Quando a ridosso del ‘900, dopo la devastante annessione italiana e la conseguente disgregazione delle comunità contadine del Sud, milioni di meridionali partirono per le Americhe e in particolare per l’America del Sud e l’Argentina, nessuno poteva immaginare che il frutto di quell’immane emorragia di vite strappate per sempre alle loro radici sarebbe stata un giorno riscattata da uno scugnizzo emerso dalla polvere e dal fango dei barrio argentini. Diego Armando Maradona fu l’inesorabile, romantica contropartita elargita dal Sud America come parziale ricompensa al sacrificio di milioni di napoletani partiti un paio di generazioni prima sui bastimenti del molo Beverello.

Le donne e gli uomini del Sud sbarcati nelle Americhe furono infatti chiamati tanos, che deriva dallo spagnolo Napolitano, un appellativo che fu poi esteso a ogni italiano sbarcato successivamente. Per gli Argentini gli Italiani sono tutti Napolitani, anche perché qualsiasi meridionale sbarcato dal Sud tra il 1860 e inizio ‘900 era anzitutto Napolitano. Napolitano come Diego, che non poteva certo incrociare destino diverso da Napoli per assurgere a Santo e a leggenda da venerare.

Da queste parti, tra un milione di difetti, sentiamo in certe occasioni la necessità di mitizzare – alla maniera dei Greci – lo straniero capace di calarsi e fondersi appieno con la città: la prima testimone fu la greca Parthenope, tremila anni fa, e poi toccò al mantovano Virgilio e al beneventano Gennaro. È una storia che si ripete e che rivela tutta la sciatta e supponente indifferenza di questo popolo verso l’inesorabile incedere del tempo che ovunque strappa brandelli d’identità tranne che in questa capitale decaduta. E quando il più grande giocatore dei Sud del Mondo arrivò in Europa non poteva certo sapere che a Napoli avrebbe intrecciato il suo destino con la città più sudamericana del continente; che da essa aveva attinto a piene mani appena un secolo prima, la sola non affondata nell’immane naufragio delle civiltà antiche in questa parte di mondo artefice e vittima predestinata dell’omologazione moderna. Napoli e Maradona si fusero, e lo fecero per sempre. L’una rappresenta l’altro nel mondo e viceversa. Il Dieci, nato povero, sempre coerente con sé stesso, sempre dalla parte dei più deboli, sempre contro i più forti. Nel calcio, nella politica e nella vita.

Quando un mese fa morì Diego – come accade spesso in questa terra forgiata dal mito – una costola della città si è staccata dalla realtà per sbiadire nella leggenda. Le gesta del D10S, gli aneddoti di vita vissuta, le sue parole di riscatto e di orgoglio saranno interiorizzate, decantate, manipolate, trasformate, celebrate, mortificate, osannate, fino a trascendere l’umana comprensione, sorpassando il tempo e i limiti materiali della cruda realtà.

A Napoli, la scomparsa terrena di Diego, ha reso necessario due simboleggianti luoghi di sepoltura. L’indomabile spirito pagano della città si è manifestato a ridosso del Tempio di Fuorigrotta, e con maggiore spontaneità e potenza suggestiva al sacrario dei Quartieri Spagnoli, dinanzi all’ormai leggendario murales del Dieci. Un altare consacrato per l’eternità al più umano degli dèi.

Antonio Corradini

 

Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 25 Dicembre 2020 e modificato l'ultima volta il 25 Dicembre 2020