martedì 22 ottobre 2019
Logo Identità Insorgenti

IL RICORDO

Una via per Titina De Filippo anche a Napoli. Così la ricordava Peppino, suo fratello

Identità, Infrastrutture e trasporti, NapoliCapitale | 22 Dicembre 2018

Dopo Roma e Palermo, finalmente, dopo 55 anni dalla scomparsa, anche Napoli ha una strada titolata a Titina De Filippo. L’hanno inaugurata ieri il sindaco De Magistris e gli assessori Daniele e Clemente, in una cerimonia alla quale hanno partecipato anche l’attrice Lara Sansone (che ha recitato la “preghiera” di Filumena) e i nipotini di Titina. Noi vi proponiamo invece un brano tratto da “Strette di Mano” di Peppino De Filippo (editore Marotta) dove ricorda con affetto la sorella maggiore, in un brano scritto intorno al 1969.  “Era tutt’uocchie E chelli mmane
Asciutte e bianche, bianche ‘e chillu biancore d’ ’a magnolia, che sapevano fa’!” Sono invece le parole di una poesia di Eduardo per la sorella. Attrice, autrice di commedie, pittrice, Titina sarà l’ago della bilancia tra due titani del teatro come Eduardo e Peppino. In questo brano al solito Peppino si rivela impreciso perché lascia intendere che Titina morì il 23 dicembre. Invece Titina morì il 26 dicembre 1963, come racconta anche suo figlio Augusto Carloni in “Titina De Filippo, vita di una donna di teatro”. “Eduaro e Peppino non furono rintracciabili prima che la sorella morisse e giunsero solo a tarda notte, troppo tardi per vederla ancora viva” scrive Carloni. Raccontando tra l’altro che il primo ad arrivare al capezzale fu Totò (“rimase seduto nella piccola camera ardente allestita nella casa dell’attrice, al piano terra, quasi tutta la notte, piangendo, in silenzio, mentre invano la signora Faldini cercava di consolarlo!”.


Stavo registrando in televisione, negli studi di Via Teulada in una commedia in due parti dal titolo “A Coperchia è caduta una stella” quando ad un tratto mi arrivò la terribile notizia che mia sorella titina da tempo gravemente ammalata era morta. Non potetti muovermi. Non potetti lasciare il lavoro iniziato. Ma come lo continuai? Dio solo lo sa. Il giorno prima, il 22 dicembre 1963, lasciadno la casa di mia sorella in via Archimede in Roma, le avevo detto: “Titì… ci vediamo domani… ora debbo andare in tv dove sto registrando delle mie commedie… scusami debbo proprio andare, ritornerò domattina”.

 

L’ultimo incontro tra Titina e Peppino

“Nun m”o dì… nun m”o dì (non dirmelo, non dirmelo)” rispose flebilmente Titina fissando nei miei occhi il suo debole, sofferente squadro. Con quel “Nun m’o dì” Titina voleva significare che avrebbe dovuto attendere, per rivedermi, ancora ventiquatt’ore e se in questo tempo fosse finita? Non ci saremmo più veduti! Compresi l’allusione, feci finta di non raccoglierla, presi la mano, gliela strinsi cautamente, gliela baciai e uscii di casa. Il giorno dopo, come sopra ho descritto, non potetti rivedere mia sorella. Mia sorella ha lasciato questo mondo senza che io avessi potuto rivederla ancora viva. Quel giorno, 23 dicembre, triste, piovoso, la tolse per sempre dalla mia vita. Ora quella cada di via Archimede è luogo di sosta per me ogni qual volta vi ci passo e mi par di rivedere mia sorella quando in perfetta salute curava le sue rose, i suoi gerani, nel piccolo giardino e poi dopo, quando il male la teneva inesorabilmente lontana dal suo teatro e santamente rassegnata, passava il tempo a dipingere o a letto a curare la sua malattia.

Quella foto da bambini

Sorella mia affettuosissima, mio vincolo di sangue e insostituibile compagna di ore allegre e tristi della mia vita giovanile, anima buona e caritatevole, noi non ci ritroveremo più su questa terra. Non ci rivedremo più tra i vivi. Ma fino a quando avrò un filo di vita sarai sempre nel mio pensiero come ti ho vista negli ultimi momenti della tua nobile esistenza in quel lontano 22 dicembre del 1963. Lo sguardo dolente e velato di profonda angoscia per doverci lasciare senza poterci dire tutte le parole affettuose di congedo che avresti voluto dirmi. Ti rammenterò sempre comperta dei panni del tuo abito di fede. Ti rammenterò sempre nella luce tremolante dei ceri che ti illuminava il viso appena disteso nel mistero della morte. Tu sai però che ho saputo raccogliere nel mio cuore tutte le cose che non hai potuto dirmi. Io so che in gran parte hai condiviso il mio mensiero e tu sai che, in egual misura, io condividevo il tuo. Tu sai che negli ultimi momenti della tua vita, spesa nella vivida luce dell’arte e in quella serena e affettuosa di madre, di sposa e di sorella, io ho fuso, con sincera e dolorosa comprensione il mio sguardo nel tuo. Titina mia, come vedi, per segnare qui il mio ricordo di te, uso parole facili ma sono tali soprattutto perché mi traboccano dal cuore e perché facile è stato il volerti bene. E non tanto per merito mio quanto per il tuo. Sì, perché hai sempre avuto per me una predilezione colma di delicato affetto ed io, Titina, ho sempre sentito in cuor mio il tuo amore protettivo di sorella. Ho una vecchia fotografia di famiglia in casa ove figuriamo, giovanissimi, con i nostri cari. Io, in abito da marinaretto, volgendoti le spalle, ti sono davanti in piedi, dritto come un fuso perché pieno di fanciullesco sussiego per la meraviglia di vedere davanti a me una strana macchina. Tu, più grande di età di me,  mi tieni una mano lievemente appoggiata sulla spalla come un gesto di eterna protezione. Avevi davanti a te un fratellino testardo, chiuso nei cupi pensieri di ragazzo che cresciuto lontano dalla famiglia non sapeva distinguere nettamente l’affetto per sua madre da quello per la sua balia. Tu sapevi tutto questo e la tua mano si appoggiò affettuosa su me. Titina mia, quel gesto, sulla mia spalla, io l’ho sempre sentito poi. E chissà che io non sia nato sotto quel gesto perché tu mi accompagnassi nella vita.

 

Un ricordo che non abbandonerà mai Peppino

Certamente è così perché io ancora sento la tua mano sulla mia spalla invecchiata e Dio voglia concedermi di congiungere la mia sulla tua quando il mio cuore starà per smettere i suoi battiti. La morte sarà serena e dolce l’attesa che ci consentirà di riunirci nell’eternità. Cammineremo, allora, insieme, raccontandoci le storie della nostra vita e quelle di teatro, così, liberamente e serenamente, come possono parlare due che non hanno più pregiudizi o prevenzioni di sorta. Parleremo di noi anime finalmente liberatesi dalle ipocrisie della vita. Avremo, Titina mia, da compatire, da compiangere e da perdonare. Tu ora sei in quel mondo in cui tutti dovremo veniri, tieni rivolto il tuo sguardo sulla strada che mi ci dovrà condurre, e vieni, vieni Titina mia, a prelevare la mia anima, perché è a te che essa, nel varcare la soglia dell’infinito mondo dei morti, vorrà dare la sua prima stretta e il primo bacio. Io non so, mia cara, quant’altro tempo mi rimarrà da restare vivo tra i vivi, ma puoi essere certa che mai mi abbandonerà il tuo ricordo. Da che sei morta, sei anni circa, nelle pause del mio tempo libero, discorro con te. In qualunque momento in cui il mio corpo può abbandonarsi al riposo. Sei sempre viva nel mio pensiero.

La Regina dei De Filippo

Dopo la tua dipartita ricevetti, tra le tante, una lettera di un ammiratore che scrisse: “La dolce Regina della famiglia Reale dei De Filippo è morta. Viva la Regina!”. Si, viva tu, Titina, e resterai sempre nel cuore di tutti. Questa “stretta di mano” mi suggerisce di parlare di te non solo come sorella, bensì come attrice. Ma ne sono degno? Sì, mia cara sorella, perché io ti ho sempre stimata artisticamente, ti ho sempre ammirata. Ho sempre rispettata la tua personalità artistica. Non ho mai pensato un momento che Tu potessi uscire sia pure per un attimo, dai limiti della “misura” del personaggio che interpretavi. Per me, autore, nei testi che mi riguardavano, sei sempre stata perfetta. Egualmente negli altri. Tu congiungevi l’anello ideale dei “De Filippo” armonizzandone l’espressione d’arte nel giusto tono e rilievo. E finché tu vivevi, Titina mia, l’anello ideale dei De Filippo, pur dovoso. restava più che mai saldato dal ricordo dei tre, ma con la tua morte, l’anello si è spezzato e i De Filippo, così come erano, sono finiti. Potrà continuare il ricordo dei tre nella loro dinastia, e qui è su mio figlio Luigi, tuo nipote, che poggiano le mie personali speranze. Idealmente, infatti, ho messo la mia mano protettiva sulla sua giovane spalla e tu, guardalo e aiutalo nel cammino della sua vita di attore di teatro. Io lo credo degno della nostra famiglia. Ti bacio infinitamente e con tutto il rispetto di fratello affettuoso.

Tuo Peppino

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 22 Dicembre 2018 e modificato l'ultima volta il 24 Dicembre 2018

Articoli correlati

Identità | 17 Ottobre 2019

IL RACCONTO

Portalba, una storia di dita annerite

Beni Culturali | 16 Ottobre 2019

POGGIOREALE

Ogni anno verso il 2 novembre piangono gli illustri: tombe di Gemito, Viviani, E.A. Mario tra oblio e incuria

Identità | 15 Ottobre 2019

AL MERCADANTE

Napoli Mon Amour diventa testo teatrale con la regia di Rosario Sparno

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi