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IL RICORDO

Un altro anno senza Pino Daniele: la sua Napoli “fata e diavolessa” non dimentica

Identità, Musica, NapoliCapitale | 5 Gennaio 2019

Il 4 gennaio del 2015 se ne andava Pino Daniele, all’anagrafe Giuseppe, uno dei più grandi cantautori italiani di sempre.

Pino nato a Napoli “perciò gli piaceva il mare”

Nato a Napoli, nel quartiere Porto, il 19 marzo del 1955, e figlio di un lavoratore portuale – il mare diverrà, forse per questo elemento, ricorrente della sua produzione – diventa subito un simbolo di rivolta popolare, italiana e prima ancora napoletana, attraverso la canzone di denuncia, oltre che voce dei giovani, che ha saputo ben rappresentare e per lunghissimo tempo, nonostante l’ombra di un “imborghesimento” musicale e personale gli stesse sempre alle costole, così come le critiche per il modo diverso di fare musica, di esplorare altre sonorità e di concedersi assonanze insolite e collaborazioni, per la verità, un po’ discutibili.

Pino Daniele, dal ventre di Napoli

Perché quel ragazzo del ventre di Napoli, così sanguigno e verace, così giustamente arrabbiato verso le pesanti contraddizioni della sua amata città a un certo punto della sua maturità abbia deciso di farsi affiancare da musicisti di altro spessore, e così tanto lontani da lui, non lo sapremo mai. Intervistato sulla questione, Pino aveva risposto così: “Vivo fregandomene delle classifiche, del marketing e della discografia. Tanto i risultati arrivano quando non ci pensi proprio. La paranoia della classifica o del disco suonato in radio, la rincorsa agli umori e ai gusti di direttori artistici dei network. Basta! Ho vissuto in questo lavoro momenti belli e voglio continuare a viverli”. Da quando se n’è andato, su di lui sono stati scritti tantissimi articoli, messe in piedi decine di mostre e rappresentazioni, inscenati musical ed eventi. E poi le innumerevoli cover band, qualcuna di buon livello, altre meno. Quanto amore c’è ancora in giro per Pino Daniele, quanta voglia di rivivere quelle emozioni, quanto bisogno di sentirlo ancora presente.

Una musica che si ispirava all’Oltreoceano ma conservava l’identità

La complessità e la forza della musica di Pino Daniele nascono dalla passione che aveva per generi musicali diversi, che partivano dalla melodia napoletana per confondersi col jazz, con la musica del Mediterraneo e il rhythm and blues. Con quella voce un po’ nasale ma al contempo gradevole è riuscito a creare un suo stile caratteristico, un “Tarumbò” fatto di blues e tarantella moderna contaminati che crea sonorità appassionanti e singolari. Sì, è vero, è stato la voce dei giovani della sua generazione (e quella di un paio successive) ma per me Pino Daniele era – ed è tuttora – la voce di Napoli. Una voce pungente, un po’ in falsetto, ma per certi aspetti ruvida e graffiante.

La voce di Napoli

Una voce che ti entra dentro e ti avvolge col suo calore che è quello della città. Pino ha raccontato Napoli, si dice, ma io penso che sia vero al contrario: per me è stata Napoli a sceglierlo per farsi raccontare, per avere una voce fisica. La città ha scelto di incarnarsi in lui come lo spirito di un antenato sceglie un mezzo per comunicare con chi altrimenti non riuscirebbe a sentirlo. Ci manca troppo e non c’è nessuna cover band che tenga: noi vogliamo lui, consumiamo i cd e i vinili e vediamo e rivediamo gli stessi video e gli stessi concerti trentamila volte, senza averne mai abbastanza.

Esponente massimo della rivoluzione musicale napoletana

Io se rinasco divento una sua groupie, scherzo spesso con gli amici, perché Pino è essenziale. È stato uno dei massimi esponenti di quella rivoluzione musicale napoletana che si è alimentata anche di Africa, Sudamerica, Oriente. Tutte sonorità lontane che ci ha fatto capire e sentire più familiari. È poi stato capace di celebrare tutti gli umori e le atmosfere di una Napoli che nessuno aveva colto così bene prima di lui. Siamo tutti legati a qualche pezzo in particolare, da Terra mia a Napul’è da Quando chiove a Je sò pazz fino all’indimenticabile Quando, che subito ci evoca il caro Massimo Troisi. La musica ha reso Pino immortale. E poi c’era il rapporto con Napoli, fondamentale. Lui ne era troppo innamorato, troppo preso per poterla giustificare. È stata lei la sua vera amante, chitarra a parte. Più Pino soffriva per Napoli e più scriveva opere d’arte. La conosceva bene, dentro e fuori, fino al nucleo più interno e chissà se forse anche per questo alla fine non ha preso un po’ le famose e tanto criticate distanze. Certo è che Pino Daniele non ha mai rappresentato la Napoli signora e borghese di Raffaele La Capria, per dire. L’eloquio predisposto al turpiloquio, specie in gioventù, nelle interviste e nei testi, nei concerti e nelle conferenze stampa, e poi vestito come capitava e interessato solo a suonare, come James Senese e gli altri grandi musicisti di quel periodo.

Il napoletano riemerge nel 2012 con “La Grande Madre”

Ne La Grande madre, un bel disco del 2012, insieme alla chitarra e agli assoli prepotenti riemerge finalmente il napoletano, per troppi anni quasi scomparso dalle sue canzoni, forse volutamente allontanato. Lontano da Napoli aveva trovato una dimensione, ma si era molto discostato dall’ispirazione iniziale. Nessuno aveva mai avuto il coraggio di dirgli che quell’allontanamento l’aveva un po’ sbiadito.

Prima della sua scomparsa voleva tornare a vivere a Napoli

Negli ultimi tempi, prima che se ne andasse, un po’ era girata la voce che aveva intenzione di tornare a vivere a Napoli, nel Cavone, addirittura. Però, che pezzi che faceva Pino. Je sto vicino a te, in seguito magistralmente interpretata anche da Mina, Yes I know my way, un fantastico mix di funky e anglo-napoletano. Era un musicista magnifico, ossessionato dalla musica che studiava senza sosta. Studiava ancora ogni giorno la chitarra in maniera disciplinata, con un atteggiamento quasi rituale, proprio sacrale. E per questo deve essere stato molto felice, appagato.

La sua Napoli fata e diavolessa insieme

Artista prezioso soprattutto per attaccamento culturale e capacità tecnica, ci ha lasciato la sua musica e i suoi versi ispirati da una Napoli fata e diavolessa insieme, con tutto il suo bagaglio di contraddizioni e incoerenze folli eppure magiche. Pino era fatto così. Un po’incazzoso, dava voce ai suoi pensieri senza filtri, direttamente attraverso la musica. Ciao guagliò, o zio Pino, come ti chiamano i ragazzi di oggi, ci manchi, il tuo ricordo non si affievolisce col tempo, anzi. E i tuoi pezzi, restano qui, incancellabili e sempre bellissimi. Ogni giorno, nei bar, nelle case, nelle macchine e per strada, fra tutti noi, sei ancora tu la voce di Napoli.

Claudia Verardi

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 5 Gennaio 2019 e modificato l'ultima volta il 5 Gennaio 2019

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