detto” e intriso di una nuova forza, che trova, come già detto, nell’uso della lingua napoletana la sua autorevolezza più grande.

Nel suo lavoro anche impegno sociale e politico

Massimo è umorismo, è vero, ma è soprattutto poesia. E come non leggere ,poi, nella sua opera un impegno sociale e politico: basta ricordarsi il miniatto unico della Smorfia sugli investimenti per risolvere il problema della disoccupazione o lo scontro in No, grazie, il caffè mi rende nervoso, fra Massimo e l’inafferrabile Funiculì Funiculà, custode di quella conservazione culturale con la quale i giovani di ogni generazione hanno sempre dovuto confrontarsi. Il suo linguaggio, per qualcuno difficile da comprendere, era, di fatto, diventato universale. La sua delicatezza nel parlare, nello scrivere, nel ridere addirittura, è conservata nello scrigno delle cose più preziose che oggi possediamo. Troisi è riuscito a raccontare Napoli nelle sue tradizioni e nella sua quotidianità solo perché è riuscito a rendere l’universo partenopeo globale, qualcosa che appartiene a tutti. È stato l’antieroe per definizione, il protagonista schivo e lontanissimo dal modello di napoletano che viaggia solo per trovare un lavoro e che si compatisce e si crogiola soddisfatto nei suoi guai.

Dalle cantine alla tv al cinema

Un uomo molto lontano dall’occhio della telecamera. Già negli anni Sessanta e Settanta preferisce le cantine e i garage sperimentali alla scuola troppo nozionistica. Negli anni Ottanta, dopo tanto teatro, passa al cinema. Diceva di se stesso: “Eccomi qui, io sono il Napoletano normale. Nessuno se lo aspettava un napoletano timido, che parla sottovoce. Forse per questo faccio ridere“. Ha segnato la storia del cinema italiano con l’interpretazione ne Il Postino, pellicola di chiara bellezza interpretata insieme a Maria Grazia Cucinotta e ai grandi Renato Scarpa e Philippe Noiret, brillanti nella trasposizione del romanzo di Antonio Skármeta. Nel film, diretto da Michael Radford e dallo stesso Troisi, e reso spirituale dalle musiche di Luis Bacalov (ispirate a Nelle mie notti di Sergio Endrigo), Massimo ha affrontato ogni fatica per compiere l’ultimo processo artistico della sua enorme carriera, determinato a voler vivere quel ruolo direttamente sulla pelle.

Il rapporto con Mastroianni

Ha detto Marcello Mastroianni: “Lui è intelligente, è bravo. Non assomiglia a nessun altro, è interessante quel suo modo di recitare fatto tutto di invenzioni, rotture, recitazione sincopata, sembra che non finisca mai i discorsi, che non abbiano un senso, invece ce l’hanno moltissimo. Mi piace pur essendo molto diverso da me. Io appartengo a una scuola più nella tradizione italiana, lui invece è estroverso, non segue regole accademiche, diciamo, nel suo stile. Abbiamo in comune una certa pigrizia, come individui, come uomini”.

Arbore e Massimo

E poi Renzo Arbore: “Massimo era pigro come può esserlo un napoletano. Ma non era solo la pigrizia che lo spingeva a rimanere in casa, a non cercare visibilità. Aveva discrezione, buone maniere. Massimo era un signore. La sua era una qualità di umorismo moderna, riservata, mai aggressiva; molto diversa rispetto all’umorismo napoletano dell’epoca”.
E adesso, da ormai venticinque anni, la sua scomparsa è ancora dolorosa e triste. Tutto di lui è ancora qui, vivo e vegeto più che mai: l’acume artistico, la leggerezza, la saggezza, il lirismo, il sentimento, l’analisi profondissima sulle difficoltà del quotidiano.

Sempre qui, sempre con noi

Ancora troppo forte – e sembra impossibile dopo così tanti anni – è la ferita per la sua morte, ma siamo felici di poterne continuare a parlare per farlo ricordare il più a lungo possibile. Lui e il suo genio.

Napoli e la sua cultura hanno una radice radicata, e forte, anche se naturalmente tesa al nuovo. W.A. Goethe diceva che “solo a Napoli ognuno vive in una inebriante dimenticanza di sé”. Napoli e il suo cinema ci aiutano a vivere attraverso l’euforia, il sentimento, la risata, l’esagerazione, perfino. E Massimo Troisi, genio e spontaneità intrecciati, era capace di trasformare tutto, anche l’afflizione, in comicità irrefrenabile o in sublime poesia. Arguto osservatore, avanti nel tempo oltre che nei tempi, viveva la vita con interesse per poterla capire e potercene provare a parlare. Ci manca tantissimo. Speriamo che ci perdoni tutte queste commemorazioni che probabilmente lo staranno facendo sorridere. Ma a noi piace continuare a parlarne, sempre, e tanto, perché anche chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo, possa farlo ora.  Ciao Massimo, continua a essere sempre qui, sempre con noi.

Claudia Verardi

 

 

Un articolo di Claudia Verardi pubblicato il 4 Giugno 2019 e modificato l'ultima volta il 4 Giugno 2019

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